Fenomeno Cognetti, le sue 8 montagne già vendute in 25 paesi

blogger-image-2142695894
Il libro pubblicato da Einaudi e, nella foto grande sopra il titolo, l’autore Paolo Cognetti.

Che abbia il passo deciso del montanaro lo racconta Maurizio Crosetti il 10 novembre 2016 nelle pagine de La Repubblica. Ma il milanese Paolo Cognetti, scrittore di successo e montanaro per vocazione, marcia spedito anche nelle classifiche dei best seller. Appena uscito nelle librerie, “Le otto montagne” (Einaudi, 200 pagine, 18,50 euro) risulta già venduto in 25 paesi. C’è anche Mauro Corona tra gli estimatori di Cognetti, particolare che equivale a un certificato di laurea. Ed è Corona che lo presenta domenica 20 novembre alle ore 16 al Mudec di Milano, in via Tortona 56. L’evento ha un titolo stimolante, “La montagna come luogo dell’amicizia. Le scoperte, i silenzi, la forza granitica dei legami veri”, e fa parte della sterminata vetrina di BookCity che dal 17 al 20 novembre 2016 anima la Milano culturale. “Ho cominciato a scrivere Le otto montagne un giorno di giugno del 2014”, racconta Crosetti nel sito Blogspot, “scendendo con il mio amico montanaro per una gola che chiamano Vallone della Forca. È un toponimo comune sulle Alpi: la forca o forcella è un passo particolarmente angusto, che noi avevamo appena superato per buttarci giù dall’altra parte. Ci lasciavamo alle spalle un posto a cui, per motivi diversi, siamo entrambi legati. Un sentiero interrotto da una frana, una conca in cui raramente s’incontra qualcuno, un grande lago dall’aria cupa, gli ultimi boschi, ruderi, pietraie. Il posto che poi è al centro di questo romanzo che ho scritto. Camminando io e il mio amico non parliamo molto, però ci piace ogni tanto indicare le cose e condividere con l’altro i ricordi che alle cose sono legati. Su quel sentiero c’è la baita col tetto di lamiera dove io ho passato una notte, anni fa, senza chiudere occhio sotto il temporale, e poco dopo l’alpeggio in cui la mamma del mio amico saliva da bambina, in groppa a un mulo che ragliava alla luna. C’è il punto in cui lui ha bivaccato in primavera, illudendosi di passare una notte romantica con la sua futura moglie furibonda, e quello in cui io a dodici anni ho piantato la tenda con mio padre, dopo aver fatto il bagno nel lago e cantato davanti al fuoco. Queste storie le conosciamo già, ce le siamo raccontate tante volte, ma camminando per quei posti non è noioso riascoltarle, è come veder riaffiorare nell’altro i ricordi e si è contenti di essere lì mentre succede, onorati di venire accolti in quel luogo così privato. Noi due ci stupiamo sempre di aver condiviso gli stessi sentieri in una vita precedente, ed è probabile che una volta o l’altra ci siamo pure incontrati – io un bambino di città che camminava davanti a suo padre, lui un ragazzo di montagna scontroso e solitario – senza poter immaginare che in un futuro lontano vent’anni saremmo diventati amici. Queste sono le cose che di solito ci diciamo, e ce le saremo ripetute anche quella mattina di giugno”.

cognetti-in-repubblica
L’intervista che gli dedica il 10 novembre 2016 il quotidiano La Repubblica incontrandolo “tra la legna e il fieno e lontano dai social network”.

“Poi avevamo superato il colle, la forca”, continua a raccontare Cognetti. “Ecco un’altra sensazione che mi piace tanto in montagna: quegli ultimi metri prima dello spartiacque, il senso improvviso di apertura, il momento in cui puoi guardare di là e di colpo ti si stende davanti un mondo nuovo. Nessuno di noi due si era mai spinto in quel vallone. Non avevamo più racconti di là, niente più ricordi, niente più malinconia: prendevano il loro posto l’allegria della discesa e l’ebbrezza dell’esplorazione. L’altro versante era tutto diverso dal nostro, una gola sassosa che precipitava verso il fondovalle. In inverno aveva nevicato parecchio, così nel tratto più alto, anche se ormai era estate, ci buttammo giù scivolando per i nevai ghiacciati, il mio amico con la sua tecnica della raspa che più tardi gli sarebbe costata una caviglia, io a balzi perché non so sciare. In basso poi la neve finiva e cominciava un bosco secco, di larice e pino silvestre, con un sottobosco di erbe alte in cui il sentiero spesso si perdeva. Ma a noi piace quando in montagna si perde il sentiero, e te ne devi inventare uno. E a me personalmente piace essere quello che lo inventa, ma anche essere quello che segue l’inventore. Quella volta il mio amico andava avanti e io ero contento di seguire i percorsi tracciati da lui, perché dovevo pensare”.

Ecco a che cosa stava pensando Cognetti: da tempo voleva scrivere una storia di montagna, di padri e figli e di amicizia maschile. “Questi temi nella mia testa sono tanto legati tra loro. Sapevo che ci sarebbe stata una montagna intorno alla mia storia, un padre all’inizio di tutto, e due amici al centro; e sapevo che il suo respiro sarebbe stato più ampio del solito, per i modelli che avevo in mente e per la scrittura che volevo ottenere”. Il resto vale la pena di leggerlo nella versione cartacea del libro o sotto forma di e-book disponibile su iPhone, iPad, iPod touch e Mac.

“Mi ricordo i giorni in cui scrivevo l’ultimo capitolo”, conclude Cognetti, “di nuovo in giugno, lavorando per ore come non mi era mai successo, sentendo che non potevo permettermi di fermarmi, aspettare, perdere tempo, perdere il ritmo: uscivo a camminare, tornavo a casa e mi rimettevo a scrivere. Sono arrivato all’ultima frase negli stessi giorni dell’anno, dentro la stessa baita, sullo stesso tavolo dove avevo scritto la prima. Si può dire che abbia cominciato a scrivere questa storia quand’ero bambino, perché è una storia che mi appartiene quanto mi appartengono i miei stessi ricordi. In questi anni, quando mi chiedevano di cosa parla, rispondevo sempre: di due amici e una montagna. Sí, parla proprio di questo”.

Vedi anche:

http://paolocognetti.blogspot.it/2016/11/le-otto-montagne.html

Commenta la notizia.