Modernismo, neoruralismo, ecologismo. L’incessante costruzione delle Alpi

Il volume dedicato al “Novecento e il modernismo alpino (1917-2017)” di Antonio De Rossi (Donzelli editore, www.donzelli.it)

Il grande affresco dell’architetto torinese Antonio De Rossi su La costruzione delle Alpi, iniziato con la pubblicazione del volume Immagini e scenari del pittoresco alpino (1773-1914), trova ora pieno compimento nel nuovo volume dedicato a Il Novecento e il modernismo alpino (1917-2017). L’opera edita da Donzelli (658 pagine, 42 euro) rappresenta un inedito sguardo sull’universo delle Alpi, indagato nel suo emergere come autonomo soggetto di storia e inteso come l’insieme delle sue componenti materiali e simboliche, delle sue “trasformazioni” e delle sue “rappresentazioni” nel corso di un processo che dal Settecento giunge fino a oggi.

Lo spazio montano è qui analizzato a partire dai due fenomeni che ne hanno occupato la scena durante il Novecento: da un lato, l’esplosione del turismo, con i suoi processi di infrastrutturazione e urbanizzazione, con l’invenzione delle stazioni invernali e dell’architettura moderna alpina, con il consumo sciistico e automobilistico della montagna e la nuova idea di salute e di organizzazione del tempo libero; dall’altro, lo spopolamento, con la dissoluzione dei modi di vivere storici e l’abbandono delle aree vallive, e con il tentativo di determinare nuove funzioni e progettualità.

Al centro della scena, nella fase ascendente, l’immagine e le pratiche di quello che l’autore definisce il modernismo alpino, con la creazione di una nuova e inedita civilizzazione d’alta quota, strettamente connessa alle città fordiste della pianura, che appare configurarsi come una declinazione specifica, a partire da un luogo estremo, dei topoi della modernità. Alla fine degli anni settanta del Novecento, il modernismo conoscerà la sua fase discendente, portatrice di una crisi profonda e di una radicale rimodulazione, con l’emergere di nuove sensibilità ambientali e di una diversa idea della montagna, che porrà al centro il tema della sua patrimonializzazione. Su questo e altri argomenti trattati nel suo libro, mountcity ha rivolto una serie di domande all’autore, professore ordinario di Progettazione architettonica e urbana, e direttore del centro di ricerca Istituto di Architettura montana, presso il Politecnico di Torino.

Il precedente libro di Antonio De Rossi (nella foto) “La costruzione delle Alpi. Immagini e scenari del pittoresco alpino (1773-1914)” è stato insignito nel 2015 del Premio Rigoni Stern e del Premio Acqui Storia.

L’intervista all’autore

Il suo affresco sulla costruzione delle Alpi, gentile architetto De Rossi, vuole essere la radiografia di una montagna troppo a lungo tradita. Può essere letto anche come un atto di accusa?

Non è facile rispondere a questa domanda. Affermare che la montagna è stata tradita significa dire che esiste una montagna originaria, vera, sempre uguale a se stessa. Questi miei due libri dimostrano invece che da quando le Alpi sono diventate oggetto di attenzione da parte delle società urbane europee, ossia dalla seconda metà del Settecento, il loro significato e i valori ad esse attribuite sono mutati più volte. E non solo da parte dei cittadini, ma anche da parte degli stessi montanari. Quella che ci pare essere la montagna vera, tradizionale, molte volte non è altro che la proiezione dei desideri delle società urbane. E la storia della modernità sulle Alpi è interessante proprio per questo ambiguo gioco di specchi che si viene a definire tra montagne e città. Come ha scritto un antropologo, Mondher Kilani, tra le Alpi “l’articolazione del locale col globale conduce ad analizzare i valori e le pratiche della modernità, propri alla società industriale e urbana, a partire da un luogo relativamente in disparte rispetto alla struttura dominante; e al tempo stesso a illuminare questa realtà decentrata a partire dalle determinazioni della società globale”.

Il modernismo alpino a cui si riferisce rivela qualche lato buono?

Penso che il modernismo alpino, se letto come un fenomeno storico, ossia come la manifestazione in montagna della fase dell’industrialismo novecentesco, non possa essere definito semplicemente come buono o cattivo. Negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso vi era una tensione utopica verso l’alta quota che ha prodotto modelli insediativi e usi dello spazio davvero straordinari e innovativi. Pensiamo all’invenzione di Sestriere, per esempio, o alle istanze di modernità contenute nelle prime funivie e nelle strade di alta montagna come la Route des Alpes. Oggi noi però consideriamo quell’epoca, soprattutto la fase compresa tra gli anni ’50 e ’70 del Novecento, come un periodo poco rispettoso della montagna e dell’ambiente. Ma all’epoca in realtà c’era un forte consenso intorno alla trasformazione turistica della montagna, da parte dei cittadini come dei montanari. Il turismo industriale veniva visto come l’unica soluzione per fermare lo spopolamento e per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni vallive. A posteriori oggi possiamo certamente dire che ci sono stati molti errori, e che la ricerca del profitto a ogni costo ha distrutto diversi luoghi. Ma ripeto, non bisogna dimenticare la situazione dell’epoca: oltre ai libri di Nuto Revelli, consiglio la lettura delle inchieste giornalistiche de «La Stampa» nelle valli occitane durante gli anni ’50 e ’60, davvero raccapriccianti; sembra impossibile che sia passato solo mezzo secolo. L’intreccio tra spopolamento e turismo di massa costituirà una sorta di dispositivo retorico che legittimerà qualsiasi tipo di intervento dell’epoca.

Si apprende dal suo libro che alla costruzione delle Alpi hanno partecipato letterati, pittori, designer pubblicitari, architetti, urbanisti, ingegneri, agronomi, antropologi, etnografi, geografi, sociologi, economisti, politici e altri ancora. A chi tocca soprattutto ora spendersi per un eventuale salvataggio?

Oggi assistiamo a una sorta di moda nei confronti della montagna. Una moda caratterizzata da istanze “neoruraliste”. Sono molti i giovani che sognano di andare a vivere nelle Alpi, di coltivare un pezzo di terra o di dare vita a produzioni artigianali, in un intreccio di tradizione e innovazione. Sono tutti segnali importanti, che mostrano una metamorfosi in corso profonda, insieme alla crisi delle aree metropolitane. Al contempo, però, non bisogna credere che il futuro della montagna possa venire da una sorta di nuova autarchia. Solo nell’incrocio tra Alpi e città, tra saperi di lunga durata e culture contemporanee e innovative può esserci un futuro sostenibile delle montagne. E’ la via scelta in molte regioni alpine della Svizzera e dell’Austria, come i Grigioni o il Vorarlberg. Solo in Italia ci ostiniamo a pensare le Alpi solo in stretto rapporto alle tradizioni; ma si tratta dell’ennesima proiezione mentale a uso e consumo dei cittadini.

Religiosità nelle Alpi in un’immagine degli anni Trenta e, nella foto sopra il titolo il fiabesco Badrutt’s Palace Hotel a Sankt Moritz (ph. Serafin/MountCity)

Nel costruire la nuova immagine moderna delle Alpi che cosa si è colpevolmente distrutto?

Al di là degli aspetti più attesi e in qualche modo ovvi, come la distruzione di diversi spazi naturali determinata da centri turistici e seconde case, infrastrutture d’alta quota e impianti idroelettrici, quello che è andato distrutto è una certa idea di montagna che dai fondovalle arrivava senza soluzione di continuità fino alle località più estreme; la modernità trasforma la nostra idea di montagna, separandola dall’intorno: geograficamente è vera montagna solo quella dell’alta quota, ed etnograficamente soltanto quelle delle comunità isolate e “diverse”; in questo modo si costruiva volutamente un universo alpino radicalmente differente dalle pianure e dalle città; in Piemonte si veniva ad esempio a spezzare il legame storico che aveva sempre unito i pedemonti alle alte valli. Ancora una volta un’operazione a uso e consumo dei cittadini: creare una sorta di ghetto del “tipico alpino”, da guardare con accondiscendenza e paternalismo.

La nuova sensibilità ecologista può essere d’aiuto nel riprogettare le Alpi?

Indubbiamente. E in fondo l’immagine che oggi abbiamo delle Alpi nasce proprio dalla riflessione di geografi di ambito ambientalista come il tedesco Werner Bätzing, o di scrittori-giornalisti attenti alla cultura ecologista come Enrico Camanni. D’altra parte le società alpine storiche utilizzavano forme di pensiero sistemico e di riciclo integrale che le rendono idealmente molto prossime al concetto contemporaneo di economia circolare. E oggi le innovazioni tecnologiche, insieme al pensiero ecologista, consentono, almeno in linea teorica, una reinvenzione delle Alpi contemporanee in linea con le forme storiche di vita sulle montagne.

E sotto quali aspetti la sensibilità ecologista può viceversa rivelarsi perdente?

Come ho in qualche modo già detto, quando la montagna diventa il terreno di proiezione di desideri, o anche di frustrazioni, che sovente sono dei cittadini. Se la cultura ecologista diventa la sua caricatura, assumendo forme estreme acontestuali dal quadro economico e sociale, perde il suo valore. La questione centrale è che le Alpi oggi appartengono in qualche modo a tanti soggetti diversi: sono dei montanari, ma anche delle molte persone che le abitano in maniera intermittente ma continuativa, nonché delle società europee e mondiali. Il loro valore – ecologico, culturale, simbolico – è troppo grande per essere di proprietà di singoli gruppi di soggetti. E ciò comporta la necessità di politiche condivise di natura transcalare. Da questo punto di vista, i contenuti della Convenzione delle Alpi rimangono ottimi.

Le cittadelle dello sci, esteticamente tanto vituperate perché considerate degli orrendi non luoghi, hanno ancora un senso?

Sappiamo oramai con certezza che il consumo sciistico delle Alpi è destinato a ridursi radicalmente. Come è necessario ripensare ai modelli di turismo futuri, così diventa importante iniziare a pianificare una riconversione di questi luoghi, anche perché non possiamo più permetterci il lusso di consumare altri spazi. Tra l’altro si prestano perfettamente per una sperimentazione di ripensamento energetico e ambientale. E’ un tema che in Francia è oggetto di discussione già da molti anni, anche in ragione della centralità su quelle montagne delle cosiddette stazioni di ski-total.

La peste consumista negli ultimi decenni ha fatto danni anche psicologici alla montagna. Pensa che l’atteggiamento da parte dei cittadini dovrebbe essere più rispettoso verso la montagna?

Non ho mai creduto nella dicotomia cittadini cattivi versus montanari buoni. Anzi, la storia recente ci ha insegnato che molte volte sono stati i turisti cittadini amanti di una certa località che si sono mobilitati per primi per salvaguardarla dagli scempi. Uno degli esiti della modernità è che i montanari e i cittadini sono oramai molto simili. Enrico Camanni arriva a dire che si può essere veri montanari solo se questa è una scelta voluta e consapevole. E la storia indubbiamente gli dà ragione. Oggi quello che serve è un progetto di futuro delle Alpi realmente sostenibile e autocentrato, capace di andare oltre le secche della modernità ma anche della recente stagione della patrimonializzazione del territorio montano.

Una maggiore sobrietà va forse richiesta ai montanari? Ovvero, occorre pretendere da loro offerte più spartane?

L’offerta nasce in relazione alle caratteristiche e richieste della domanda. Pensiamo al dibattito di questi ultimi anni sui rifugi alpini. Rispondere alle esigenze contemporanee di comfort o mantenere quella bella spartanità dell’alpinismo delle origini? Anche in questo caso credo che il tema debba essere affrontato superando ideologismi e stereotipi. Oggi non esiste una sola famiglia di mountain users, si è semmai in presenza di una gamma quasi infinita di comportamenti diversi, e questo è per certi versi inevitabile nella società contemporanea dell’individualismo e delle differenze: si va dallo zoticone da cinepanettone a Cortina fino al turista estremamente consapevole e attento. La dimensione culturale è da questo punto di vista decisiva. Più passano gli anni, e più mi accorgo che solo la crescita culturale di tutti, dalle diverse tipologie di montanari fino ai differenti tipi di cittadini, può rendere possibile un futuro realmente sostenibile (non solo ambientalmente, ma anche dal punto di vista sociale e economico) delle Alpi.

Antichi inverni in Tirolo. “Le Alpi oggi”, spiega Antonio De Rossi, “appartengono in qualche modo a tanti soggetti diversi: sono dei montanari, ma anche delle molte persone che le abitano in maniera intermittente ma continuativa”.

A che cosa è dovuta suo avviso la tenuta anche turistica dell’Alto Adige e dell’Engadina?

Sul fatto che l’Alto Adige o l’Engadina stiano davvero tenendo gli esperti sono in parte divisi. Diciamo che oggi le località che nei decenni recenti avevano puntato la carta turistica del tipico e del tradizionale, del rustico e del caratteristico iniziano a sentire una certa stanchezza. Perché? Semplicemente perché quel tipico e tradizionale erano frutto di processi di reinvenzione destinati alle aspettative dei cittadini, e alla loro idea stereotipata di montagna. Oggi i gusti si fanno di anno in anno sempre più esigenti. Oggi il turista cerca la vera autenticità, non quella reinventata. E in ciò luoghi rimasti ai margini dei processi turistici del ‘900, come le valli occitane, hanno diverse chances da giocare. Ma bisogna stare attenti: il turismo è una “brutta bestia”, che oramai conosciamo bene, e che rischia di fare terra bruciata; per questo è importante che il turismo rappresenti solo una parte dell’economia di un luogo, in equilibrio con altre attività.

Una curiosità. Sarebbe proponibile ad uso dei turisti una mappa dei luoghi in cui meglio si esprime il pittoresco alpino?

Certamente, e credo sarebbe molto utile. Paradossalmente molti luoghi che durante l’800 attiravano folle di turisti inglesi e russi (cascate, punti di vista panoramici, orridi) risultano essere dimenticati. E così molti spazi notevoli del modernismo alpino: si pensi a un luogo incredibile come la Panoramica Zegna nel Biellese. Una loro riscoperta in chiave di turismo slow sarebbe interessante, analogamente alla tendenza di parte dell’alpinismo contemporaneo di ripetere le vie storiche.

Quale infine l’elogio che più di altri desidera ricevere per la sua opera?

Perseveranza: questi due libri nascono da un lavoro di oltre venti anni, che muove dallo studio di centinaia e centinaia di fonti storiche, molte delle quali importantissime ma dimenticate da decenni. Credo di non essere altezzoso dicendo di essere il primo che ha affrontato un lavoro di questo genere. Il secondo “elogio” che mi piacerebbe ricevere è il riconoscimento del tentativo di andare oltre agli stereotipi, cercando di restituire il vero e complesso processo di trasformazione fisica e culturale di cui sono state oggetto le Alpi nel corso di due secoli e mezzo. E come ho provare a raccontare, le Alpi di epoca moderna sono certamente il regno degli stereotipi. (MC)

 

L’esperienza di Cieloalto

Pur non trattandosi di una vera e propria stazione integrata, ma semmai di un villaggio di ski-total, l’esperienza di Cieloalto a Cervinia si avvicina molto – per modalità e atmosfere – a quella di Pila e Sansicario. I grandi edifici realizzati da Francesco Dolza, Renato Piramide, Maria Ciletti e Mario Megna tra il 1972 e il 1978 rappresentano una delle prove d’architetture più convincenti del periodo. Lo Schuss, il Circus e la Grande Orsa vengono a collocarsi sul terreno massimizzando l’effetto delle loro geometrie sinuose e curvilinee, simulando in modo giocoso – in linea con analoghe esperienze internazionali –i profili delle montagne o di giganteschi trampolini per il salto. Gli articoli giornalistici dell’epoca sottolineano il carattere ambientale del nuovo intervento – A Cielo alto ideate costruzioni che si accordano con la natura, titola nel 1975 Stampa Sera -, anche se è evidente che si tratta di un protoecologismo sui generis ed essenzialmente figurativo. L’insediamento si caratterizza come un nucleo autonomo e autosufficiente, incentrato specialisticamente sulla pratica dello sci…

dal capitolo “Modernismo radicale” del volume “La costruzione delle Alpi. Il Novecento e il modernismo alpino (1917-2017)” di Antonio De Rossi, Donzelli editore

 

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