L’u fada, l’u fada. Collezionare cime a Milano

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Ambrogio Fogar, qui con Reinhold Messner, è stato un buon collezionista di vette. Sopra il titolo una scalata domenicale ai conglomerati dei Giardini pubblici. (Ph. Serafin/MountCity)

L’alpinista medio milanese sembra trovarsi a suo agio su calcari e graniti ma, in base a un sondaggio di mountcity.it, ha un debole per le piodesse striate di lichene della Val Masino. Un tempo stava come il gatto nella legnaia sui conglomerati dei Giardini Pubblici a Porta Venezia, frequentatissime palestre d’arrampicata. La rassegna “Cime a Milano” organizzata dal Cai con l’Università degli studi (dal 3 al 5 novembre 2016) riapre in queste giornate autunnali orizzonti forse dimenticati. Di che stampo è l’alpinista milanese? Forse è meneghina la vocazione a mettersi nei guai con scarso o nullo giudizio. Non a caso al Cai i “Senza Guide” li chiamavano “Senza Giudizio”. Esistono esempi luminosi in proposito: accademici del Cai come il conte Leonardo Bonzi, spericolato aviatore che trasvolò l’Atlantico con il fragile ”Angelo dei bimbi” e si capottò davanti al Dente del Gigante. O tostissimi imprenditori come Guido Monzino, alpinista che Cassin definì ingenerosamente “all’acqua di rose”. O assicuratori diplomati in ragioneria come Ambrogio Fogar navigatore sopraffino, maratoneta, alpinista legato alla corda del prediletto Graziano Bianchi meritevole di avere restaurato in stile alpino l’ardita Torre Campari al Parco Sempione. La storia procede senza troppi salti in questo piccolo mondo antico dell’alpinismo meneghino. Un geologo milanese, Franco Michieli, con la sua antiquata aria da sognatore barbuto, ridisegna dagli anni Ottanta i confini dell’avventura mettendosi alla prova in grandi traversate, rigorosamente a piedi, delle maggiori catene montuose d’Europa. Ma, a proposito, chi ha detto che è principalmente la barba a connotare il tipo ascetico-avventuroso? Alessandro Gogna, alpinista-guru che ha messo radici sui Navigli, stupì quando da giovane (non che oggi non lo sia) si presentò a un convegno presso la Cassa di Risparmio: impeccabile rasatura, giacca di tweed di buon taglio, accento spiccatamente genovese. Niente a che vedere con il rude lecchese di origini venete Riccardo Cassin che Fosco Maraini definì giustamente un uomo-rupe.

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Una disavventura di Leonardo Bonzi, pilota e alpinista, accademico del Club alpino (arch. Cai Sezione di Milano, per gentile concessione).

Non era un uomo-rupe nemmeno il mite Rolly Marchi che ha animato a lungo fino alla scomparsa gli ambienti sciistici e arrampicatori milanesi, né lo è mai stato il gioviale Camillo Onesti, leader del gruppo alpinistico Fior di Roccia, coach della valanga rosa di fondo alle Olimpiadi di Lillehammer, tra i padri della Stramilano. Da milanesone un po’ ganassa, Camillo esibiva decine, centinaia di cime conquistate, anzi fatte. Durante le escursioni le indicava orgogliosamente una per una con il fatidico ritornello “l’u fada, l’u fada”. Fare una punta, come spiega l’insigne Massimo Mila, è tipico dell’alpinista che “crea la montagna nell’atto stesso di dominarla”. E forse questa vocazione al dominio è un altro dei requisiti dell’alpinista milanese di cui si sono qui indicati alcuni stereotipi…ma forse sarebbe meglio dire alcuni tipi, omettendo lo stereo. Proprio dei bei tipi. (Ser)

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Per il programma dettagliato e per gli approfondimenti

sulla manifestazione “Cime a Milano”: www.cimeamilano.unimi.it

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