Nelle infermerie della Guerra Bianca

La medicina di montagna ha tratto molti vantaggi dall’esperienza dei medici militari che nel corso della Guerra Bianca stettero per oltre tre anni in alta quota. Su questo aspetto poco noto riferisce il dottor Gian Celso Agazzi della Commissione centrale medica del Cai mercoledì 1° febbraio 2017 alle 20,45 al Palamonti di Bergamo nel corso di una serata inserita nel ciclo “Ricordi della Guerra Bianca” (quattro appuntamenti: vedere qui sotto la locandina). “I medici militari”, spiega il dottor Agazzi, “si occuparono anche di oftalmie, ipotermia, congelamenti e male di montagna. Pure l’alimentazione fu un problema in taluni casi, specie alla fine del conflitto sul fronte austro-ungarico. Molti soldati erano denutriti. La Grande Guerra fu l’occasione per i medici militari di sperimentare e migliorare nuove cure, nuove tecniche d’intervento, nuove procedure”.

Dal racconto di Agazzi emerge in particolare la storia dell’Infermeria Carcano che si trovava dove ora sorge il rifugio Garibaldi in Val d’Avio. Mai prima di allora si era combattuto a quote così alte. Sul fronte dell’Adamello si ebbero circa 1300 morti. Molti persero la vita a causa di valanghe, freddo, malattie varie. Venne approntata una logistica particolare per istituire posti di medicazione, per il trasporto di feriti con asini, cani, teleferiche, gallerie scavate nella neve. “Giuseppe Carcano, capitano medico, 38 anni, di Milano”, ricorda ancora Agazzi che ne rievocherà la figura nel corso della sua conferenza, “ fu un’istituzione per i combattenti. Diresse l’Infermeria Carcano e quel piccolo ospedale arrivò ad avere 150 letti. Fu medico di anime e di corpi. Si occupò della logistica creando posti di medicazione a ridosso della prima linea e migliorando il trasporto dei feriti, introducendo barelle poste su sci che facilitavano il trasporto di feriti e di morti. Fu molto amato dagli Alpini”. La foto sopra il titolo è del Museo della Guerra Bianca di Temù (Bs).

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