Icaro pentito. Spiacente, non volo più

È stata un’estate tragica per gli sport estremi. Stando alle cronache, 31 appassionati di Base Jump in tuta alare avrebbero perso la vita sulle Alpi. Tanti, troppi. Per questo motivo un lettore che si firma Lodovico, paracadutista appassionato, ha deciso di rinunciare alla sua wingsuit appena comprata a caro prezzo, il sogno della sua vita. “Mi è costata 2.850 euro”, scrive a mountcity.it, “ma la vita vale di più”…

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La parola B.A.S.E. deriva dall’acronimo inglese che sta ad indicare le quattro categorie principali di strutture dalle quali i base jumper saltano: Building (palazzi), Antenne, Span (ponti), Earth (pareti/montagne). Sopra il titolo, un Base jumper in tuta alare si lancia da una cengia in Montana (Ph. Chad Copeland, per gentile concessione)

Il giorno che su Youtube ho visto morire un ragazzo…

Caro Mountcity,

dopo tanti voli in parapendio, volevo mettermi alla prova come base jumper. Mi sono procurato perciò la tuta alare indispensabile, 2.850 euro, una spesa non indifferente per un lavoratore precario quale mi ritengo di essere. Ora sono o meglio sarei in teoria pronto a entrare nella ristretta cerchia di chi pratica questo sport. Ho saputo che in Italia dovrebbero essere un’ottantina, non di più. Ma posso capirlo. Il rischio, l’impegno psicologico e mentale sono condizioni che pochi sono disposti ad accettare. Non è come giocare a calcio o a pallavolo. C’è chi parla addirittura di uno stile di vita. Ho letto nel sito Planetmountain le riflessioni di un base jumper sulla vita e la morte. Questo tipo ci insegna che prima di giudicare la morte altrui bisognerebbe prima guardare alla propria vita. Ci domanda e si domanda se siamo veramente sicuri che stiamo vivendo una vita dove sentiamo di essere vivi. “Per giudicare la morte altrui”, sentenzia, “bisognerebbe prima guardare alla propria vita. Siete o siamo veramente sicuri che stiamo vivendo una vita dove sentiamo di essere vivi?”. Ognuno è libero di pensarla come vuole, anche in modo delirante, e di comportarsi di conseguenza. Ma se quello è il tuo business oltre che il tuo credo e se ben cinque sponsor ti supportano, evita caro amico di impartirci lezioncine sulla vita e la morte! Evita caro Planetmount di sprecare bit! Oltre tutto, avete scelto il momento sbagliato per esaltare questo mondo di esaltati: non vedete quanto importante è diventata la vita oggi tra guerre, attentati, distruzioni? Così ho deciso: il grande momento del salto nel vuoto in tuta alare per me non è ancora arrivato né mai arriverà. Se ancora qualche dubbio mi frullava per la testa, ho cambiato idea il giorno che su Youtube ho visto morire un ragazzo ventottenne, uno della mia età. Era la mattina del 26 agosto. Tutto documentato in soggettiva con la telecamera go pro, come si usa adesso che è diventata una mania quella di catturare e condividere esperienze estreme e buttarle in Youtube. Ma come si fa a parlare di stili di vita se la vita conta tanto poco? Così mi sono visto al posto di quel tipo e mi è sembrato di sentire i commenti crudeli dopo che si è sfracellato, quell’ inevitabile “se l’è cercato” che non risparmia nemmeno i “normali” alpinisti quando perdono la partita con la vita e la morte. E ho immaginato lo strazio di chi viveva con lui. Ho ancora nelle orecchie i suoi rantoli mentre sullo sfondo si sentivano i campanacci delle mucche che pascolavano indifferenti. Finalmente, dopo trentasei ore, quell’orribile video che mai si sarebbe dovuto mettere in rete è stato rimosso. Per pudore, per pietà. Ma intanto i giornali stavano dando notizia di altri base jumper morti. Uno stillicidio quasi quotidiano, inaccettabile. No, non si può più restare indifferenti, non si possono passare sotto silenzio certe notizie: ecco perchè mi rivolgo a uno dei miei blog preferiti per far sentire la mia voce, la mia rabbia. Non chiedo di vietare il Base Jump ma almeno di disciplinarlo perché non si trasformi in una mattanza sponsorizzata. Dando per scontato, come Icaro insegna, che l’attrazione per il volo sia insita nell’uomo. Anche a me piace pazzamente volare. Ma mi piace di più vivere, perlomeno finché il destino me lo consentirà, e senza dare la mia vita (che non ha prezzo) in pasto agli sponsor e senza condividere il mio destino con gente avida solo di collezionare “like” sui social. La mia tuta alare? E’ qui a disposizione di chi voglia farne uso per “sentirsi vivo” visto che, poveraccio, non conosce altri mezzi per farlo.

Lodovico

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