L’addio silenzioso di Lothar Brandler, un re delle Tre Cime

L’addio di Reinhold Messner il 13 dicembre 2016 a Lothar Brandler nelle pagine della Gazzetta dello Sport, ci ricorda quanto fragile sia stata la fama conquistata da un personaggio “che non è riuscito a sfruttare economicamente il suo talento di grande regista vincitore per ben quattro volte del TrentoFilmfestival”. Ma Brandler era fatto così: bravo, simpatico e modesto. Se ne è andato a ottant’anni a Monaco di Baviera così come era vissuto: in silenzio e nell’ombra. Il suo nome è legato alla famosa via aperta con Dietrich Hasse sulla Nord della Cima Grande di Lavaredo. Nel 1964 vinse a Trento con “Eine Europaische Seislchaft” (Una cordata europea), nel 1967 con “Sesation Apen” e ancora nel 1974 con “Die Wand” (La parete). Un caso eccezionale nel panorama della cinematografia alpinistica: solo il francese Jacques Ertaud ha saputo fare altrettanto.

Un aspetto della Hasse-Brandler alla Cima Grande di Lavaredo.

Alpinista fin dalla più giovane età, nel 1958 Brandler aprì la mitica “Hasse-Brandler” sulla parete Nord della Cima Grande, al tempo una delle più impegnative salite dolomitiche. Divenne poi uno dei nomi di punta della televisione bavarese e questo lo mise nelle condizioni di documentare con la cinepresa le ascensioni sue e dei suoi compagni. Il film del 1963, “Una cordata europea”, segue infatti tre alpinisti, il tedesco Winfried Ender, il francese Pierre Mazeaud e l’italiano Roberto Sorgato proprio sulla direttissima della Nord alla Cima Grande di Lavaredo, dimostrando la sua grande maturità stilistica e tecnica, grazie anche alla scelta innovativa di eliminare ogni commento musicale e parlato, limitando il sonoro alle parole e ai rumori degli uomini in parete. Una caratteristica che, insieme con il montaggio serrato in soli tredici minuti, rese all’epoca questo film altamente innovativo e, soprattutto, privo di retorica.

Lothar Brandler al Trentofilmfestival con Kurt Diemberger (ph. Serafin/MountCity)

Con “Sensation Alpen” nel 1967 Brandler dimostrò ancora il suo mestiere nel riprendere la montagna e la gran capacità nell’offrire le emozioni giuste alla platea, cosa che gli riuscì altrettanto bene nel 1974 con “La parete”, che indaga sulla sconfitta di un anziano scalatore nel Catinaccio. Ma oltre ai film vincitori al Festival di Trento, Brandler ha realizzato negli anni molte altre opere di valore, su tante pareti diverse, come l’Eiger, su cui ritornò due volte: nel 1960 con la fotografia di “Eiger Nordwand in Winter” diretto da Edmund Geer e più tardi con il suo “Eiger 69 – Der Weg Der Japaner”. O come il Cervino, cui ha dedicato nel 1988 “Berg der Berge – Matterhorn”. (Ser)

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