Quell’irresistibile corsa alla vita

“Non lo fanno per pietà ma per orgoglio di casta. Sono angeli veri”. Questo scrisse Gianni Brera a proposito dei soccorritori. Sullo sfondo della tremenda vicenda dell’albergo del Gran Sasso distrutto da una valanga provocata dal terremoto, più di duecento sono questi uomini impegnati giorno e notte in mezzo alla bufera. E quasi insostenibili sono le immagini del loro scavare a mani nude in quella bara di ghiaccio. Che cosa voglia dire partecipare a questa irresistibile corsa alla vita, mossi dal più nobile degli impulsi, lo ha raccontato fra gli altri il triestino Spiro Dalla Porta Xydias che ha avuto modo di compiere impegnativi interventi come soccorritore, specie nel periodo in cui è stato capo della stazione del Soccorso alpino di Trieste. Spiro, che se ne è andato il 19 gennaio 2017 alla soglia dei cent’anni, ci lascia questa preziosa testimonianza raccolta a suo tempo nel libro “Soccorsi in montagna” di Roberto e Matteo Serafin (Ferrari editore, 2004). Mountcity si augura che molti abbiano la bontà di leggerla o rileggerla.

Spiro Dalla Porta Xydias (1927-2017) 

Un racconto di Spiro Dalla Porta Xydias

Passo Sella, tarda estate 1946. Giorni prima avevo raggiunto al Rifugio “Ciant del Gal” Gaetano Conforto che mi era stato compagno l’anno prima sulla variante nuova alla Sud della Marmolada. Avevamo stilato per corrispondenza un programma formidabile: Micheluzzi-Perathoner-Cristomannos al Pilastro Sud della Marmolada, Steger alla Winkler, Vinatzer al Ciavazes e per concludere una nuova via direttissima al Sass Pordoi. Ma tutti questi bei programmi sono rimasti sogni proibiti perché il mio compagno e ospite, Conforto, era rimasto vittima di un brutto volo sulla Fedele, proprio al Sass Pordoi, mentre si allenava per le nostre salire. Il suo compagno di cordata, Furio Piaz, figlio del celebre Tita, aveva tenuto bravamente, e Gaetano se l’era cavata senza danni fisici, ma con uno choc psichico di cui risentiva ancora quando, quattro giorni dopo, ero giunto io. Non ce la faceva ad arrampicare sul difficile, e così avevo dovuto accantonare i sogni di gloria e accontentarmi di arrampicate brevi e facili in cui Conforto, con grande fatica, riusciva a seguirmi. Settimana sprecata, dunque, almeno per le mie ambizioni. Ma ecco, proprio il giorno prima della mia partenza, la grande notizia. Il mio ospite arriva trafelato dal Passo Sella e senza prendere fiato mi sciorina l’allettante novità: “Questo pomeriggio ho incontrato al rifugio Valentini un mio amico cinematografaro che sta girando un documentario nelle Dolomiti. Ora vorrebbe concludere l’opera con la ripresa di una scalata. Mi sono quindi messo d’accordo con lui: domattina ci filmerà mentre facciamo la Steger alla Prima Torre!”. Un quarto con passaggio di quinto – almeno così era allora graduata. Non tanto difficile da farci fermare sui passaggi, abbastanza impegnativa da poter risultare interessante e spettacolare. Un’ottima scelta, dunque. Tanto più che l’ho già fatta da solo, quindi conto di andare su veloce, “di stile”…Ma Gateano se la sente? Annuisce con entusiasmo. “Certo, conosco la via, non avrò problemi”.

Un elicottero dei soccorsi sorvola il 19 gennaio 2017 l’area vicino all’hotel Rigopiano a Farindola, in provincia di Pescara. (Epa/Ansa)

Tutto procede per il meglio. O così almeno sembra di primo acchito. In rifugio faccio conoscenza con il cineasta, ometto magro, occhiali colla montatura di metallo, più simile ad un solerte ragioniere che a un emulo di Fellini. Mai giudicare dalle apparenze! Del resto, sfoggia un armamentario di prim’ordine: oltre alla macchina da presa, un’infinità di scatolette, astucci, bustine di pelle per lenti, obiettivi e chissà quali altre diavolerie!

Ci incamminiamo verso la base della nostra parete. Mi sento molto eccitato. Guardando la via che vogliamo fare mi accorgo che molto in alto, impegnato sul passaggio-chiave di quinto, c’è uno scalatore e poco sotto il compagno che fa sicurezza. Meno male che sono quasi in uscita, sarebbe stato veramente seccante risultare intralciati da un’altra cordata nel corso della nostra scalata ripresa dalla telecamera…Malgrado la mia impazienza saliamo abbastanza lentamente. Infatti Fellini, oltre all’ingombro della macchina e annessi aggeggi, non appare in gran forma. Arriviamo sotto la parete. Alzo gli occhi: diamine, i due sono sempre fermi sul passaggio alto: speriamo che si sbrighino, non mi piacerebbe trovarli sul posto quando arriveremo su. Ronzio della macchina da presa: Visconti gira il momento fatato in cui lo scalatore si lega, prepara il materiale…Chi ha detto che non corrisponde alla “vestizione” del torero prima della corrida?

Conscio dell’importanza della scena, cerco di sottolinearne le fasi più spettacolari: la preparazione della corda – che naturalmente si aggroviglia – l’aggancio dei chiodi e moschettoni. Colla coda dell’occhio scorgo la camera che manovrata da Hitchcock segue ogni mio movimento. Il capocordata non è forse protagonista assoluto? Un brutto rumore dall’alto: tintinnio metallico, soffio violento, tonfo sordo di un corpo che sbatte contro la pietra, il tutto accompagnato dal grido “Volo! Volo!”. Il capocordata, lassù, pende inerte sotto l’uscita dal camino, mentre il secondo chiama aiuto. Conforto sbianca paurosamente in volto: quella caduta gli rinnova lo choc del proprio incidente. Capisco che non c’è tempo da perdere. Mi slego.

“Cerca un compagno e seguimi!”, grido all’amico, e mi lancio come un folle. Nessun eroismo nel mio atto: solo l’istinto che seguo senza ragionare. E mentre arrampico come invasato, dall’alto il secondo continua a invocare terrorizzato: “Aiuto, aiuto, non ce la faccio più…”.

La consegna a Pinzolo della 39° Targa d’argento tutta dedicata agli eroici soccorritori che si sono sacrificati in Val Lasties (26 dicembre 2009) nella ricerca di due sepolti dalla valanga e ai quattro dell’equipaggio dell’elicottero del SUEM di Belluno schiantatosi il 22 agosto 2009 durante una missione nelle Dolomiti. A ritirare il premio dalle mani di Angiolino Binelli è Gino Comelli nella sua veste di capo della stazione Alta Val di Fassa del Soccorso alpino. (ph. Serafin/MountCity)

“Resisti!” urla di rimando Gaetano, “sta salendo, resisti!”. Salgo veloce, ho il fiatone come per prendere un tram in moto. Solo che qui si tratta di una vita umana. Insieme con la necessità di dover fare presto, prima che quello su, esaurito, molli tutto, sono mosso dall’impulso di realizzare un sogno tanto a lungo accarezzato: quello di portare soccorso in parete a un mio simile in pericolo…Riuscirò a salvarlo? Mentre il compagno in terrazzino continua a berciare le sue ripetute invocazioni disperate, il caduto non ha aperto bocca.

Devo riflettere al massimo. Con un volo simile, chissà che conseguenze. Forse il colpo è stato mortale. Arrampico come un pazzo, non ho certo li fiato per rispondere alle urla terrorizzate del secondo. Lo fanno dal basso: con una rapida occhiata mi accorgo che si è radunata un po’ di gente attorno a Conforto.

Poi gli eventi sembrano precipitare. Sono entrato nella fessura-camino. La difficoltà aumenta. Non la sento, provo solo la necessità di accelerare ancora: sono in uno stato anormale di eccitazione. Devo fare presto, raggiungere quanto prima quel corpo che pende inerte sopra di me. Non mi passa neppure per l’anticamera del cervello che se in alto l’altro mollasse, il caduto mi piomberebbe addosso facendomi precipitare. Solo più tardi ripensando all’azione ho realizzato questa evenienza.

“Presto, presto!”, “Dai che ti è sotto!”, “Ancora un istante!”. Il passaggio dovrebbe essere piuttosto impegnativo, ma arrampico come mai prima. Arrivo sotto il corpo, esco a destra, salgo un paio di metri, rientro nella fenditura, mi incastro saldamente, afferro la corda portandomela dietro la spalla e finalmente abbasso la testa per guardare lo scalatore, certo gravemente ferito, forse ormai senza vita…Salgo. Il ragazzo – anche lui giovanissimo come il capocordata – sta puntellato contro la parete, assicurato a un chiodo mentre la corda passa in altri due, qualche metro più in alto. L’afferro, tiro senza complimenti aiutato dal secondo e ben presto ecco apparire il volto dell’infortunato, poi il collo, le braccia. Allora si ricorda di possedere due mani e aiutato da una poderosa trazione si trova seduto accanto a noi. Lo tasto febbrilmente, gli faccio muovere braccia, dita, gambe, piedi…Sembra proprio intatto. Solo lo choc del volo deve averlo paralizzato. Però ritrova la parola. “Non ho soldi. Ma verrai a stare a casa mia per qualche giorno. “Non dire cretinate”. “Si, devi venire assolutamente da me. Per Natale. Mi darai il tuo indirizzo e la mamma ti scriverà”. Sto diventando popolare e si profila un notevole incremento nel traffico postale. Ma non mi devo commuovere, occorre pensare alla discesa; che non si preannuncia certo facile. E infatti non lo è, almeno lungo il tratto della fessura-camino.

Calo dapprima il “secondo” per una quindicina di metri – autonomia concessa dalla loro corda in doppia – esortandolo a fermarsi in posizione sicura, incastrandosi nella fenditura, in modo da poter attendere il compagno che faccio scendere a sua volta. Quando appaiono sistemati tutti e due lo aggiungo in libera: tanto non posso certo fidarmi della loro sicurezza, nello stato di abulia in cui si trovano.

Provo sulla mia pelle – è proprio il caso di dirlo – cosa significhi calare di peso un corpo umano e quando scendo a mia volta, oltre alla difficoltà, il terrore che uno precipiti dal posto di fermata e mi trascini nel vuoto. Come Dio vuole, alla base della scissura incontriamo una cordata formata da Conforto e da tre veronesi, venuti su a sostegno con corde, chiodi, moschettoni. Allora tutto diventa normale, quasi facile. Raggiungiamo la base e mi accorgo che si è formata una piccola folla. Visto che scendo da ultimo non scorgo con precisione l’arrivo a terra dell’infortunato. Quando lo tocco anche io – il suolo, non l’infortunato – un gruppo di quattro guide insieme ad altri alpinisti circonda i due redivivi.

Abruzzo, 20 gennaio 2017: sul web si susseguono minuto per minuto le immagini delle disperate ricerche dei dispersi nell’albergo del Gran Sasso distrutto da una valanga.

Uno strano ronzio. L’operatore molto soddisfatto mi dedica le sue ultime inquadrature: ha filmato tutta l’operazione. Una guida mi viene incontro. “Bravo, sei stato grande. Ma ora riposati, pensiamo noi a tutto”. Non capisco bene che cosa ci sia da pensare dato che da qui un agevole sentierino porta dritto in rifugio e alla statale. Ho dato ai due ragazzi un biglietto con l’indirizzo. “Ti scriveremo la mamma e io e verrai su per Natale”. “Anche mia madre ti scriverà, anche da me dovrai venire”. E giù a gran balzi, con ritrovata energia, lungo la traccia in pendio seguiti dalle guide e dal codazzo festante. Il piccolo cinematografaro ha riposto nel fodero macchina da presa, accessori, obiettivi. E si accende soddisfatto una sigaretta. Ho provato allora un senso di esaltazione tale da annullare qualsiasi altro sentimento, da ignorare nel modo più assoluto la portata dell’azione che stavo compiendo. All’inizio, forse al primissimo momento, mentre mi slegavo per andare su in libera senza impedimenti e fare più presto c’era in me la coscienza che si trattava di una via che ero in grado di salire anche da solo. Poi, mentre arrampicavo, ogni difficoltà è scomparsa: l’ansia di fare presto e questo sentire mi ha trasportato in una dimensione meravigliosa. La stessa intensità dell’atto mi ha poi permesso di restare in quella condizione di esasperata illuminazione per tutta la durata del salvataggio. Una sensazione che raramente – e mai più così a lungo – ho riprovato nella mia esistenza.

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Non ho mai visto il film di quel salvataggio. Qualcuno mi ha garantito di averlo ammirato in un giornale della “Settimana Incom”. Il cineasta aveva promesso di avvertirmi della programmazione ma non lo ha fatto. Del resto non è stato il solo a tacere. “Ti scriveremo la mamma e io, dovrai venire da noi a Natale!”. “Anche mia madre ti scriverà. Anche da noi dovrai restare!”. Non vi è stata competizione epistolare tra le due genitrici e neppure gara a inviti. Anche io, come quella volta Piaz e Comici, non ho mai ricevuto neanche una semplice cartolina con su scritto grazie, e coi nomi dei due salvati.

Spiro Dalla Porta Xydias

da “Soccorsi in montagna” di R. e M. Serafin. Ferrari editore, 2004