Se ne è andato Gheser. Fu tra i “naufraghi del Monte Bianco”

Mentre si compivano i primi passi verso un’Europa unita, nel 1956 una tragedia accomunò due alpinisti italiani, un belga e un francese: quella cosiddetta dei “naufraghi del Monte Bianco” conclusa con la morte dei giovani Henry e Vincendon dopo una penosa odissea, e con il drammatico salvataggio di Walter Bonatti e Silvano Gheser. Il 3 ottobre 2016 a Lavarone (Trento) se ne è andato a 86 anni Gheser, valoroso alpino, albergatore, che in quella scalata invernale e infernale con Bonatti ci rimise a causa del congelamento tutte le dita dei piedi. Che cos’era successo? Come riferisce Wikipedia, Henry e Vincendon partirono il 22 dicembre 1956 per passare il capodanno sullo Sperone della Brenva del Monte Bianco. Durante l’avvicinamento incontrarono Bonatti e Gheser che invece volevano tentare l’ascensione invernale della Via della Poire. L’ascensione di entrambe le cordate iniziò alle 4 del mattino di Natale, orario ideale per l’itinerario di Vincendon e Henry, ma già troppo tardi per quello che avrebbero dovuto percorrere Bonatti e Gheser. Infatti, la cordata di Bonatti fu costretta a discendere sulla Brenva e a seguire la cordata di Vincendon ed Henry. I quattro alpinisti vennero però colti da una violenta tempesta e costretti a un drammatico bivacco di 18 ore a quota 4.100 m. Bonatti e Gheser riuscirono a raggiungere il rifugio Gonella dove vennero salvati il 30 dicembre dalle guide alpine Gigi Panei, Sergio Viotto, Cesare Gex e Albino Pennard. Vincendon ed Henry che optarono invece per raggiungere direttamente Chamonix, dopo cinque giorni al gelo, morirono a 4000 m. di altezza nella carcassa di un elicottero precipitato nel tentativo di salvarli. Ecco come il caso Heny e Vincendon viene raccontato nella biografia “Bonatti. L’uomo e il mito” di Roberto Serafin (Priuli&Verlucca, 2012)

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La tragedia non si era ancora compiuta…

Bonatti gli salvò la vita

Il tragico Natale del 1956 sul Monte Bianco si lasciò dietro strascichi polemici e Bonatti ribadì, casomai ce ne fosse bisogno, che esisteva una sola verità, la sua. Lo fece molto arrabbiare l’annuncio sul notiziario “Lo Scarpone” dell’uscita del libro di Yves Ballu Naufrage au Mont Blanc in Francia nel 1998. Mandò una seccatissima lettera alla Presidenza del Club Alpino Italiano. “Mi riferisco a una frase pubblicata alla pagina 22 di Lo Scarpone del corrente mese di settembre: Le testimonianze raccolte ora dall’autore Yves Ballu sarebbero in contrasto con quanto pubblicato da Bonatti… Ebbene, quanto da me pubblicato corrisponde totalmente al vero e, per l’occasione, sarà dimostrato in dovuta sede. È vero che Ballu nel suo libro tende a far credere cose false. Ma lui è fatto così. E chi lo ascolta, o gli fa da specchio, non brilla certo per discernimento e ancor meno per oculatezza. Lo Scarpone, notiziario della sede centrale del CAI, tragga dunque le sue conclusioni”.

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Silvano Gheser (a destra) con Walter Bonatti che lo condusse in salvo.

A quel naufragio Bonatti dedicò in effetti un capitolo memorabile del suo classico libro Le mie montagne, poi ripreso in Montagne di una vita. Certo avrebbe preferito non rivangare, ma quel nervo era ancora scoperto e Bonatti si lasciò trascinare da un impeto di rabbia nel dare del falsario a Ballu. Scrittore e ingegnere, il francese si è peraltro rivelato assai meticoloso nel ricostruire ogni particolare della tragedia in questo libro molto apprezzato dalla critica e dal pubblico: un volume che suscita un profondo sentimento di pietà per la lunghissima agonia dei giovani François Henry e Jean Vincendon, un belga e un parigino, inchiodati su un ghiacciaio per più e più giorni.

Ballu ha anche saputo focalizzare nel libro il ruolo svolto dal Soccorso alpino. Del resto la storia dei soccorsi nell’ultimo mezzo secolo sarebbe incompleta se non comprendesse, sia pure per sommi capi, la lunga tragedia dei due “naufraghi del Monte Bianco” rimasti bloccati per dodici interminabili giorni, fino alla loro fine. Un vero elettrochoc nell’ambiente di montagna e nell’opinione pubblica, un trauma che si tradurrà in una profonda riforma del Soccorso alpino. Presi in trappola dalla tempesta insieme con Bonatti, al quale avevano ceduto una piccozza in cambio di quella di Walter che era incrinata, Henry e Vincendon finiscono per ritrovarsi soli, sperduti a 4 mila metri di quota. Dopo dieci giorni di smarrimento e di sofferenza, dopo che il celebre Lionel Terray, eroe dell’Annapurna, ha inutilmente tentato di raggiungerli via terra con una squadra di volontari, i due vengono abbandonati nel relitto di un elicottero Sikorsky che si è schiantato vicino a loro tentando una manovra disperata.

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Il libro di Yves Ballu che ricostruisce la tragedia di Henry e Vincendon (sopra il titolo un particolare della copertina Domenica del Corriere con l’elicottero precipitato nel tentativo di salvarli).

Davanti a questa immane tragedia risuonano vane le parole di Massimo Mila che tre anni prima invitava a non drammatizzare l’alpinismo “il cui poco piacevole privilegio è di polarizzare ogni tanto su di sé i fuochi della pubblicità e di dare il via, proprio per l’ambiente in cui si svolge, impressionante e sconosciuto alla gran maggioranza di coloro che ci vogliono metter bocca, a un mare di chiacchiere inesatte e malevole”. È sicuramente vero, come afferma il celebre musicologo nonché accademico del CAI, che “da quando esiste, l’alpinismo ha conosciuto più d’una volta ondate di esecrazione pubblica, con invocazioni di proibizioni dall’alto, di divieti e di sanzioni ai contravventori”. È capitato anche questa volta.

Ma tra i crepacci del Bianco è avvenuto un fatto nuovo. Nel metabolizzare la sconvolgente tragedia di cui gli inviati dell’epoca ci lasciano in eredità immagini impressionanti, da nodo alla gola, l’opinione pubblica e soprattutto le autorità francesi si sono rese conto che occorreva mettere ordine nel soccorso in montagna. Occorreva impedire che si ripetessero casi analoghi di lentezza e indecisioni inammissibili, mettendo fine al lassismo che sembrava insinuarsi anche nelle coscienze più rette degli uomini di montagna.

Risultò più che mai necessario insomma che l’esito dei salvataggi non dipendesse più soltanto dalla buona volontà degli uomini e che la soluzione fosse da ricercare nell’istituzione di un grande servizio pubblico incaricato di questa missione. Naturalmente non si trattò di una faccenda solo francese e Bonatti con i suoi compagni ebbe il merito, sia pure involontario, di avere aperto questo capitolo. “La lunga agonia dei due alpinisti – argomenta Pietro Crivellaro che si è assunto il compito di tradurre il libro di Ballu – scatena uno psicodramma collettivo: come si sono cacciati in un guaio simile? Perché i soccorritori devono rischiare la pelle per salvare due incoscienti? Ma come hanno fatto a sopravvivere così a lungo esposti alle intemperie, al gelo e al vento micidiale, senza una tenda, senza mangiare? Da dove traggono la prodigiosa capacità di lotta e di sacrificio, quello strenuo attaccamento alla vita? Con il progressivo fallimento dei soccorsi e il definitivo abbandono dei due disgraziati gli interrogativi cedono il campo ai sentimenti estremi dello sconforto e della pietà, allo smarrimento che ogni uomo prova nell’imminenza della morte”.

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Gli alpini recuperano nel 1956 il malconcio Gheser trasportandolo a valle su una slitta.

La commissione del Soccorso alpino della Fédération Française de la Montagne et de l’Escalade, riunita nel 1957 in seduta straordinaria, rese omaggio, come riporta Ballu, a “tutti coloro che si sono prodigati con una generosità degna di miglior fortuna e purtroppo invano”, precisando che “contrariamente a quanto erroneamente affermato da qualcuno, l’obbligo di prestare soccorso agli alpinisti in difficoltà è scritto a chiare lettere nella legge”. Inoltre si rifiutò “di esprimere il sia pur minimo giudizio sulle responsabilità di Vincendon e Henry e sulla legittimità dei rischi da essi affrontati, rammentando che tra i soccorritori, gli alpinisti o i marinai, non vige l’usanza di soppesare le responsabilità prima di prestare soccorso ai loro compagni in difficoltà, e che quel che preme prima di tutto è tentare di soccorrere e di salvare, anche se si dovesse per questo esporsi a rischi gravi: il diritto umanitario viene prima del diritto di critica o di lagnanza”.

Parole importanti che fanno parte in tutto il mondo delle linee guida di ogni soccorso alpino degno di questo nome. Non fosse che per questo aspetto, il libro di Ballu meriterebbe il massimo rispetto. “Da buon ingegnere che non trascura alcun dettaglio – osserva Crivellaro – Ballu compie le sue precisazioni sulla base delle diverse testimonianze, rilevando senza peli sulla lingua che Bonatti rimuove particolari che potrebbero metterlo in cattiva luce o suggerire qualche sua responsabilità. Ma una volta andato a fondo della sua inesorabile istruttoria, conclude che, malgrado ciò, Bonatti non poteva comportarsi meglio, che Bonatti ha sempre fatto le scelte giuste, soccorrendo i due francesi fin dove possibile, mettendo poi in salvo se stesso e salvando la vita al compagno di scalata Silvano Gheser grazie alla sua lucidità e alla sua tempra eccezionale”.

da “Walter Bonatti. L’uomo, il mito” (Priuli&Verlucca, 2012), per gentile concessione

2 thoughts on “Se ne è andato Gheser. Fu tra i “naufraghi del Monte Bianco”

  • 11/10/2016 at 10:56
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    L’anno della scomparsa è stato corretto: 2016 e non 1916. La redazione si scusa per la svista cortesemente segnalata dagli amici lettori.

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  • 11/10/2016 at 10:51
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    segnalo una svista: immagino che Gheser sia morto nel 2016 e non nel 1916.

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