Il grande Det, alpinista e contadino

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Reinhold Messner ha scritto: “Io il Det l’ho conosciuto sul Lhotse. Era magro, aveva la pelle delle mani rugose come la corteccia di un larice e camminava agile e veloce come un camoscio”.

Classe 1934, Giuseppe Alippi, il Det per gli amici, è considerato uno dei grandi dell’alpinismo lecchese. Superata la soglia degli ottant’anni, si merita un libro con un titolo sorridente e un po’ enigmatico, Il grande Det (Corbaccio, 207 pagine, 18,60 euro), e un autore prestigioso: quel Giovanni Capra che ha dato notevole prova con il premiatissimo Due cordate per una parete sulla conquista italiana della nord dell’Eiger. Il Det, da non confondere con l’altro altrettanto grande Alippi, il “ragno” Gigi che purtroppo se ne è andato recentemente, ha detto la sua in quella stagione eroica dell’alpinismo italiano in cui sono emersi tra i “paracarri” delle Grigne i Cassin, i Bonatti, i Mauri e i Ferrari. Ai Resinelli il Det è un uomo simbolo e quando lo si incontra sullo sfondo dei suoi amati calcari, è come un’apparizione. Det accetta volentieri gli elogi e i tributi che Lecco gli offre e gli ha offerto nel 2015 per il suo ottantesimo compleanno, ma ci tiene soprattutto a fare emergere la sua figura di contadino e boscaiolo. Non a caso alla sua non più tenera età, va ancora nel bosco a far legna e parla della montagna come di un grande amore che è sempre dovuto coesistere con il lavoro, la stalla, la caccia.

Quando gli si domanda se oggi, a 81 anni, si sente più alpinista o più agricoltore risponde: “Io mi sento più contadino perché sono nato con le mani nella terra e tutto il resto è stato un piacevole diversivo”. Si spiega così che le pagine più appassionanti – questione di gusti – nel libro di Capra non riguardino i capitoli tutt’altro che scontati dedicati alle imprese del Det (che è stato anche un valoroso soccorritore), dalla Couzy alla Cima Ovest di Lavaredo fino alle esperienze himalayane e patagoniche. Sia chiaro, in quella Patagonia, che gli è rimasta nel cuore, il Det ci è andato per ben 15 volte e questo basterebbe a giustificare il rilievo che occupa nella storia dell’alpinismo extraeuropeo: tre volte per navigare su un canotto gli imponenti fiumi che si  riversano nei mari ai confini del mondo e quattro per salire il Cerro Campana la cui vetta ha finalmente raggiunto nel 2005 dopo tre tentativi .

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Un fragrante omaggio di Lecco per i suoi ottant’anni…

Ma va ribadito che il maggior piacere nella lettura del libro di Capra lo si può ricavare nelle descrizioni del lavoro nei campi e con le bestie che il Det faceva appassionandosi, attento a ogni dettaglio come quando affrontava le più difficili pareti. Per non intaccare il fieno dell’inverno, Capra riferisce che in autunno il Det tagliava erba fresca, il cosiddetto quarto taglio. Tagliava tutti i giorni quasi sempre di pomeriggio, perché il mattino, con la rugiada autunnale, l’erba era sempre bagnata. Doveva a tutti i costi essere asciutta, ma fresca: bastava un giorno perché cominciasse a fermentare, diventando nociva per le mucche, che rischiavano la mastite. Non è detto che l’alpinismo sia sempre una faccenda di falliti come ipotizzò provocatoriamente l’indimenticabile Motti. (Ser)

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