Archeologia alpinistica. La piccozza “con rotella”

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Piero Ghiglione (1883-1960).

E’ come un sommesso pellegrinaggio quello che in questo tardo autunno del 2016 sale al Monte dei Cappuccini, che domina Torino dalla sponda destra del Po, per rendere omaggio a Piero Ghiglione (1883-1960). Fra le tante benemerenze del Museo Nazionale della Montagna c’è anche l’aver saputo riesumare in una mostra curata da Danilo Fullin e Roberto Serafin con il coordinamento di Veronica Lisino la figura di questo alpinista giramondo, inviato speciale della Gazzetta del Popolo e del Corriere della Sera negli anni Trenta e nel secondo dopoguerra. Personaggio dimenticato ma ancora capace di sorprenderci, Ghiglione ricompare con una sorta di alpinismo creativo in cui campeggia, racchiuso in una bacheca, un cimelio, quasi una reliquia: la piccozza con rotella di sua ideazione adottata negli anni Trenta nelle scalate all’Aconcagua e al Queens Mary Peak nel Karakorum. La mostra intitolata “Piero Ghiglione. Giornalista dell’avventura” rivela agli ignari posteri la quintessenza di un alpinista camaleontico e trasformista come lo Zelig dell’omonimo film, che cominciò a scalare per scommessa a trent’anni quando era rappresentante della Lancia in Germania, poi salì montagne di ogni quota superando più volte i 7000 metri e diventando un protagonista dell’alpinismo extraeuropeo. Nell’agile “giornale di mostra”, in distribuzione gratuita, che in quattro ampie pagine ripercorre le tappe della sua vita, i curatori rimettono a fuoco la storia di quegli anni ormai remoti in cui Ghigione brandiva caparbiamente la sua piccozza con rotella e disegnava sulla neve curve a telemark con i fedeli mini sci dalla coda leggermente rialzata.

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La piccozza di Ghiglione tra le mani di Veronica Lisino, alpinista e ricercatrice, che ha coordinato la mostra curata da Danilo Fullin (sulla destra nella foto) e Roberto Serafin. Nella foto sopra il titolo il cimelio nella bacheca in cui è racchiusa al Museo Nazionale della Montagna.

Nel 1934 lo troviamo sull’Aconcagua con Renato Chabod e i fratelli Ceresa (Stefano e Paolo). “Uno sforzo supremo ci porta lassù al piccolo ometto del massimo vertice delle due Americhe”, racconta Ghiglione. Non lo soddisfano però le misurazioni trigonometriche ufficiali. Macché 7035 metri! Controlla come ha l’abitudine di fare il suo altimetro, l’unico per lui attendibile: 7040 metri dovrebbe essere la quota. Poi si accinge al ritorno: dovrà raggiungere laggiù, “dietro un pulpito sperduto nell’immensa montagna, irta di picchi creste e canaloni, una piccola tenda ove stanno pochi viveri e due coperte”. Non lesina informazioni Ghiglione sulla sua attrezzatura, sempre da lui considerata all’avanguardia. Nella scalata, anzi, nella conquista del Queens Mary Peak, 7422 m (la più alta vetta scalata all’epoca nel Karakoram himalayano), compiuta con una spedizione internazionale nello stesso 1934 in cui affrontò l’Aconcagua, utilizza la citata piccozza con rotella (tipo Boido, precisa) per evitare che il legno affondi troppo nella neve. Un attrezzo di sua ideazione, spiega, “che nell’incedere molto cadenzato, indispensabile a quote oltre i 6500 metri, serve assai di sostegno e di riposo”. Annota minuziosamente particolari dei break fast sotto la tenda alla tenue luce delle lampadine tascabili: latte caldo e ovomaltina con biscotti imburrati sono per lui il massimo della vita. La bufera poi sarà “ultragelida” quando sta per raggiungere la cima del Golden Throne. Peccato: un piccolo squarcio di luce non è sufficiente per fotografare “il mondo di abissi spettacolari a ogni lato”. In basso c’è la valle Shaksgam: sarebbe stato il primo a ritrarla al completo.

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La maschera usata dal giornalista alpinista alle alte quote. All’esposizione “Piero Ghiglione. Giornalista dell’avventura” è dedicato un “giornale di mostra” distribuito gratuitamente dal Museo ai visitatori.

In questa come in altre scalate, Ghiglione mette a frutto la rapidità che gli è peculiare. Strabiliante è anche la velocità nel passare da un continente all’altro con i mezzi dell’epoca. E’ a Mendoza dopo la scalata all’Aconcagua in quel 1934, quando gli viene recapitato il telegramma di Dyrenfurth che lo invita in Himalaya. Non perde un attimo. Lasciati gli amici riesce a prendere il treno bisettimanale per Buenos Aires. Quivi giunto alle 5 del pomeriggio, alle 10 della sera stessa s’imbarca; arriva a Napoli il 5 aprile e il 13 fa rotta per le Indie con un piroscafo in partenza da Venezia. Di questo viaggio riferisce Giorgio Gualco nella brochure “Journal” dedicata dalla Fondazione Svizzera per le Esplorazioni Alpine alla morte di Ghiglione avvenuta nel 1960 per un incidente stradale. “Non vi erano allora servizi aerei, tanto memo in India”, osserva Gualco. “Quindi da Rawalpindi la spedizione si diresse a Srinagar e da qui, per la consueta strada carovaniera percorsa da tutte le spedizioni precedenti, volse a piedi verso Skardu. Risalendo il ghiacciaio Baltoro, Ghiglione vede per la prima volta la Torre Mustagh, da tutti fino allora (e anche per molti anni dopo) giudicata inaccessibile. Egli invece non mette la mano sul fuoco sull’impossibilità di ascendere quel monolito alto 7273 metri e questa opinione mantiene anche successivamente: conferma di quell’occhio alpinistico che lo contraddistingueva”.

Qui altri particolari sulle mostre al Museo Nazionale della Montagna

 

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