La corsa selvaggia secondo Michieli

Tra la ventina di libri dedicati alla corsa a piedi che si allineano in questi giorni sugli scaffali di una libreria Feltrinelli a Milano si nasconde il piccolo (per dimensioni) saggio fresco di stampa di Franco Michieli “L’estasi della corsa selvaggia” (Ediciclo, 96 pagine fornato 11×16, cm, 8,50 euro). Da non perdere. Conoscevamo Michieli per le sue interminabili traversate a piedi nelle Alpi, quelle sì selvagge, e per quelle compiute nelle lande sconfinate del Grande Nord senza cartine né bussole né satellitari. Ma ora questo profeta delle lunghe distanze necessariamente compiute lento pede o con passo alpino ci rivela che “la corsa selvaggia fa parte della sua vita “. Da quando, precisa Michieli, costretto in caserma dal servizio militare la corsa gli permise di salire e scendere decine di vette della Valle d’Aosta. C’è stato un tempo in cui correre in montagna veniva considerato dai puri poco meno che un sacrilegio. Acqua passata. Ma qui, è chiaro, Michieli non si riferisce alla corsa agonistica, all’ingordo accumulare chilometri e dislivelli nelle ultra trail, bensì a “una corsa liberatoria, istintiva e poetica, lontana da tempi e competizioni”. Un’estasi dell’immaginazione, come appunto definisce Micheli la corsa selvaggia, approfittando del fatto che “l’evoluzione ha donato a noi pibedi un passo particolare alternativo al galoppo: la corsa”. Ciò che lascia perplessi è l’affermazione che “in questa pratica l’uomo si riscopra animale, in simbiosi con la Natura”. Il principe degli etologi Desmond Morris potrà smentirci, ma non risulta che la corsa sia praticata nel regno animale se non in caso di effettiva necessità. Ovvero per cacciare o per non essere prede. Nell’era del benessere fisico trionfante, per l’uomo la corsa, selvaggia o no, rappresenta invece un passatempo che richiede una certa disciplina, utile fra l’altro per incamerare benefiche endorfine. O, da piccoli, un disperato tentativo di evitare che la mamma ci picchi, come sostiene Giovanni Storti, runner incallito e attore di grande simpatia, in un suo delizioso saggio sull’argomento. (Ser)

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