Il caso Kosterlitz. Fisici e montagna, un idillio senza fine

La notizia dell’assegnazione del Premio Nobel per la Fisica a John Michael Kosterlitz, professore di fisica alla Brown University, è stata accolta con esultanza dalla comunità alpinistica. Perché Kosterlitz, oltre a essere un fisico di dichiarata fama, è anche un fortissimo alpinista che ha lasciato traccia indelebile del suo passaggio sulla parete nord est del Badile, in Val Bondasca, e in Valle dell’Orco dove la “fessura Kosterlitz” è una via quasi obbligata per i climber di classe. Ma il caso Kosterlitz non è nuovo. Tra i fisici e la montagna il rapporto è curiosamente molto forte come dimostrò sul finire degli anni Venti, all’Istituto di Fisica dell’Università di Roma (sito in via Panisperna e diretto da Orso Mario Corbino), un gruppo di giovani fisici raccolto intorno alla figura di Enrico Fermi: i famosi “ragazzi di via Panisperna” che si trasformarono in uno dei più agguerriti gruppi di ricerca nel neonato settore della Fisica nucleare. Un aspetto secondario ma non privo di interesse della loro storia è costituito dal forte rapporto con la montagna e l’alpinismo che questi fisici hanno condiviso per un significativo periodo, tra di loro e con altri giovani scienziati dell’ambiente romano dell’epoca. Ecco come Gianni Battimelli, che insegna al dipartimento di Fisica dell’Università La Sapienza di Roma, racconta quegli anni mettendo a fuoco la figura di Mario Salvadori autore del libro “Addio alle crode” (CDA& Vivalda 2004, 120 pagine, 12 euro) curato da Italo Zandonella Callegher: un’autobiografia alpinistica di Salvadori (1907-1997) che fu collaboratore di Enrico Fermi e che al pari di Fermi fu costretto per le famigerate leggi razziali fasciste a emigrare negli Stati Uniti. In un incantevole flash-black, Salvadori rivive sei estati dolomitiche, la “consacrazione” con l’inatteso distintivo del Club Alpino Accademico Italiano e l’amicizia con mostri sacri quali Severino Casara, Antonio Berti e il fuoriclasse Emilio Comici.

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Mario Salvadori (1907-1997), il primo a sinistra nella foto, fu ammesso tra i soci del Club alpino accademico. A destra il fisico Edoardo Amaldi. Nella foto sopra il titolo Mike Kosterlitz insignito nel 2016 con il Premio Nobel per la fisica.

I ragazzi di via Panisperna e la passione per le cime

Che la passione per la montagna, nelle forme più disparate, fosse un tratto distintivo comune a quasi tutti i protagonisti dell’ambiente fisico-matematico romano di quel tempo è cosa abbastanza risaputa. Emerge con evidenza dalle varie biografie di Fermi e dalle memorie autobiografiche dei vari Amaldi, Rasetti, Segrè, e di alcuni dei loro amici e compagni di escursioni come Giovanni Enriques.
Forse non si è mai prestata sufficiente attenzione all’importanza che la pratica dell’alpinismo ha rivestito (almeno per alcuni membri di quel gruppo e per un certo periodo di tempo) e al livello qualitativo delle salite che quei giovani cittadini (divenuti poi famosi per ben altre ragioni) riuscivano a realizzare. Se per alcuni (Fermi compreso) la pratica degli “sport di montagna” si esauriva in poco più che lunghi giri in bicicletta o più o meno faticose escursioni, per altri bisogna parlare decisamente di un alpinismo di buon livello, se si considerano i tempi e la situazione storica. Anche se non disponiamo di documenti che permettano una ricostruzione completa dell’attività in montagna di quei giovani scienziati, una lista sia pure parziale di ascensioni, quale quella che si può ricavare dai diari e dalle corrispondenze, è sufficiente a dare un’idea della qualità dell’alpinismo praticato (ricordiamo che stiamo parlando degli anni Venti e Trenta, e di giovani cittadini senza guida, provenienti da una città, come Roma, certamente non ricca di tradizioni alpinistiche di rilievo):

  • Lyskamm, Punta Dufour, Cresta Signal alla Punta Gnifetti (Rasetti e Martinoli, 1923)
  • Torri del Vajolet e parete S della Cima Rosetta nelle Pale di San Martino (Herron, Segrè, Franchetti, Ciaranfi ed Enriques, 1926)
  • Cima Piccola di Lavaredo (Enriques, Segrè e Amaldi, 1926),
  • Campanile Rosà nelle Dolomiti di Cortina e Campanile di Val Montanaia (Amaldi e i fratelli Salvadori, 
(1927)
  • Dents des Bouquetins, Dent d’Hérens e traversata del Cervino (Rasetti, Enriques e Segrè, 1927),
  • Cresta S dell’Herbetet, Dente del Gigante, Aiguille Verte per la Cresta del Moine (Rasetti e Amaldi, 
1928),
  • Prima ascensione invernale del Mount Whitney in California (Rasetti con Fritz Zwicky, 1929),
  • Grande Rousse parete E (Rasetti e Amaldi, 1932),
· Grand Combin (Amaldi, Enriques, Franchetti e Racah, 1932),
  • Traversata del Lyskamm (Amaldi 1932).
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Gianni Battimelli, fisico alpinista.

Per non parlare delle ascensioni in Dolomiti compiute tra il 1928 e il 1932 da Mario Salvadori con compagni come Emilio Comici e Severino Casara. Nel corso degli anni Trenta, la pratica attiva dell’alpinismo cominciò a perdere gradualmente di importanza per tutti i membri del gruppo. Salvadori si dedicò in modo intensivo all’arrampicata fino a essere nominato Accademico del CAI nel 1931, ma subito dopo interruppe l’attività a seguito di una brutta caduta durante un tentativo di via nuova alla parete sud-ovest della cima Witzenmann, nel gruppo della Croda dei Toni. Per gli altri diventò sempre più coinvolgente il rapporto con la ricerca scientifica, che finì con l’imporsi come un legame totalizzante. Salvadori ricorda che Amaldi “era un buon rocciatore, ma fin da allora si era dato tutto alla Fisica e non aveva tempo per dedicarsi alla roccia con l’impegno richiesto per diventare un accademico del Club Alpino Italiano. Avevamo in mente cime diverse”.

Gianni Battimelli

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