Turismo invernale? Tutto da rifare

L’apocalissi climatica che avanza, l’ideologia green, i turisti buoni che non inquinano, meditano, si rilassano, si interessano alla “cultura alpina” , i nuovi abitanti rurali che scorrazzano virtuosi… Tutto questo repertorio si condensa nel comunicato di CIPRA Internazionale dell’8 febbraio 2017 intitolato “Transizione nel turismo invernale” che qui è possibile scaricare. “Il turismo ha portato ricchezza nelle Alpi”, scrive Barbara Wulser, responsabile della comunicazione, nella mail di accompagnamento. “In molte regioni continua a essere un’importante fonte di reddito, ma anche un fattore di rischio per la dipendenza da un solo settore. Il cambiamento climatico e il mutato comportamento dei visitatori pongono le destinazioni di fronte a grandi sfide. Nell’anno dell’ONU del turismo sostenibile per lo sviluppo la CIPRA, Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi, fornisce spunti di riflessione per l’inevitabile transizione”. Nel documento si legge che “anche il numero delle cosiddette giornate di sci è tendenzialmente in diminuzione in tutti i Paesi alpini da cinque anni, così come la durata dei soggiorni. Recenti studi rivelano che da un quarto ad un terzo delle stazioni sciistiche è in deficit”. E più avanti: “Gli sport invernali non sono più uno sport popolare, in particolare tra i giovani, solo alcuni lo praticano e perlopiù occasionalmente. Gli ospiti non si limitano a voler sciare, ma vogliono anche escursioni con le ciaspole, ascoltare concerti, rigenerarsi in centri wellness e frequentare corsi di meditazione, gustare le specialità regionali o avvicinarsi alla cultura e alle tradizioni locali”. Qui proponiamo sull’argomento anche un’altra allarmante diagnosi della Cipra. Meditate gente.

Uno sviluppo problematico

Montagne innevate, paesaggi intatti, notti stellate: l’immagine dell’inverno nelle Alpi trasmessa dagli operatori turistici fa sempre più fatica a trovare corrispondenza nella realtà. Al posto di tutto ciò, piste di neve artificiale tagliano bruni pendii disboscati, di notte i gatti delle nevi sferragliano su e giù per le piste, i frequentatori di costosi ristoranti sono privati dell’esperienza delle vette, nella valle i grandi alberghi per il turismo di massa sbarrano la vista del panorama montano, il comune si indebita per i costi ingenti delle infrastrutture. Il turismo invernale nelle Alpi è in crisi. Questo sviluppo è problematico non solo per turisti e operatori turistici, ma anche per le persone che vivono lì tutto l’anno. Perché il turismo non è fine a se stesso. La possibilità di lasciare il proprio luogo di residenza e di soggiornare per un certo periodo in un’altra località è un lusso che, su scala mondiale, solo pochi possono permettersi. Molti di loro vivono in Europa. Di tutto ciò le Alpi hanno approfittato nei decenni scorsi. Nel frattempo il numero di praticanti gli sport invernali è in calo e le destinazioni lontane allettano con offerte esotiche. Mentre il cambiamento climatico offusca le prospettive di miglioramento.

La percentuale di occupati nel turismo alpino è stimata tra il 10 e il 15%, con forti oscillazioni regionali e stagionali. Le retribuzioni sono inferiori alla media, la percentuale di donne e di immigrati è superiore alla media. Resta da vedere se anche in futuro il turismo invernale potrà contribuire al sostentamento economico degli abitanti delle Alpi: questo dipende in gran parte dalle condizioni sociali ed ecologiche e dalle risorse, ma anche dalle conseguenze del cambiamento climatico dal punto di vista sociale ed ecologico – e se nel successivo sviluppo si terrà adeguatamente conto di esse.

Scarica il comunicato della Cipra sul Turismo invernale

Commenta la notizia.