Angelino ci ha lasciato. La vittoria al K2 fu anche merito suo

Un altro eroe del K2, Ugo Angelino, se n’è andato a 93 anni il 23 dicembre 2016 a Biella. Ora a testimoniare di quei giorni grandi del 1954 rimane soltanto il bolzanino Erich Abram. Commerciante e titolare con il fratello di un’impresa, accademico del Cai, Angelino si recò all’epoca in Karakorum in occasione della spedizione italiana che conquistò il K2 occupandosi degli aspetti logistici. Delle polemiche che seguirono quell’impresa, con Bonatti a rivendicare il suo ruolo nella conquista della vetta dopo essere sopravvissuto a un bivacco all’aperto a più di 8 mila metri di quota, Angelino non volle mai parlare.

Gli uomini del K2 al campo base. Nella foto sopra il titolo Ugo Angelino ai funerali di Walter Bonatti nel 2011 (ph. Serafin/MountCity)

“Quella polemica nacque più avanti sui giornali. Allora non vi fu nulla tra noi”, era solito ripetere Angelino. Mirella Tenderini, nelle pagine del suo libro “Tutti gli uomini del K2” (Corbaccio, 2014), nel tentativo di gettare una nuova e positiva luce sull’impresa, mise perfettamente a fuoco la figura di Angelino. “Sulla nave che riportava in patria i membri della spedizione”, è la ricostruzione della Tenderini, “regnava un’atmosfera di euforia e grande cameratismo. Sulla nave c’erano anche gli uomini di una spedizione tedesca che faceva ritorno dal Karakorum e Ugo Angelino racconta il loro stupore nel vedere gli italiani così festosamente in armonia dopo una lunga spedizione. ‘Noi non ci rivolgiamo più nemmeno la parola…’, gli disse uno di loro. Tra gli uomini del K2 invece l’intesa era perfetta. Festeggiavano il coronamento delle loro fatiche tra compagni, da amici. Del resto le prove al Monte Rosa e al Cervino prima della partenza non erano state solo tecniche ma anche di affiatamento. Non per niente venivano continuamente cambiati i compagni di cordata; era necessario che tutti si trovassero d’accordo con tutti”. Si è poi visto che l’accordo era molto precario e che Bonatti ha perseverato per mezzo secolo a proclamare negli scritti e in diversi libri divenuti best seller la sua incontestabile verità.

Aveva 31 anni, Angelino, quando il Cai lo selezionò per “portare l’Italia in cima al mondo” con la spedizione del geologo Ardito Desio. Stette in Pakistan 6 mesi, a coordinare 600 hunza (i portatori) e fare da retroguardia ai 4 che piantarono l’ottavo campo a 7627 metri per poi abbrancare gli 8611 della cima: Compagnoni, Lacedelli, Bonatti e Gallotti. È il 30 luglio del ’54. Compagnoni e Lacedelli piantano la bandiera in vetta, Bonatti e il portatore Mahdi passano la notte all’addiaccio a 50 sotto zero. I primi due accusano di essere stati abbandonati da Bonatti (al quale erano state affidate le bombole) senza ossigeno, il capo spedizione Desio conferma e la leggenda si offusca. Non andò così, ma ci vollero 50 anni perché il mondo sapesse. “Certo, la storia ha dato ragione a Bonatti”, spiegò Angelino, “ma adesso è finalmente venuto il tempo di dimenticare e ricordare Walter per tutte le grandi cose che ha fatto”.