E il camerata Manaresi ordinò: il Breuil non si tocca

annuario-bg-2015Spulciando tra le pagine del bellissimo Annuario 2015 del Cai Bergamo, fra i tanti saggi e articoli meritevoli di attenzione emerge sotto il titolo “Cervino off limits?”, una pagina di storia rimossa, addirittura ignorata nel corso delle celebrazioni per il centocinquant’anni della prima salita. Riguarda la battaglia condotta dal presidente generale del Cai Angelo Manaresi nel 1934, d’intesa con il poeta del Cervino Guido Rey, per impedire che la strada carrozzabile salisse alla conca del Breuil. “L’orribile réclame”, raccomandò inascoltato Manaresi quando capì che la partita era perduta, “non urli al cospetto di simili bellezze!”. Un presagio, evidentemente di quello che sarebbe successo più tardi, quando la Gran Becca divenne muta testimone degli orrori e dei soprusi del “nuovo” turismo di massa (e anche, s’intende, del benessere tanto atteso dalla popolazione della vallata).

Nell’annuario del Cai una pagina dimenticata

Nel calendario delle celebrazioni per i 150 anni dalla prima scalata del Cervino era stata inserita, a Cervinia e Zermatt, anche una Giornata del silenzio. Così per tutto il 14 luglio il Cervino è stato simbolicamente “chiuso” agli scalatori, e ciò in memoria degli alpinisti (cinquecento) che, negli anni, hanno perso la vita sulla montagna, e dei morti della prima cordata che raggiunse la vetta. C’era in realtà chi avrebbe desiderato che questo silenzio si prolungasse. Autore del bel libro “Nel vento e nel ghiaccio” (Sperling & Kupfer, 266 pagine, 18,90 euro) sulla storia della Gran Becca che ho avuto il piacere e l’onore di presentare al TrentoFilmfestival, il collega giornalista milanese Paolo Paci spiegò che se fosse stato nei panni del responsabile marketing di Cervinia, avrebbe messo le ascensioni in moratoria per 99 anni. “Divieto assoluto”, s’infiammò Paci, “non solo di scalare il Cervino, ma anche di fotografare, di filmare, di sorvolare. Finché la vetta non riacquisterà l’originale sacralità”. Pura utopia, naturalmente. Ma il fondato timore che certe montagne si trasformino in luna park è in realtà di antica data. Nel 1934 il presidente generale del Cai Angelo Manaresi scrisse un editoriale sullo Scarpone contro la strada all’epoca programmata per strappare il Breuil alla sua incantevole solitudine. Parole profetiche anche se avventate, di un ambientalista “di regime” che sapeva il fatto suo.

Ho ripescato il suo articolo sulla prima pagina dello Scarpone del 16 novembre 1934. Senza troppe perifrasi, com’è sua consuetudine, il “fascistissimo” Manaresi, ironicamente definito il podestà delle altezze, si avventura in una donchisciottesca battaglia contro i mulini a vento. E ciò per il semplice motivo che l’avversare strade e funivie è palesemente in contrasto con gli interessi di un regime che in quegli anni conquista il consenso anche mediante moderne e gigantesche opere che colpiscono l’immaginazione delle masse, come il risanamento delle Paludi pontine e, appunto, quella che diverrà la funivia più alta d’Europa.

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“L’orribile réclame”, scrisse il presidente fascista del Cai, “non urli al cospetto di simili bellezze!”. Qui sopra l’arrivo di una tappa del Giro d’Italia. Nella foto sopra il titolo la conca del Breuil d‘estate.

Eppure quella strada che viola la splendida conca del Breuil non s’ha da fare, secondo il presidente del Cai, “né ieri, né oggi, né mai”. O meglio, deve arrestarsi all’inizio della conca. “E, se alberghi hanno da sorgere, essi siano intonati all’ambiente e sia rispettato il verde e il bosco, e l’orribile reclame non urli, al cospetto di sì divine bellezze”, sentenzia Manaresi. “Un piano regolatore s’impone”, scrive ancora Manaresi, “ma non fatto da albergatori che altro non conoscono se non il proprio guadagno e la comodità dei clienti podagrosi e asmatici”. Peccato che le sorti del Breuil siano segnate da inarrestabili speculazioni che in soli tre anni trasformano la conca in un divertimentificio con alberghi di lusso pieni di “gagà” e di funivie che dilagano fino a quota tremila e oltre, in un tripudio di cavi e di piloni d’acciaio.

Non pago, Manaresi cerca di conquistarsi il consenso dell’amico Guido Rey, il poeta del Cervino, “conquistatore, apostolo della divina montagna che, avanti negli anni, si godeva il suo Cervino di lassù, dalla sua casa del Breuil”. Con Rey il presidente condivide il “senso amaro e sconsolato, come di profanazione intollerabile, che provano coloro – e sono anime elette – che amano, del Cervino, l’isolamento aspro e superbo, e i divini silenzi e la difficile conquista. E che, del picco scagliato verso il cielo, conoscono tutti i segreti, di nevi e di ghiacci, di vette e di saette, di cenge e di strapiombi”.

Non tarda ad arrivare la risposta di Rey che, dal letto di dolore, scrive a Manaresi in risposta al suo perentorio invito a “tenere d’occhio il Cervino”. “Possa questo Tuo alto monito”, scrive Rey, “essere raccolto ed obbedito. Nei sogni della febbre il terrore di quanto stanno preparando lassù mi angoscia più che io non voglia dire. Penso che i miei pacifici pastori vecchi amici e vicini stanno vendendo agli invasori i loro bei prati, possesso avito e sicuro…Sì, ciò che più di tutto mi spaventa per l’avvenire della montagna è questo sostituirsi delle antiche colture con le nuove imprese di cittadini ignari della grande bellezza naturale dei monti, tesoro inesausto, possesso delicatissimo che non ritorna più quando sia distrutto”.

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Angelo Manaresi, presidente del Cai durante il ventennio.

Un mese dopo, in un più meditato editoriale sulla Rivista mensile (dicembre 1934), il presidente del Cai si vede costretto ad addolcire le sue posizioni davanti al fatto compiuto e al consenso che trabocca inequivocabilmente dalle prime pagine dei giornali. La nascita di Cervinia, dopo Littoria, Sabaudia e Pontinia, dopo il varo del gigantesco transatlantico Rex, dopo l’entrata in funzione dell’autostrada Milano-Torino e la crociera con 22 idrovolanti di Italo Balbo da Orbetello a Chicago, non può che rappresentare una conquista per il progresso e il benessere del popolo fascista.

“La nuova strada Valtournanche-Breuil, che schiude la meravigliosa idilliaca conca del Cervino al rombante frastuono delle automobili”, scrive infatti soddisfatto Manaresi, “è stata salutata da un coro di osanna e già fantasiosi giornalisti vedono enormi folle domenicali popolare la zona, e funivie assaltare il Teodulo e il Cervino, e case, ville, alberghi conquistare la valle e i fianchi del monte, a stretto colloquio con le rocce e col ghiacciaio. Questa fiammata di ardente entusiasmo non deve andare perduta, se si vuole effettivamente che, dall’opera stradale, derivi alla zona la maggiore possibile somma di bene, ma nemmeno deve abbagliarci al punto da toglierci di vista i nudi contorni della realtà”.

Nel tracciare un bilancio delle celebrazioni per i 150 anni della prima scalata ci si è colpevolmente dimenticati di Manaresi e delle sue ammirevoli anche se patetiche sparate in difesa del Cervino. Ma non è che nella Vallée si siano tropo adoperati nel ricostruire una storia che li riguarda. D’impegno se ne è visto poco anche perché di soldi non ce n’erano complici i patti di stabilità e i buchi di bilancio e poco si è raccolto. Solo la buona volontà di pochi singoli (Hervé Barmasse e la sua infaticabile opera di promozione, Alessandro Gogna con la sua mostra, chi altri?) e il traino dei cugini elvetici hanno salvato la stagione insieme con il caldo infernale che ha reso preziosa e appetibile l’atmosfera delle alte quote. Ora tocca aspettare altri 50 anni, e finalmente allo scoccare del 200esimo della conquista potremo disturbare di nuovo il povero Cervino immerso nel suo sonno geologico. E ripeterci ancora una volta quanto il vecchio presidente del CAI avesse ragione di prendersi a cuore la sua sopravvivenza, il suo isolamento aspro e superbo. (R.S.)

dall’Annuario 2015 del Cai di Bergamo, per gentile concessione

One thought on “E il camerata Manaresi ordinò: il Breuil non si tocca

  • 08/11/2016 at 20:31
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    Angelo Manaresi fu un gerarca moderato e responsabile. Ovviamente risentí del clima dell’epoca, ma non si lasciò mai trascinare dal fanatismo.
    Ricordo come tentò di smorzare la polemica tra Comici e i Dimai dopo la salita della parete nord della Cima Grande di Lavaredo. E ricordo che nel dopoguerra fu ritenuto non colpevole di crimini fascisti.
    Se avesse prevalso Manaresi, oggi forse non esisterebbero gli orrori di Cervinia.

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