Se n’è andato anche Abram, eroe in terra e in cielo

Il 23 dicembre 2016 si era spento a Biella il penultimo eroe del K2 ancora in vita, Ugo Angelino, il 16 gennaio 2017 è morto invece a Bolzano Erich Abram l’ultimo protagonista dell’impresa. Aveva 94 anni ed era malato da tempo. Nella spedizione guidata nel 1954 da Ardito Desio aveva avuto il compito di occuparsi del funzionamento delle bombole con l’ossigeno. Nato a Vipiteno, Abram è stato uno dei più forti alpinisti degli anni Cinquanta dopo il ritorno dal fronte russo e la prigionia. Tra i pionieri del soccorso alpino, vanta una lunga esperienza anche come pilota di piccoli velivoli in grado di atterrare in alta quota. Diede il suo nome a un paio di diffuse calzature da montagna. Era socio onorario del TrentoFilmfestival. Recentemente gli è stato dedicato a Bolzano il Salewa Cube, una struttura alta 18 metri e con 2mila mq di area per scalare, 12.300 prese, 180 itinerari con difficoltà fino all’8c, oltre a 100 vie boulder. All’indimenticabile Erich è dedicato il capitolo di “Soccorsi in montagna” di M. e R. Serafin (Ferrari ed., 2004) che pubblichiamo per gentile concessione.

Ai comandi dell’elicottero. Fu un pilota provetto.

Pilota per scelta,

soccorritore per caso

Refrattario a ogni forma di autocelebrazione, spirito libero e un po’ bizzarro, Erich Abram ha legato indissolubilmente il suo nome alla conquista italiana del K2 in cui fece la sua parte nella squadra di punta. Alla cloche di un elicottero ha trascorso i momenti più intensi di una vita che certo non è stata avara di emozioni. Studiava a Innsbruck quando il Terzo Reich lo mandò, carne da cannone, nel Caucaso nei reparti dei Gerbis Jeger, i Cacciatori delle Alpi. Nel 1943 la ritirata verso il Mar Nero, quindi la tremenda esperienza della Grecia e, a guerra finita, la prigionia sotto il tallone dei russi. I sopravvissuti tornarono a casa solo nel 1948, spremuti come limoni, dopo due anni di lavori forzati a Tabor, sulle rive della Moldava.

Anche Erich è ridotto a uno scheletro. Ma si riprende in fretta come dimostrano le ardite vie di roccia aperte in quegli anni sulle Dolomiti: lo Spigolo Abram sul Piz Ciavazes – ha detto qualcuno – è di provocatoria bellezza e nasconde strapiombi tali da smorzare ogni velleità di facile conquista. “C’è un bel tetto, non molto difficile, con ancora un mio cuneo di legno che tutti usano e ognuno dice: speriamo che tenga – racconta oggi il vecchio leone – eppure è ancora lì!”.

Le sue prime esperienze su un Piper s’intrecciano con quelle dello svizzero Hermann Geiger, il maestro assoluto di volo in montagna che, custode del piccolo aeroporto di Sion, in quegli anni Cinquanta realizza il suo sogno di volare. Una fama, quella di Geiger, fondata non solo sulla padronanza della tecnica ma anche sugli innumerevoli salvataggi compiuti nelle condizioni più disparate. Profondo conoscitore dell’alta montagna, Geiger era giunto alla conclusione che l’atterraggio sulle zone idonee dei ghiacciai era possibile a mezzo di un aereo a sci retrattili che permettevano di decollare dall’aeroporto di base e di farvi ritorno sulle ruote del normale carrello. Apportando questa modifica al suo mitico Piper, e poi al più grande e potente Pilatus Porter, Geiger salvò tante vite umane.

Recentemente gli è stato dedicato a Bolzano il Salewa Cube, una struttura alta 18 metri e con 2mila mq di area per scalare.(ph.Serafin/MountCity)

Tecnico frigorista, esperto di gas, anche Abram realizza in quegli anni il suo sogno di volare, ben felice di lasciare la ditta milanese per cui lavora. Nel ’54, durante la spedizione con Ardito Desio, la passione per il volo irrompe prepotente nella sua vita mentre compie attorno al K2 un giro con un vecchio DC3, un velivolo non abilitato per le alte quote. “Abbiamo offerto un trespolo con l’ossigeno al pilota e siamo saliti a oltre ottomila metri, una quota allora proibitiva. Ricordo che sul versante cinese abbiamo trovato una discendenza che ci ha costretti a fare un lungo giro. Ma il mio destino di pilota era stato segnato ancora prima volando in India, di notte, con una donna pakistana alla cloche. Sono andato in cabina e mi sono reso conto con un brivido che pilotava a vista, a circa mille metri di quota, con una visibilità pressoché nulla. Non c’era a bordo un solo strumento di navigazione, tutto avveniva appunto a vista, compreso l’atterraggio fra i cinesini che in gergo sono i lumini piantati lungo la pista”.

Tornato in Italia Abram comincia a frequentare l’Aeroclub di Bolzano prendendo confidenza con i piccoli Macchi. “Dei trabiccoli di legno, ma robustissimi, praticamente eterni. Sono arrivato al brevetto di terzo grado e poi sono diventato istruttore, pilota di elicottero ed esperto di volo in montagna con i pattini. Allora era difficile per un civile in zona di confine allontanarsi dalle città. Mi aggregavo perciò ai militari usando delle piste in quota appositamente preparate, particolarmente sull’Adamello che è un campo di aviazione naturale dove potrebbe scendere anche un DC8. Dopo l’incontro con Geiger sono finalmente riuscito a comprarmi anch’io un Piper nuovo di zecca, ancora imballato, di proprietà del presidente dell’aeroclub di Catania. Una macchina fantastica, un aereo che in duecento metri di pista ti consente di atterrare quale che sia il terreno. Con gli sci sotto si arriva a prender terra fino a 4000 metri. Da Geiger ho imparato le tecniche di soccorso che ho adottato per primo in Italia, anche se i militari già disponevano di questi velivoli ma con trenta cavalli di potenza in meno. In realtà con i militari ci siamo sempre dati una mano, io ero un semplice volontario perché né il Cai né l’Avs si interessavano ancora del soccorso aereo”.

Le prime ricognizioni si compiono negli anni Sessanta. “Quel che soprattutto si chiede a noi piloti è di stabilire dall’alto se gli alpinisti in difficoltà sono ancora vivi o sono finiti nel mondo dei più. Ricordo che nei pressi di Cortina sono riuscito non solo a effettuare la ricognizione, ma anche ad atterrare in pieno inverno, nell’incredulità generale, sotto la Croda da Lago dove era caduta una valanga che aveva travolto due studenti. A Siusi avevo preso a bordo un cane da valanga che il suo conduttore si è tenuto in grembo per tutto il volo e non abbiamo avuto difficoltà a individuare il posto dove i ragazzi erano sepolti. Poi giù nella neve a spalare finchè quei poveracci sono affiorati”.

Nella sua lunga storia di pilota soccorritore c’è una pagina sulla quale torna volentieri. Uno straordinario soccorso di cui rimane memoria nell’archivio conservato, con la collaborazione della dolcissima moglie Carla, nella bella casa di Bolzano – vista sui tetti e, ben più oltre, sul Catinaccio e le Torri del Vajolet. Un episodio che ha del miracoloso. Quattro ufficiali dell’esercito usciti vivi dalla carcassa di un 205 Agusta “come da un pelapatate”, precipitato in un canalone della Val Ridanna, una laterale della Valle dell’Isarco. Dall’archivio emerge una lettera dattiloscritta del 1982 firmata dal comandante del raggruppamento di elicotteri militari “Altair”:

Durante una scalata nelle Dolomiti dove ha tracciato innumerevoli vie.

“Nel quadro dell’operazione di soccorso svolta a seguito dell’incidente di volo del 5 luglio cui è incorso un aeromobile del Raggruppamento Altair”, scrive l’alto ufficiale, “è stata particolarmente preziosa e determinante l’opera svolta dalla SV. L’intervento dell’elicottero pilotato dalla SV con estrema perizia e sprezzo del pericolo ha infatti consentito di recuperare le vittime del tragico incidente concludendo le operazioni di soccorso che si conducevano con grave difficoltà da più ore. Nella circostanza la SV ha messo in luce qualità personali di altissimo valore che suscitano vivissimi sentimenti per la straordinaria abilità tecnica e l’elevato contenuto di solidarietà umana”.

Si stenta a credere che da quei rottami qualcuno sia uscito vivo e che – colmo della fortuna – abbia trovato chi dall’alto gli gettò una corda. In un pomeriggio d’autunno del nuovissimo millennio, come se fosse ancora ai comandi del suo Lama, Abram ricostruisce minuto per minuto quella lontana esperienza.

“Sto lavorando con il mio elicottero a Vipiteno. Trasporto di materiali in quota, ordinaria routine. L’allarme arriva dal ghiacciaio Malavalle che sale dolcemente verso il Pan di Zucchero, al confine con l’Austria, dove i militari stanno facendo le loro manovre. Da principio risulta che due elicotteri si siano scontrati in volo. Ma non è così. Un 205, un bestione della capienza di 15 persone, è arrivato su con a bordo cinque ufficiali più un maresciallo furiere, e nella stiva due quintali di conserve destinate al vettovagliamento degli alpini. Il maresciallo incaricato di consegnare lo scatolame agli addetti alle cucine mi dicono che fosse piuttosto agitato: aveva già avuto tre incidenti di volo, e aveva chiesto, per precauzione, di prendere posto vicino a un portellone laterale. Una gran bella macchina, quel 205, con un motore da mille cavalli, sicura in montagna come poche. La piazzola per l’atterraggio era stata ricavata dagli alpini a 3200 metri di quota: nessun problema dunque”.

La precauzione – o preveggenza – dello sfortunato maresciallo si rivela comunque preziosa. Quando in fase di atterraggio l’elicottero si rovescia, probabilmente per un colpo di vento in coda, rotolando in un canalone roccioso, è lui il primo a fiondarsi fuori. Salvo!

In quel medesimo istante Abram si appresta a parcheggiare il suo Lama nella piazzola dell’ospedale di Vipiteno dopo una giornata di duro lavoro su e giù con le benne di cemento. “Quando sto per atterrare, vedo un uomo in divisa corrermi incontro”, racconta. “Non fermare il motore, dev’essere successo qualcosa di grave in Val Ridanna!”. “Datemi subito un medico e parto”, rispondo. Naturalmente non so nulla delle manovre degli alpini lassù. A 3500 metri di quota facciamo dunque un passaggio all’imbrunire e vediamo quell’incredibile ammasso di ferraglia. Il maresciallo che è riuscito a cavarsela nel frattempo, sanguinante, ha dato l’allarme al rifugio. Ma quale può essere il destino per gli altri quattro?

“Quando mi avvicino al canalone, dove nel frattempo si sono calati gli uomini del Soccorso alpino portati su dai carabinieri, c’è ancora la turbina di un motore che non vuole saperne di fermarsi. Tutti urlano “via via che sta per scoppiare!”, e io dall’alto vedo, senza poter fare nulla, un militare che riesce a tirarsi fuori da solo a forza di gomiti e braccia. E’ ferito, si saprà che ha riportato una grave lesione alla spina dorsale”.

Per un attimo Abram e gli altri, affacciati nel baratro, rifiatano. Per fortuna la turbina ha il buon senso di fermarsi per conto suo. Ma resta il problema di mettere in salvo quegli uomini. “E’ quasi buio, e dobbiamo inventarci un modo per agire rapidamente. Il problema è che le corde nell’oscurità non si vedono. Mi viene in mente allora di legare alle corde dei fazzoletti colorati per renderle più visibili, formando una specie di gran pavese. Fortuna che dispongo di quelle corde nelle ceste laterali, altrimenti non so come ce la saremmo cavata. Il tutto avviene sul filo dei secondi. Più ci penso e più mi rendo conto che la nostra rapidità è frutto dell’abitudine a portare in quota il cemento. Arrivi, apri la benna, e via che riparti subito perché il cemento dev’essere versato in fretta, mica può aspettare. E neanche un uomo in pericolo di vita può farlo, ovviamente”.

Lo Spigolo Abram sul Piz Ciavazes nasconde strapiombi tali da smorzare ogni velleità di facile conquista.

Un pilota deve avere senso di scoperta, voglia di studiare. Questo ama ripetere Abram. E questo concetto lo ha sempre applicato al suo modo di essere che coincide con il suo modo di volare. Il ricordo corre a quando cominciò a dedicarsi ai voli antigrandine sottoponendosi a un esame di meteorologia. “Fu il mitico colonnello Bernacca, il mago televisivo della pioggia, a esaminarmi. Ma io ne sapevo più di lui e il colonnello non ha tardato a rendersene conto. Anche quei voli erano da considerasi di soccorso: si trattava di salvare le nostre preziose colture di frutta. La ditta romana per cui lavoravo assicurava con buone ragioni ai clienti non solo che eravamo in grado di prevenire le grandinate, ma che eravamo capaci di fare piovere nel punto in cui era necessario, non un metro più in là. E questo, esattamente questo, era ciò che facevo. Quando il vapore acqueo sospeso in aria non voleva saperne di venire giù io lo bombardavo con nuclei di condensazione finché le goccioline si convincevano a scendere sulla terra assetata. Di quei cristalli di ioduri d’argento lanciati fuori dall’aereo con dei razzi ne bastano pochi per ottenere l’effetto desiderato. Così, una volta incontrate nubi pretemporalesche, andavo a mungerle con un aereo speciale, grande cinque volte un piper, costruito in modo da sopportare le grosse turbolenze. E in tal modo la grandine la trasformavo in pioggia benefica”.

Queste e molte altre sono le buone azioni che Abram ha compiuto dall’alto dei cieli. In Algeria, dove ha lavorato per costruire una cintura di protezione contro la desertificazione sconfiggendo un’invasione di processionarie, non si è tirato indietro quando la terra ha tremato a El Asnam, duemila chilometri a ovest di Algeri, offrendo aiuto a una popolazione che aveva già avuto migliaia di vittime. “Settemila ore di volo su un Lama, mai avuto un problema”, dice con orgoglio facendo un bilancio della sua carriera di pilota. “Oggi chi vola su un elicottero può contare sull’efficienza della turbina: che se la metti a regime va avanti anche per 12 ore ed è la cosa più sicura che esista al mondo. Devi proprio prenderla a martellate se vuoi che smetta di funzionare. Il problema sono le centraline elettroniche che spesso mettono in crisi gli aerei costringendoli ad atterraggi non previsti, magari perché c’è una spia accesa che poi si rivela solo un falso allarme”.

Pilota per scelta, soccorritore per caso, si direbbe ascoltando i suoi racconti. Alla fine degli anni Ottanta è all’Alpe di Siusi, sta sciando quando s’imbatte nella mamma di un amico incrodato sullo Sciliar che lo supplica di fare qualcosa per suo figlio. Il pilota dell’elicottero, in quel caso, è un suo allievo. “Non riusciamo ad avvicinarci alla parete per andare a salvarlo. Ma io, carponi sul pavimento, non smetto di lanciargli una corda con un moschettone attaccato. Finché, dai e dai, lui riesce ad afferrarla e come Dio vuole lo tiriamo a bordo con il verricello. Ma sono ancora a quei tempi manovre da pionieri, esibizioni da cow boy un po’ azzardate, affidate all’estro del soccorritore. Figurati che quando abbiamo cominciato i primi elisoccorsi il pilota comunicava con una specie di alfabeto morse. Tre colpi sul cavo volevano dire mi devi calare, quattro colpi frena, due colpi tirami su…”. L’alfabeto della vita alla grande scuola del soccorso in montagna di cui l’indomito Abram è sicuramente un maestro assoluto.

da Soccorsi in montagna di M. e R. Serafin, Ferrari editore, 2004

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