Giorno di festa nel luna park di Prato Nevoso

La cittadella dello sci di Prato Nevoso e, sopra il titolo, un aspetto della folla domenicale (ph. Serafin/MountCity)

Sull’arco alpino e in particolare nell’area orientale – Lombardia, Trentino Alto Adige, Veneto e Friuli Venezia Giulia – in questo inverno sono trascorsi almeno due mesi senza che, letteralmente, sia passata in cielo una nuvola. Eppure la tanto sospirata neve, quella autentica scesa dal cielo, non è mancata nelle Alpi Marittime, negli sterminati campi di sci di Artesina, Frabosa Soprana, Prato Nevoso. Compatta e polverosa, tutte le asperità ne sono state fin da dicembre equamente cosparse in abbondanza. In questo febbraio oltre i duemila i rilievi si susseguono candidi a perdita d’occhio. E continueranno a esserlo fino a primavera, in barba al global warming. Compreso, sullo sfondo, l’altero Monviso che emerge solitario dalle fetide nebbie della pianura. A goderne nell’ultima domenica di gennaio 2017 sono gioiosamente saliti quassù a migliaia i cosiddetti domenicali, una folla incalcolabile e festante. A Prato Nevoso, non meno di seimila auto hanno quel giorno disciplinatamente condiviso i due sterminati parcheggi. E all’imbrunire, spento il fragoroso zampillare di dance music, sgonfiati i gonfiabili, tutti di nuovo a casa soddisfatti. Così il silenzio è tornato a calare sulla spropositata cittadella della neve con gli immobili disposti a gradinata lungo il pendio che scende dal Malanotte.

QUEI I8 MILA LETTI. Quanti dei 18 mila letti di quei 3800 appartamenti costruiti negli anni del boom a Prato Nevoso vengono di norma occupati? E’ la domanda che ci si pone. D’accordo, in Italia il numero degli sciatori è stato all’epoca sovrastimato e ora risulta in continua e costante diminuzione. Sicuramente sarà necessario ripensare ai modelli di turismo futuri. E magari, come suggeriscono gli urbanisti, iniziare a pianificare una riconversione di questi luoghi che, tra l’altro, si prestano secondo alcuni architetti urbanisti per una sperimentazione di ripensamento energetico e ambientale. Ma probabilmente non è del tutto ragionevole gettare la croce addosso a queste stazioni di ski total che tengono validamente in vita uno degli sport più popolari e diffusi a tutte le età e senza distinzione di sesso. Che richiamano – è il caso di Prato Nevoso – turisti da tutta Europa anche se per noi “lumbard” quelle piste sono fuori portata, automobilisticamente parlando, con quella stramaledetta autostrada incompiuta Cuneo-Asti in cui si si perde in un dedalo di rotonde e sensi unici. E’ pur vero che gli sciatori italiani si assestano oggi sui 2 milioni di praticanti, a cui vanno aggiunti, come frequentatori delle piste di discesa, circa 500.000 snowboarder. Il turismo di massa – e qui non può che essere di massa – è una delle caratteristiche del nostro tempo e sempre più lo sarà restando uno dei settori trainanti dell’economia mondiale: l’unico in crescita fissa (nel ’15 hanno fatto la valigia un miliardo e 200 milioni di persone!).

NON SOLO SCIATORI. E poi non si tratta solo di sciatori. Osservando in una domenica di sole a Prato Nevoso le centinaia di famigliole con i bambini che si mettono in fila sui tapis roulant trascinandosi dietro gli slittini e certe ridicole ciambelle pneumatiche su cui lasciarsi portare in discesa in un tripudio di risate ed esclamazioni, viene da pensare che sarebbe probabilmente ingiusto demonizzare questo luna park, queste domeniche caciarone. Anche se di montagne luna park ce ne sono in giro fin troppe. Ma un trattamento particolarmente indulgente andrebbe riservato a queste valli del Monregalese che vivono di sci, d’impianti di risalita e relative infrastrutture e che sicuramente rappresentano una voce importante anche nell’economia turistica nazionale. Con i loro antichi borghi come Frabosa Soprana, malinconici e disabitati, eppure ancora capaci di sorprenderci per l’atmosfera discreta, l’eleganza degli antichi palazzi e delle chiese, la cortesia della gente.

Il Monviso emerge dalle nebbie della pianura (ph. Serafin/MountCity)

VOLANO INDISPENSABILE. Già, le grandi stazioni invernali come questa “Sestrière delle Alpi Marittime” sono realtà importanti anche se non sempre prosperano (a Foppolo in Lombardia la Brembo Ski ha dichiarato fallimento e sono in corso indagini da parte della magistratura). Anzi, i cosiddetti centri invernali rappresentano un volano considerato indispensabile per il mantenimento di intere comunità ed economie locali. Specialmente se l’immagine di montagne innevate e di paesaggi incontaminati che l’industria del turismo trasmette ai clienti è collegata con la realtà, come puntualmente avviene in queste fortunate contrade del Piemonte dove le precipitazioni vengono favorite dall’incontro tra le correnti fredde e quelle tiepide provenienti dal mare. Anche dando per scontato che misure a lungo termine che non siano neve-dipendenti vanno comunque prese in considerazione a favore del turismo invernale o di tutto l’anno. Perché purtroppo sempre più il cielo si dimostra avaro di questo oro bianco che negli anni del boom ha giustificato tante redditizie e oggi spropositate cittadelle dello sci (Ser)

Neve e sorrisi d’altri tempi. Si calcola che oggi siano due milioni i praticanti dello sci.

 

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