Bonatti e l’inviato del Corriere. Ecco che cosa gli raccontò

Nei sotterranei del Museo Nazionale della Montagna di Torino ha trovato provvisoriamente posto l’attrezzatura di Walter Bonatti donata dagli eredi del grande alpinista. Quel casco, quei guanti, quella piccozza sono diventati ormai parte dell’immaginario alpinistico, visti in mille foto, nei documentari, sui suoi libri e su giornali e riviste. L’accordo con il Cai è stato raggiunto in settembre e le casse e gli scatoloni sono ora nei magazzini sul Monte dei Cappuccini, che domina Torino. Tra le immagini custodite da Walter, una lo ritrae con un personaggio che lo ascolta fissandolo negli occhi. L’alpinista ha l’aria di raccontargli soddisfatto una delle sue esperienze, probabilmente la straordinaria solitaria del 1955 al pilastro sud-ovest del Petit Dru (3733 m) nel gruppo del Monte Bianco. La foto è stata pubblicata a corredo di un servizio sul quotidiano La Repubblica, peccato che nella didascalia mancasse il nome dell’intervistatore. Mountcity è in grado di svelarlo. Perché quel signore non era un Carneade del giornalismo di montagna. Si trattava di Fulvio Campiotti che per anni ha raccontato nelle pagine del Corriere della Sera gli ultimi echi di un alpinismo irripetibile. Morto a Varese a 86 anni nell’ottobre del 1993, è stato anche l’autore del famoso manuale “Come si va in montagna” (Italia Bella, 1951) con consigli, tecniche, accorgimenti pratici e notizie utili, elenco dei rifugi, ecc. Averne ignorato il nome non fa certo onore a chi s’incarica di divulgare la benemerita attività del museo.

Il manuale di Fulvio Campiotti, un best seller negli anni Cinquanta. Nella foto sopra il titolo il giornalista intervista Bonatti. Arch. Museo Nazionale della Montagna, per gentile concessione.

Per sapere che cosa i due si dicessero occorre consultare la biografia “Walter Bonatti. L’uomo, il mito” di Roberto Serafin (Priuli&Verlucca, 2012, collana Campo Base). Dove viene riportato quanto scrisse Campiotti nel 1955 sul Corriere della Sera sulla base del racconto dell’alpinista che, reduce dal Petit Dru, non si è ancora sfilato le ingombranti moffole e, come si denota dalla foto, si trascina la piccozza appesa a un polso . “Il punto più critico di tutta l’arrampicata”, scrive dunque Campiotti, “Bonatti lo ha superato il quarto giorno. Dopo cinque ore di dura salita, si trovò all’inizio di un diedro dalle pareti rugose ma senza appigli, solcato da una fessura che era troppo larga per i chiodi e troppo stretta per i cunei di legno. Bonatti risolse la scabrosa situazione con una manovra tecnicamente geniale che a sentirla descrivere fa venire i brividi. Piantato un chiodo, Walter si calò con un pendolo sotto una gran volta rocciosa, si assicurò alla parete con un altro chiodo, quindi lanciò una corda con due anelli, a destra e al di sopra di lui, con la speranza che si agganciasse a certi massi che vedeva più in alto, dentro un canale. Dopo sei o sette lanci, la corda si ancorò. Bonatti ne provò la saldezza, poi si calò ancora di qualche metro e, facendo pendolo aggrappandosi a quella corda che poteva anche non tenere – ma non c’era per lui altra via d’uscita – Walter si issò a forza di braccia, esposto completamente nel vuoto, e si portò sopra il diedro che sembrava chiudergli il passo. Il colpo gli riuscì e quella fu la chiave della vittoria”.

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