L’alpinismo? Come la medicina: un fatto di onestà

L‘incontro con Alberto Mantovani, immunologo e oncologo di fama internazionale, rivela nel supplemento letterario “Robinson” del quotidiano La Repubblica dell’11 dicembre 2016, un aspetto interessante – perlomeno per noi appassionati di montagna – della personalità di questo scienziato che nel 2016 ha vinto il Premio Feltrinelli. Come risulta dalle ultime righe dell’intervista di Antonio Gnoli (corredata dal bel ritratto di Riccardo Magrelli), tra le priorità dello studioso sessantottenne, padre di quattro figli, direttore scientifico di Humanitas Research Hospital di Rozzano (Milano), c’è ai primi posti la montagna. “Ancora oggi”, racconta il professor Mantovani, “faccio scalate con un amico, una guida sicura”.

Paolo Cognetti scrittore (di montagna) oggi sugli altari, qui nel suo presepio in Valle d’Aosta. Nella foto sopra il titolo, il professor Alberto Mantovani, alpinista appassionato. Entrambi milanesi, compaiono nelle pagine domenicali del quotidiano La Repubblica dell’11 dicembre 2016.

Alla domanda se si ritenga un bravo alpinista, Mantovani smorza ragionevolmente i toni ma offre un quadro abbastanza insolito della sua passione. “Un buon alpinista non lo sono. Ma la montagna mi ha insegnato che cosa significa affrontare una parete. C’è la capacità tecnica, c’è la forza di sopportare la fatica, c’è la consapevolezza di quello che puoi fare. Fino a che punto spingerti nel pericolo e quando tornare indietro. E c’è l’altro, l’amico, la guida, con cui decidi tutto questo. L’alpinismo, come la medicina, come la vita. E’ un fatto di onestà. Con te e gli altri”. E’ singolare che una parte consistente dell’inserto di Repubblica sia dedicato lo stesso giorno a un altro incontro in cui invece la montagna entra dalla porta principale, infiorettata dagli ex libris esposti in questi stessi giorni al Museo della Montagna. Questa volta è il fenomeno letterario del momento, il milanese Paolo Cognetti (autore del best seller “Le otto montagne”, Einaudi), che incontra il fenomeno alpinistico del terzo millennio, Nives Meroi, la scalatrice degli ottomila. Dall’incontro nasce un dialogo sul significato del camminare e del raggiungere le vette. Sapendo che qualche volta è giusto rinunciare. Cose risapute, ma non troppo. Entrambi, Cognetti e la Meroi, sanno farsi leggere e anche questa volta bucano con stile gli schermi dell’indifferenza che chiudono la vista sulle montagne “vere” (schermi apertissimi però nelle pagine dei giornali verso il luna park invernale ormai riservato a pochi facoltosi eletti). Particolare forse interessante. L’industria letteraria non si è peritata dal cucire, addosso alle personalità di Cognetti e della Meroi, fin troppo insistiti stereotipi. Intellettuale milanese che ripudia la città per una vita da malgaro lui, intrepida regina delle vette ma anche della vita domestica in quel di Tarvisio lei. “Di buono per le Alpi”, spiega a un certo punto Nives al giovane intervistatore un po’ soggiogato, “possiamo salvare la specificità della montagna, non solo come paesaggi, ma come modo di vivere. La montagna oggi è sfruttata e proposta – da noi montanari per primi –  come luogo di svaghi e basta, mentre è fondamentale far sapere che esiste un’altra cultura, un altro stile di vita rispetto alla città, una diversità che va protetta”. Qualcuno nutriva forse dubbi in proposito? (Ser)

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