Legge sui Parchi, perché non è da cambiare

Ben 17 associazioni ambientaliste in Italia, la totalità, si sono espresse contro il disegno di legge di iniziativa parlamentare di riforma della 394 del 1991 (la legge quadro sulle aree protette). La principale riserva riguarda il fatto che i partiti e gli interessi locali si spartiranno poltrone e non sapranno arginare le brame di industriali, petrolieri e cacciatori. Mountain Wilderness Italia si è espressa il 24 ottobre 2016 in un comunicato intitolato “L’Ambientalismo italiano, senza eccezioni, respinge con indignazione le modifiche alla legge quadro sui Parchi Nazionali proposte dalla Commissione Ambiente del Senato”. Sull’argomento è ritornato il presidente di MW Italia Carlo Alberto Pinelli in un articolo pubblicato il 24 novembre 2016 dal quotidiano L’Unità. “Non cambiamo la legge sui parchi” titola il giornale diretto da Sergio Staino. I motivi di questo invito rivolto al Governo proviamo a desumerli dal citato articolo di Pinelli che ammette comunque l’opportunità di “elaborare un adeguamento dell’impianto normativo per metterlo in grado di far fronte con maggiore efficacia alle sfide del presente e del futuro…”. Che cosa non va dunque secondo quanto scrive Pinelli nell’attuale disegno di legge?

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Qui e nella foto sopra il titolo guardiaparchi in servizio di vigilanza.
  • Il disegno di legge, spiega Pinelli, fatte salve alcune marginali modifiche migliorative, è l’espressione di una visione delle aree naturali protette economicistica, riduttiva, banalizzante, di corto respiro.
  • La mission dei Parchi nazionali viene di fatto affidata quasi interamente ai rappresentanti di logiche localistiche, troppo spesso succubi di manovre partitiche ambigue, miopi, di non eccelso livello culturale.
  • Le modifiche partorite dal Senato, conclude Pinelli, volano basso, evitando di affrontare con lungimiranza i problemi più importanti (la elaborazione della Carta della natura, l’introduzione di una efficiente cabina di regia centrale, libera da condizionamenti partitici, corporativi e burocratici, la natura degli enti di gestione e l’equilibrio della loro composizione, le qualifiche dei presidenti e dei direttori, il ruolo prioritario della scienza nelle scelte di gestione, il ruolo della Comunità del parco, la sorveglianza) e così facendo incidono negativamente sui principi fondamentali del disegno originario e finiscono per assimilare le aree protette agli enti locali, interessati più alla sagra della castagna che alla tutela delle biodiversità e del paesaggio.

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