Miracolo al Gavia. Un racconto di Lorenzo Dotti

Il racconto “Miracolo al Gavia” pubblicato nel 2003 dal sito Intraisass, di cui è autore Lorenzo Dotti, sensibile scrittore milanese di cose di montagna, viene ora riproposto per gentile concessione dell’autore da mountcity.it con un’aggiunta. “Quanto scritto è tutto vero, salvo il sogno ed il finale, che ho completato solo quest’anno con la parte relativa al Cardinale Martini”, precisa Dotti che ringraziamo per l’amichevole contributo qui riproposto nella sua integrità.

Lucia dal crepaccio invocò l’aiuto del cardinale Martini…

In alta Valtellina, anzi in Valfurva, al passo del Gavia (m 2400), presso un laghetto, un crocefisso con una iscrizione in bronzo ricorda una vicenda quasi miracolosa con queste parole«In una gita in automobile da Bormio a Tonale si smarrirono il 2 ottobre 1929 Andrea Rupprechter, albergatore di Land-Kufsten Tyrolo, con sua madre 72 anni, e la consorte Mizzi Rupprechter, condotti dalla chauffeur Karl Mühlferner. Avvolti in impenetrabili nuvole di nebbia, condannati a continuare la strada tra la morte e la rovina raggiunsero con il volere di Dio dopo ore di supplizio per il passo del Gavia il luogo Ponte di Legno. In onore di Dio ed inestinguibile riconoscenza per la salvezza da pericolo e morte eressero questa croce dal legno della patria. Viandante, che passi per questa strada, pensa alla grazia di Dio e prega un “pater noster”».

In una sera dell’agosto 2000, la famiglia milanese Demagistris era davanti al crocefisso. I due ragazzi, Lucia di quattordici anni e Davide di tredici, erano stanchi ed un po’ annoiati, la madre Giulietta pensava ai propri lunghi trasferimenti in auto di un quarto di secolo prima, attraverso l’Europa. Il padre Livio sorrise agli errori di ortografia perdonabili ad un tipografo forse tirolese e sembrava voler dire qualcosa, ma preferì tacere: si stava alzando il vento serale, ed era meglio rientrare rapidamente al rifugio Berni, poche centinaia di metri sotto il passo del Gavia, per la cena ed il pernotto.

Il rifugio del Gavia, così a ridosso dell’asfalto, ha poco del rifugio e molto invece dell’alberghetto o addirittura del bar per la clientela di passaggio, che va verso la Valfurva: molti automobilisti e motociclisti si concedono una sosta ed una birra, ma pochi si fermano a dormire. Tra i pochi appunto la famiglia Demagistris, che passava le vacanze nella Valtellina di Sondrio e voleva fare qualche escursione in zona.

Nel confortevole rifugio, dopo cena, Davide osservava le fotografie di un epico giro d’Italia, quello del 1980 che si trovò a transitare per il passo Gavia in giugno, in una tempesta di neve che imbiancava la maglia rosa. Lucia e Giulietta giocavano allegramente con il piccolo Matteo, il bimbo di due anni che portava il nome del nonno, gestore del Rifugio, guida emerita, taciturno ma buon cuoco. Livio aveva trovato un libro sulla Guerra Bianca, le vicende che nel 1915-1918 avevano opposto su quelle cime gli alpini del Battaglione Sciatori del Monte Ortles ai Landschützen autroungarici.

I soldati scavavano trincee nel ghiaccio a tremila metri, costruivano posti di vedetta a trenta gradi sotto zero, issavano cannoni con le slitte trainate da muli e cani. Come sull’Adamello, sulla Presolana, o sul Castelletto nelle Dolomiti, così sul Tresero e sul SanMatteo, sulla Thurwieser o sul Königspitze (sulle carte italiane Gran Zebrù), uomini fatti di carne attaccavano cime fatte di ghiaccio difese da altri esseri umani, in una lotta oggi incomprensibile.

Ancora il ghiacciaio trattiene i corpi di uomini del V alpini come il Capitano Arnaldo Berni, eroe veronese cui è dedicato il rifugio del Gavia, o del serg. magg. Caimi e del cap.le magg. Venturini, entrambi di Valfurva, tutti caduti alla cima del San Matteo (m 3678), il 3 settembre 1918, nella più alta battaglia della prima guerra mondiale. A distanza di oltre ottanta anni i ghiacciai si sono ritirati, sull’Everest si è ritrovato il corpo di Mallory, e in Alto Adige l’uomo di Similaun, ma molti alpini e Ständschützen sono ancora custoditi dai ghiacci dell’Ortles.

Il giorno stesso i Demagistris erano saliti in Vallumbrina, una vallecola che sfocia poco sotto il passo Gavia, erano passati vicini ai resti del vecchio rifugio Gavia, situato poche decine di metri sotto la strada, e che fu a suo tempo sede del comando del battaglione Ortler. Avevano saputo che Carlo Maria Martini, il grande arcivescovo di Milano ormai prossimo alla fine del suo magistero, passava lì qualche giorno di vacanza, ed avevano sperato di incontrarlo. Sarebbe stato un incontro con un uomo eccezionale in un ambiente eccezionale, ma due eccezioni raramente convivono.

Risalendo pian piano la morena erano giunti alla baracca in legno della Grande guerra, ristrutturata e mantenuta, che oggi viene chiamata Rifugio Btg. Skiatori Monte Ortler, un nome altisonante per quello che è in realtà un modesto bivacco incustodito.

Poco sopra la baracca ancora si trovano i camminamenti e i posti di vedetta che consentivano agli alpini di controllare il Monte Mantello, il Tre Signori ed i movimenti dell’imperial-regio esercito. La gita era stata molto bella, il tempo splendido. Davide era salito fino al piccolo altare con il crocefisso di ferro battuto che ricordava i caduti della guerra, e ne aveva suonato la campana. Lucia aveva compilato il libro del rifugio e scritto cartoline per le sue amiche milanesi. Giulietta pensava a suo padre, valoroso capitano d’artiglieria nella seconda guerra mondiale, ed a suo nonno colonnello degli alpini nella prima, una famiglia di soldati.

L’escursione li aveva un po’ stancati, ed il giorno dopo volevano salire al bivacco Seveso, a quota 3398 e magari in cima al Tresero, una vetta cui prima di sposarsi Livio e Giulietta avevano puntato, come all’ultima del celebre giro delle Tredici Cime, ma che non erano riusciti a raggiungere. Livio e Giulietta erano appassionati escursionisti, ma – quando potevano – si cimentavano sulle salite alpinistiche facili, cui avevano avviato anche i due figli, per esempio salendo tutti e quattro il Cevedale ed il Pizzo Scalino l’anno precedente.

Così dopo cena decisero di andare presto nei letti a castello della stanza sotto-tetto del rifugio Berni. Prepararono gli zaini, con tutto il necessario, abiti e viveri ed anche corda, piccozze e ramponi per il ghiacciaio. Nella notte i ragazzi dormirono come si conviene alla loro età, Giulietta fu un po’ infastidita dal russo di Livio, gli dette qualche scrollone per farlo tacere, e Livio ebbe un dormiveglia, come gli capitava prima di una ascensione che – se non difficile – meritava attenzione per la composizione della cordata. Livio era stato due mesi prima con una escursione del CAI quasi fino in cima al San Matteo, solo il brutto tempo li aveva fatti desistere dall’obiettivo, ma aveva studiato il percorso per il bivacco Seveso ed era convinto che fosse alla portata della sua famiglia.

Nel dormiveglia Livio ebbe un sogno, così vivido che sembrava vero. Sognò, anzi vide, l’auto della famiglia Rupprechter nella tormenta al Passo del Gavia. Vide la moglie e la vecchia che pregavano la Vergine Maria, il marito che non sapeva che fare e lo chauffeur/meccanico – che nel sogno aveva il volto di Peppone – che cercava di portarsi fuori dall’inferno bianco. Poco a poco l’auto si fermò e sembrava non ci fosse più verso di riavviarla. L’albergatore copriva le due donne oranti con una coperta, mentre Peppone girava laicamente la manovella per riavviare l’automezzo. A quel punto comparvero cinque uomini, in abito militare e con un mulo. Grigi spettri nella tormenta, non parlavano, si intendevano a gesti. Due di essi si avvicinarono all’auto, facendo rientrare l’autista e rincuorando le donne, il terzo attaccò una fune alla balestra anteriore ed il quarto ne legò l’altro capo al basto del mulo. Poi i tre spinsero l’auto verso il passo, il quarto conduceva il mulo. Il quinto, un ufficiale, in disparte, a cenni comandava ed approvava l’opera. Con la forza dei soldati e del mulo l’auto raggiunse il passo, ed iniziò la discesa verso Ponte di Legno, l’autista riuscì a far ripartire il motore, ed anche il tempo sembrò migliorare.

I soldati salutarono militarmente i civili e rientrarono nella bufera come fossero i vapori dei Bagni Vecchi di Bormio. Livio nel sogno li seguì, e li riconobbe come Standschützen, – riservisti esperti delle montagne in cui venivano reclutati – e di cui aveva letto la sera prima. Il giorno dopo si erano alzati “per tempissimo”, come raccomandano i vecchi manuali di montagna, si erano caricati dei sacchi, ed avevano cominciato risalire la valle. Alle dieci erano sulla neve, e fecero una sosta ed uno spuntino. I ragazzi faticavano un poco a salire ed anche i genitori, malgrado il buon allenamento, procedevano adagio per il peso degli zaini. La giornata era limpidissima, man mano che salivano, la visione si allargava alle cime circostanti.

Nessuno era sul sentiero né sulla pista e questo a Livio piaceva.

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La piramide di sassi sormontata al Gavia dall’aquila di bronzo, monumento in memoria dei caduti e dispersi della 307a compagnia del V Alpini. Nella foto sopra il titolo il bivacco Seveso descritto nel racconto di Lorenzo Dotti.

Procedevano però lentamente, forse i ragazzi non avevano ancora smaltito la stanchezza del giorno precedente. Così si trovarono nella parte più ripida del ghiacciaio, proprio sotto al bivacco Seveso che era già mezzogiorno passato e la neve cominciava a farsi meno dura. Livio formò la cordata, sapendo che sotto la neve c’erano i crepacci. Pensando al ghiaccio sottostante alla neve, si mise i ramponi e li fece mettere alla moglie ed ai ragazzi, operazione quest’ultima che chiese parecchio tempo. La cordata procedeva con Livio in testa, seguito da Lucia, Davide e poi Giulietta. Il padre procedeva con cautela, sondando con la piccozza i crepacci, sapendo che se vi fosse caduto, difficilmente gli altri avrebbero saputo recuperarlo. All’inizio della crestina rocciosa sotto il bivacco si tolsero i ramponi, per muoversi meglio, ma anche questo chiese tempo. Insomma quando giunsero al bivacco, era ormai quasi le due, ben più tardi del programma, ma tutto procedeva bene. A salire al Tresero, manco a pensarci. In quello splendido balcone panoramico si rifocillarono e fotografarono e riposarono e Lucia propose addirittura di restare lì per la notte, a godersi il posto e la solitudine.

Era però molto meglio ritornare, anche perché nuvoloni si avvicinavano dalla cima del San Matteo, ed i genitori temevano il maltempo in quota. Livio decise di scendere per neve, anziché per roccia e senza mettere i ramponi, sia per guadagnare in velocità sia perché parevano ormai inutili nella neve molle. Divallarono rapidamente, ma più rapida di loro divallava la nuvolaglia, che stava per inghiottirli. L’ordine della cordata era ora inverso, prima scendeva Giulietta, seguita da Lucia e Davide, con Livio in fondo per trattenere tutti in una eventuale caduta.

Furono infine nella parte crepacciata, Giulietta in testa passò un crepaccio dove il ponte di neve era ormai fradicio e disse a Lucia di seguirla. La ragazzina si impaurì e non voleva procedere, ma Livio la rincuorò, dicendo si procedere carponi… fu un errore. La ragazza fu ingoiata dal crepaccio per circa due metri, abbastanza da scomparire dalla vista: solo una mano spuntava dalla bocca della montagna. La madre la trattenne subito con la corda, ma questo le costò un’escoriazione al collo.

Lucia non riusciva però ad uscire, gli scarponi disarmati dai ramponi non artigliavano il ghiaccio. Cominciò a piangere ed implorare da non lasciarla lì, l’ultima cosa che i genitori avrebbero fatto. Livio si dette dello stupido per non avere fatto mettere i ramponi ed avere mal consigliato la figlia. I genitori cercavano di tirare la ragazzina fuori dal crepaccio con la corda, ma Giulietta non ne aveva la forza e Livio tirando da monte e con in mezzo Davide non riusciva ad aiutare. Il padre si sorprese della calma lucida che lo prese, raggiunse il ragazzo che piangeva: “Ora moriremo tutti”, piantò bene una piccozza e lo assicurò ad essa, sibilando: “Ora non muore nessuno”. Non dubitava di poter estrarre la figlia del crepaccio, ma più di ogni altra cosa temeva di finirci dentro lui, con il suo peso. L’unica era mettersi i ramponi, ma Giulietta non poteva farlo senza lasciare la corda. Livio aveva preso il tratto di corda che andava da Davide a Lucia e pensava ad assicurare entrambe le donne, temendo che le forze della moglie si esaurissero.

Il telefonino per chiamare il 118 era nello zaino della madre, irraggiungibile quanto inutile: non avrebbe preso il segnale. Le nuvole avevano ormai inghiottito la cordata impacciata, e la temperatura si era molto abbassata. Lucia in un istante di calma nella paura invocò l’aiuto del Cardinale Martini, certa che fosse vicino.

E dalla nebbia uscì la salvezza: una cordata di quattro alpini in addestramento sbucò dal nulla; scendevano forse dal Tresero: in testa un sergente, evidentemente istruttore di alpinismo o addirittura Guida, a giudicare dalla sicurezza con cui si muoveva, dietro tre soldati, tutti in tuta bianca e con la penna nera. Giulietta e Livio non credevano ai propri occhi: in tutto il giorno non avevano visto anima viva, ed ora questi comparivano al momento del bisogno. Giulietta si chiese come il marito si sarebbe rivolto loro, se usando o meno la parola aiuto. Livio per non allarmare civili e militari disse: “Siamo in difficoltà, potete darci una mano?”

Senza una parola il sergente indicò ai suoi di calzare i ramponi. Appena armati gli scarponi, si avvicinò e guardò interrogativo la donna. “La ragazza è caduta nel crepaccio”, queste parole fecero lampeggiare gli occhi scuri della guida, che vedendo però la corda tesa respirò subito di sollievo.

I militari impiegarono poco a trarre dai guai i civili; come un esperto pescatore il sergente recuperò la lenza e la preziosa esca intatta dalla bocca della grande balena bianca.

Lucia era incolume, Davide si rincuorò. Gli alpini affiancarono poi la cordata fino al punto in cui il ghiacciaio lasciava posto alla neve sicura. Livio ringraziò, e chiese i nomi dei soccorritori. Mentre i civili si riprendevano, scherzando nervosamente e rifocillandosi, i soldati salutarono militarmente e si diressero verso Vallumbrina, come andassero al rifugio Btg Ortler e furono subito inghiottiti dalla nebbia. Il rientro ormai era cosa semplice, un po’ lunga ma senza pericoli e la sera al rifugio la buona gestrice rincuorava i giovani, raccontando di quante volte le era capitato di finire nei crepacci. Suo padre Matteo – la guida emerita – ascoltò il racconto e chiese solo come fossero vestiti gli alpini e che mostrine avessero.

I quattro stanchissimi andarono a letto presto, accompagnati dalla più bella sinfonia per un escursionista: la pioggia battente sul tetto del rifugio. Ancora i ragazzi dormirono bene, ancora la moglie scrollò il marito che russava. La mattina seguente era ancora una bellissima giornata. Verso le otto, Livio attraversò il piazzale deserto del rifugio, passò a fianco della chiesetta di pietra, e vide che un’auto le si avvicinava; il finestrino posteriore si abbassò e comparve il volto del cardinal Martini, che rivolto alla cappelletta fece un gesto di ringraziamento. (*). Livio sorpreso non fece in tempo a salutarlo, e si avvicinò alla piramide di sassi sormontata dall’aquila di bronzo, monumento in memoria dei caduti e dispersi della 307a compagnia del V Alpini.

Un brivido gli venne quando lesse il nome del sergente Damiani Beniamino e degli alpini Mazzoni Giovanni, Riccitelli Luigi e Meriggi Giacomo, nomi troppo freschi per dimenticarli. Guardò istintivamente il San Matteo e sentì di non essere solo: si voltò allora verso il rifugio ed incrociò lo sguardo del vecchio Matteo che a pochi passi da lui

“aveva un solco lungo il viso

come una specie di sorriso”.

Lorenzo Dotti

(*) aggiunta del 2016

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