Wilderness, solo uno stato d’animo?

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Valentina Scaglia. Nella foto in alto wilderness nel triangolo Lariano. (ph. Serafin/MountCity)

Erano in tanti a pigiarsi giovedì 10 ottobre 2016 nell’accogliente auditorium della Hoepli, garbatamente accolti dal titolare Ulrico Carlo Hoepli. Tutti piuttosto curiosi di ascoltare e ammirare Valentina Scaglia, giornalista e instancabile viaggiatrice, che presentava il suo libro “Wilderness in Italia. A piedi nei luoghi del silenzio” (edito dalla stessa Hoepli, 246 pagine, 24,90 euro). Accanto a lei Marco Albino Ferrari, direttore di Meridiani Montagna, che nel poco tempo concesso dal simpatico evento ha cercato di mettere a fuoco il concetto di wilderness di cui non esiste l’equivalente in italiano a meno che non ci si prenda l’arbitrio di parlare di “selvaggità”. Si tratta di un aspetto della natura ormai raro da trovare da noi in Italia, spiega Ferrari, basta osservare la pianura padana una sera dall’aereo in fase di atterraggio e notare quella fiumana di luce che forma un lago compatto e impenetrabile. Ha ragione Ferrari. Wilderness è un concetto che poco si adatta a quella natura che appare nelle cartoline della nostra Italia pittoresca e rassicurante, con il levigato paesaggio montano con i pascoli fioriti, i boschi, le mucche che ruminano sotto il sole. Vero, verissimo: non esistono più i boschi di una volta come ha spiegato Valentina (e Lorenza Russo, autrice di un manuale Hoepli sull’andare per boschi ha annuito). Purtroppo la ragione non è che la natura ha fatto di sua iniziativa il suo corso, la ragione è che l’uomo ci ha messo lo zampino (o lo zampone?). Cioè sono cambiati i bovini che ora, come tutti sanno, non pascolano più, a parte qualche razza autoctona, e sono chiusi in stalle tecnologiche, alimentati con mangimi arrivati chissà da dove, mentre cresce il consumo di suolo dovuto alle monoculture di mais zootecnico che invadono le vallate. Così la boscaglia dappertutto tende a riprendere il sopravvento. Valentina Scaglia ha mostrato con eloquenti immagini l’inselvatichirsi del territorio, la desertificazione dei villaggi che oggi ha un nome: abbandono e rinaturalizzazione. “Luoghi in cui la presenza umana ‘non è prevista’: l’antitesi del turismo”, specifica l’autrice. E’ prevista invece, con parsimonia, la presenza umana nella bellezza selvaggia del Parco nazionale della Val Grande per il quale per la prima volta negli anni Ottanta la terminologia “WIlderness” è stata adottata da organismi ufficiali statali. Il capitolo dedicato alla Val Grande è il quarto su 14 nel libro della Scaglia che giustamente indica in quest’area spopolata e considerata “protetta” (ma sarà del tutto vero?) la nascita in Italia del mito della Wilderness. “In vent’anni”, annota l’autrice, “è cresciuto e si è affermato il mito Val Grande, una risposta all’omogeneinizzazione della montagna, alla celebrazione dei panorami-cartolina, all’affermazione del turismo in quota con i suoi grandi rifugi, i mega impianti per lo sci, le folle sui sentieri”. Tutto vero, tutto giusto salvo forse le folle sui sentieri che in Italia non capita di notare. Basta allontanarsi di pochi minuti dai parcheggi e l’idea di “selvaggitudine” torna ad affacciarsi, a torto o a ragione. I milanesi “de gamba bona” ne sanno qualcosa quando la domenica si riappropriano dei loro sentieri nelle Grigne e nel Triangolo Lariano. In beata solitudine, salvo in casi particolari. (Ser)

3 thoughts on “Wilderness, solo uno stato d’animo?

  • 15/11/2016 at 11:27
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    sono appena tornato dalla via del sale varzi/sori e ho incontrato lungo il percorso solo una persona e diverse tracce di lupi, non so se questa si può definire wilderness, ma certo che in Italia ci sono ancora molte zone dove il contatto con la Natura è ancora molto forte

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  • 12/11/2016 at 10:49
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    Wilderness? Perché non diciamo “natura selvaggia”? Perché non usiamo la nostra bella lingua italiana quando esiste il vocabolo corrispondente?

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  • 11/11/2016 at 11:39
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    Beh, che non ci siano più i boschi di una volta non so… ogni giorno che passa sulle Alpi le foreste crescono a discapito dei pascoli, per le ragioni che hai descritto. E la wilderness avanza nei luoghi abbandonati, anche nelle aree più urbanizzate post industrializzate (vedi il gasometro della Bovisa…)

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