La scuola che da 80 anni avvicina le cime a Milano

10476388_557210501052406_4748657638197207603_nL’alpinismo, utile come il lavoro secondo Guido Rey, nipote dello statista Quintino Sella, poteva non eleggere la laboriosa Milano come sua madre nobile? Torino che ha tenuto a battesimo il Club Alpino Italiano, godrà pur sempre della vista di 450 chilometri di catena alpina. Ma Milan l’è un gran Milan e all’ombra della Madonnina cova inesausti ardori alpinistici. Lo dimostra in questo autunno l’esordio della rassegna “Cime a Milano”(dal 3 al 5 novembre) che ha sede nel cuore della città, in via Festa del Perdono, dove si affaccia l’Università degli Studi. A Milano se gli ingombranti grattacieli della nascente CityLife glielo consentono, nelle giornate di fohn lo spettacolo delle Alpi è incomparabile, come notò un certo Leonardo Vinci che, salendo tra le guglie del Duomo, schizzò da par suo le Grigne con annesso Resegone. Da tempo poi, senza dover consumare benzina, esistono a Milano attrezzatissime palestre di arrampicata indoor a portata di metrò. Generazioni di milanesi si sono fatti le ossa arrampicando sulle falesie di conglomerato sui bastioni di Porta Venezia (particolare curioso: oggi il bouldering va di moda, ma di sassisti in giro per i bastioni non se ne vedono più). E’ un mondo a parte, anche nella gran Milan, quello degli alpinisti che il 2 dicembre celebrano gli ottant’anni di un’istituzione gloriosa, la Scuola Parravicini del Cai Milano. Sono persone dall’aria serena ed equilibrata, con i loro vezzi e una vena autoironica che sgorga da un ceppo antico: quello dei Glasg, gruppo di alpinisti “senza giudizio”, all’inizio del secolo scorso, refrattari alle guide alpine. Un esempio? Carletto Negri, inflessibile direttore della citata Parravicini, fustigava scherzosamente gli allievi con la frase “semm minga chi per divertiss” pronunciata a titolo di sprone nei momenti in cui la montagna si opponeva. E’ inoppugnabile, in montagna talvolta c’è poco da divertirsi.

Quanto agli stereotipi, quello più accreditato all’ombra della madonnina riguarda in verità “el milanes in mar” che si suppone piuttosto imbranato quando lascia la terraferma. E che assume “una faccia un po’ così” dopo che è stato a Genova, come celia il cantautore Paolo Conte. Poi venne un milanese di nome Giovanni Soldini a porre, con le sue adrenaliniche traversate oceaniche in barca a vela, il nome di Milano sui gradini più alti della marineria internazionale. C’è poi stereotipo e stereotipo. Agostino Da Polenza, manager alpinista bergamasco, ha teorizzato in un libro scritto con Luca Gambirasio la montagna come scuola di management dove si respira più che altro l’atmosfera di piazza Affari. Bruno Bozzetto, emulo milanese di Walt Disney, individuò alcuni stereotipi in un librino intitolato “Viva gli abominevoli sciatori”, mettendo in luce forme di nevrosi tipiche della società dei consumi: nucleo, questo, della poetica bozzettiana. Stereotipo per stereotipo, chi faceva “quater pass” in Galleria per recarsi al Cai o alla Sem (Società Escursionisti Milanesi) della montagna apprezzava in tempi ormai remoti l’orrida bellezza determinata da spaventose pareti, ansie tormentose, temerari scalatori che domavano certe gole paurose del gigante alpino. Lo stesso Walter Bonatti, che le nebbie meneghine le ha respirate a pieni polmoni ai tempi della sua collaborazione con Mondadori, ha rappresentato nell’immaginazione collettiva uno stereotipo, come giustamente osserva Enrico Camanni, “relegando l’alpinismo in un mondo immaginario fatto di eroi e di pazzi, insomma di gente diversa”. (Ser)

Per il programma dettagliato e per tutti gli approfondimenti sulla manifestazione “Cime a Milano”: www.cimeamilano.unimi.it

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