La magica reflex di Stefano Torrione…e anche la montagna diventa magia

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Stefano Torrione ritratto da Gaetano Lo Presti. Nella foto sopra il titolo il fuoco sul monte Emilius acceso nel giorno di San Pietro e Paolo. Uno scatto magistrale.

Stefano Torrione pensa, con qualche ragione, di essere uno dei migliori fotografi della Valle d’Aosta. Non sono d’accordo con lui. Abbiamo lavorato insieme tanti anni, per riviste di viaggio che non esistono più, e ho visto il suo obiettivo inquadrare paesaggi e uomini di tutto il mondo, sempre con la stessa acutezza e con la stessa tensione verso la verità. La mia opinione dunque è che Stefano sia uno dei migliori fotografi, punto, senza ulteriori distinzioni regionali. È però vero che la Valle d’Aosta è da sempre il suo terreno di gioco preferito, e le Alpi (intese come luogo d’elezione di una specialissima presenza umana) il suo più importante motivo ispiratore. Ora, al termine di un lunghissimo viaggio di cinque anni, ci presenta le Alpi, non solo quelle valdostane, come forse non le abbiamo mai viste. La mostra si intitola ALPIMAGIA Riti, leggende e misteri dei popoli alpini (presso il Museo archeologico regionale di Aosta, piazza Roncas 12, fino al 19 febbraio 2017), e ci introduce in un mondo parallelo, che viaggia, spesso invisibile, accanto alla nostra più banale contemporaneità, e ci regala profondità e significato. Un po’ come l’antimateria, che non si vede ma riempie il 90 per cento dell’Universo. È il mondo dello spirito dell’uomo primigenio, che le Alpi conservano come uno scrigno.

Stefano Torrione, fotografo. Dicci prima di tutto chi sei veramente.

“Veramente… sono un valdostano. È vero, come hai detto tu, che ho viaggiato per gran parte della mia vita in molti paesi del mondo, per conto di riviste nazionali e straniere. Ma alle Alpi sono sempre tornato. Nel 2016 ho presentato due progetti fotografici di lungo termine. La mostra Guerra Bianca, esposta in occasione del centenario della Grande Guerra al Palazzo delle Albere a Trento, in collaborazione con National Geographic Italia, è stata frutto di un lavoro triennale di esplorazioni fotografiche sui ghiacciai che furono teatro del conflitto mondiale. Ho impiegato invece più di cinque anni, percorrendo 100.000 chilometri attraverso sette regioni, e scattando 30.000 fotografie, per documentare 125 eventi rituali che compongono il progetto Alpimagia. Ho visitato l’intero arco alpino dalla Liguria al Friuli per riscoprire e raccontare i riti e le feste dei popoli alpini scanditi dal calendario contadino”.

Piemonte.  L' Orso di segale di Valdieri nella Val di Gesso più che quelle di un animale selvatico ha le sembianze di un fantoccio di paglia e viene cacciato e catturato quando esce dal letargo invernale.
L’ Orso di segale di Valdieri fotografato da Torrione nella Val di Gesso: più che quelle di un animale selvatico, ha le sembianze di un fantoccio di paglia.

Qual è stato il tuo rapporto di fotografo con la Vallée?

“Ho sempre cercato, nella mia regione, soprattutto gli aspetti della cultura, della vita e della tradizione, come nei lavori di NO S Atre le radici dell’anima, un grande affresco di tutto quello che succede in un anno in Valle d’Aosta, o in Le Maschere di Napoleone sull’arcaico carnevale della valle del Gran San Bernardo, o come in Combat Final sul mondo delle Batailles des reines. Ora per ALPIMAGIA ho allargato i confini della ricerca a tutto l’arco alpino, ma mantenendo sempre lo stesso sguardo, per metà antropologico, per metà affettuoso (in fondo, è il mio mondo)”.

Come definiresti il senso di questa mostra?

ALPIMAGIA è un affresco della ritualità alpina e della cultura popolare delle genti di montagna. ‘Non sanno i montanari di essere frammenti dello stesso sogno’, scrive Paolo Cognetti in uno dei testi inediti che accompagnano l’esposizione. Significa che sulle Alpi ci sono popolazioni diverse che parlano lingue diverse e che sono separate da valli impervie, ma che in realtà sono tessere di uno stesso mosaico che lega i destini di chi ha colonizzato e abita oggi le Alpi, reiterando, senza chiedersi più di tanto il perché, i gesti dei padri”.

Trentacinquemila scatti: qual è il tuo preferito e perché?

“Il fuoco sul monte Emilius acceso da Danilo Blanc nel giorno di San Pietro e Paolo il 29 giugno, perché è il fuoco più alto che ho trovato in tutti questi anni, perché è nella mia regione e perché secondo me racchiude tutti gli elementi del mio lavoro: le Alpi con la catena del Monte Bianco sullo sfondo e la Magia del fuoco acceso sulla neve e in alta quota. Anche se questa magia puzza un po’ di benzina: a 3500 m non brucia niente altro”.

Paolo Paci 

www.regione.vda.it

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