Le Alpi salveranno Torino?

Città e montagna s’incontrano in questi giorni di febbraio nell’e-magazine “Dislivelli” tutto dedicato al rapporto tra queste due realtà del nostro Paese. Per una coincidenza, di questo argomento si parla anche nell’interessante libro “Via dalla città” di Maurizio Dematteis (DeriveApprodi, 191 pagine, 18 euro) che è anche direttore di “Dislivelli”. Sfogliando la rivista mensile il quadro si presenta cautamente positivo. La diagnosi? La montagna oggi non vive che in piccola parte esportando beni e servizi derivanti da sue specifiche risorse ed è fortemente dipendente dalla città. Ma le cose potrebbero cambiare secondo una ricerca Intermont di prossima pubblicazione. Lo proverebbe il fatto che le risorse disponibili sono largamente sottoutilizzate e che le attività capaci di trasformarle e gestirle con il lavoro di chi abita in montagna sono carenti.

Dal libro di Dematteis, già presentato in questo sito, si apprende altresì che in una città come Torino, un tempo ritenuta la capitale delle Alpi, l’immagine della montagna è da tempo offuscata. Che la relazione tra città e montagna molto spesso si limita ad un rapporto di prevaricazione della prima sulla seconda. In ogni modo Dematteis nel suo libro alimenta pur sempre qualche flebile speranza. “Le Alpi salveranno Torino” titola infatti il capitolo dedicato al capoluogo piemontese dove “il rapporto passato con le sue montagne si respira in tutta la città: nei musei, negli edifici, nella statua di Quintino Sella al Parco del Valentino, nel monumento di Piazza Statuto a Germain Sommeiller e agli altri ingegneri che costruirono il Traforo del Frejus. Addirittura esiste un museo dedicato, il glorioso e unico Museo della montagna al Monte dei Cappuccini, con il suo immenso patrimonio di 160.000 immagini, migliaia di film e video e la Biblioteca del Cai nazionale con 32.000 libri, 1600 testate di periodici da tutto il mondo, 9000 carte topografiche e 25 metri lineari di archivio storico”. “Tanta memoria, tanta storia, tutte bellissime cose, importanti”, è il giudizio di Dematteis. “Ma che sanno di passato e di muffa. Come se dopo gli anni della guerra di resistenza partigiana, l’ultimo momento storico di forte legame tra Torino e le sue montagne, le Alpi si fossero afflosciate, allontanandosi sempre più dalla città. Negli scritti di Vittorio Foa, Natalia Ginzburg, Ada Gobetti, Primo Levi, Massimo Mila e tanti altri intellettuali torinesi questo legame era ancora molto forte. La montagna era libertà, ribellione, valori, evasione, bellezza, meditazione. Poi pian piano tutto questo si affievolisce…”.

La Vedetta Alpina sul Monte dei Cappuccini all’inizio del secolo scorso.

Le tappe del declino della montagna nella vita di Torino risultano, nel libro di Dematteis, piuttosto frequenti e preoccupanti. “Si è conclusa la stagione del mitico Salone della montagna, dove ogni anno fin da quando ero ragazzino andavo a fare incetta di depliant e adesivi, per poi sfogliarli sognando le montagne sdraiato sul letto della mia cameretta e attaccare gli ‘appicciconi’, come chiamavamo allora gli adesivi, in giro per casa. E poi, più tardi, la chiusura della riviste torinesi, con cui sono ancora riuscito a collaborare qualche anno prima del tracollo, ‘La rivista della montagna’ e ‘Alp’. Una scomparsa che si è consumata nella totale indifferenza tutta sabauda, senza che nessuno dicesse nulla, quasi che la città non se ne sia accorta…”.

“Per ora dagli anni ’80 ad oggi”, conclude Dematteis, “è stato un lento declino nei rapporti Torino-montagna, a fasi alterne, ma su tutti i fronti. Solo una realtà non è mai venuta meno alla lealtà con la montagna, seppur criticata, spesso snobbata, a volte addirittura vituperata e si tratta delle sezioni e sottosezioni di quel Club Alpino Italiano nato proprio in città: Cai Torino, Cai Uget, Sucai, Geat. Le uniche che abbiano sempre continuato a raccontare attraverso la frequentazione sportiva, anche ai giovani torinesi, un mondo che mano a mano diventava sempre più lontano”. Dal Regno dei Cieli Quintino Sella, illustre padre del Cai, non può che compiacersi di questi apprezzamenti espressi con tanta convinzione per la sua creatura. (Ser)

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