Perlotto spirito libero. “Io grande escluso dall’ambiente degli alpinisti”

E’ in libreria “Spirito libero” di Franco Perlotto (Alpine Studio Editore, 192 pagine, 19 euro), autobiografia inserita nella collana, curata da Mirella Tenderini, “Oltre confine”. Eterno vagabondo, climber spericolato, guida alpina, viaggiatore, cooperante, pubblico amministratore, giornalista, padre di famiglia: tutto questo e altro ancora è Perlotto che di cose da raccontare della sua vita ne ha parecchie. Compresa l’impossibilità di entrare in sintonia, con la discrezione che lo contraddistingue, con alpinisti fin troppo osannati dai loro corifei e di sfondare “cerchi magici” dell’ambiente alpinistico rivelatisi invalicabili. Paolo Rumiz, scrittore e inviato speciale, lo ha definito “un gaucho inquieto, disattento al proprio ombelico, che divora orizzonti a morsi”. I conti con il grande alpinismo, Perlotto li ha chiusi una ventina d’anni fa. Dopo le 42 vie nuove tracciate, tra le quali 7 in solitaria, 69 solitarie tra le quali 18 prime, 15 prime invernali, ha scelto di correre altri rischi, e non meno estremi. Esperto in emergenze, si è messo al servizio della cooperazione internazionale immergendosi nelle foreste dell’Amazzonia, sfidando in Bosnia l’ira di croati e musulmani. Ed è stato tra i primi ad accorrere nelle terre devastate dallo tsunami, dove è stato responsabile per il Dipartimento della protezione civile dell’ufficio di Trincomalee, nella regione nordest di Sri Lanka, centro del conflitto etnico religioso tra cingalesi e tamil.  Ecco quanto su questo nuovo e probabilmente imperdibile libro comunica l’editore Alpine Studio attraverso il suo ufficio stampa.

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L’autobiografia dell’alpinista vicentino. Nella foto sopra il titolo Perlotto negli anni Ottanta, al tempo delle sue ascensioni solitarie.

“Avevano deciso di farmi sparire dal loro firmamento”

Uno dei grandi arrampicatori solitari italiani, nonché uno dei primi a esportare questa pratica all’estero, dopo i primi anni in Dolomiti, realizzò la prima ascensione solitaria sulla parete più alta d’Europa: il Troll in Norvegia, un appicco di granito di 2600 metri di sviluppo. Reinhold Messner la definì la più grande impresa solitaria di quegli anni. Le sue ascensioni solitarie si divisero tra Yosemite, la Patagonia e le Alpi. Libero e solo, si allontana dalle strategie degli sponsor e del marketing e sceglie di scalare le montagne a modo suo, “quella voglia di disfare i carismi di un alpinismo assurdo fatto di competizioni al limite dell’immoralità, di meschinità, di rivalse, in fondo mi era rimasto e mi ero trovato a compiere scelte per lo meno inconsuete nei meccanismi di un mondo che non poteva avere futuro…L’ambiente degli alpinisti mi escluse dai suoi giochi. Non ero inquadrabile negli schemi. Non cercavo di scalare la parete famosa sulla cima famosa per diventare famoso. Eppure una certa notorietà l’avevo acquisita. Poi gli sponsor mi dissero che non ero più uomo d’immagine per loro. Mi dissero che non ero credibile come testimonial. In effetti alcuni ambienti alpinistici avevano deciso di farmi sparire dal loro firmamento. Non riuscii nemmeno a tenere il conto di quanta arroganza subii in quegli anni. Ma in fondo a me non importava più di tanto”.


Poi vennero gli anni del lavoro nei programmi umanitari di emergenza e di sviluppo in Sudan, in Zaire, in Ciad, ancora in Amazzonia (ha vissuto per tre anni con gli indios Yanomami), in Bosnia, in Congo, in Afghanistan, in Sri Lanka, in Palestina. Anni di nostalgia delle cime lontane ma animati dalla felicità di recare “un servizio a chi ne aveva più bisogno di me”. E in quei luoghi selvaggi, a volte, riusciva ad andare alla ricerca di montagne sperdute negli angoli meno conosciuti del pianeta. 


Mirella Tenderini scrive nella prefazione: “Franco Perlotto non è il più noto dei freeclimbers, ma è colpa sua se non si è mai messo abbastanza in mostra, tanto che molto presto i suoi sponsor lo hanno abbandonato. Ma il suo spirito libero di vagabondo entusiasta non poteva conciliarsi con le regole del mercato della sponsorizzazione e lo ha costretto ad arrangiarsi da sé. Il suo lavoro nel campo della cooperazione lo ha portato in giro per il mondo, anche in paesi remoti dove è stato il primo uomo a guardare le pareti di montagne selvagge come qualcosa da scalare. O è stato il suo desiderio di scalate che lo ha spinto a cercarsi un lavoro che lo portasse anche a esplorare nuovi mondi e nuove montagne?”.

http://www.alpinestudio.it

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