Storia dei rifugi, un “meraviglioso patrimonio”

Il libro fresco di stampa di Stefano Morosini.

“Il meraviglioso patrimonio: i rifugi alpini in Alto Adige/Südtirol come questione nazionale (1914-1972)” è il titolo di un’importante ricerca dello storico Stefano Morosini ed è anche un modo di colmare un vuoto: la mancanza finora di libri che mettano fine alla retorica e a una certa apologetica di parte su fatti e circostanze che, per tanti anni, resero problematici i rapporti fra le sezioni del CAI Alto Adige e quelle della Alpenverein Südtirol (AVS, in italiano Club alpino sudtirolese). Molti rifugi in Alto Adige/Südtirol sono infatti diventati con il fascismo e anche oltre dei presidi e avamposti nazionali o, addirittura, nazionalistici nella contrapposizione ai rifugi austro-germanici. Una storia ormai superata, ma occorreva che ci fosse uno storico appassionato e competente della materia come Morosini per raccontarla con larghezza di vedute in questo libro edito dalla Fondazione Museo Storico di Trento (302 pagine, 20 euro).

Come precisa l’antropologo Annibale Salsa nella prefazione, “Morosini dimostra, con assoluta obiettività, il ruolo non neutrale svolto dal CAI negli anni compresi fra le due guerre, senza sottovalutare gli strascichi protrattisi ancora in tempi a noi più vicini. Purtroppo, i risentimenti, dal sapore revanscistico non aiutano a superare vecchi e logori pregiudizi, i quali hanno con l’alpinismo e l’amore per la montagna ben poco a che fare”. Morosini è ricercatore di Storia contemporanea presso l’Università della Montagna di Edolo (Brescia), centro di eccellenza afferente all’Università degli Studi di Milano. Svolge inoltre attività di ricerca presso il Politecnico di Milano sulla storia della tecnica e dell’industrializzazione tra Otto e Novecento. Ha al suo attivo una serie di studi sulle implicazioni economiche, sociali e politiche della pratica dell’alpinismo in Italia e in Europa e sullo sviluppo tecnico e industriale in area milanese e lombarda durante la seconda rivoluzione industriale. Di questa sua creatura appena venuta alla luce è giustamente orgoglioso. “Come risulta dal frontespizio”, dice, “il volume ha ottenuto il patrocinio congiunto di AVS, CAI e SAT a riprova della valorizzazione delle fonti archivistiche che conservano, ma anche dell’oggettività del lavoro su questioni spinose e controverse”.

Stefano Morosini

Una curiosità, Morosini: il meraviglioso patrimonio dei rifugi nel Sudtirol le risulta oggi meglio conservato che altrove?

Secondo dati statistici recenti, dopo Venezia, la provincia autonoma di Bolzano è la più frequentata provincia italiana per numero di arrivi turistici, con una leggera prevalenza di arrivi estivi in rapporto a quelli invernali. Oltre alle caratteristiche pregevoli dell’ambiente, gioca certamente a favore la cura e la tutela del territorio che vi si pratica da molto tempo, la capacità di fare squadra e fare rete che enti locali, istituzioni e imprenditori impegnati in campo turistico dimostrano magistralmente, e non ultimo il buon uso delle risorse che l’autonomia provinciale sa garantire. I rifugi alpini sono una parte importante della ricettività turistica di questo territorio e come tali sono spesso all’avanguardia per qualità dell’accoglienza offerta a turisti, escursionisti e alpinisti.

Studiare i rifugi le è servito per entrare nel merito di ben più ampie questioni nazionali. In quale ottica?

Negli anni impiegati a spogliare le fonti d’archivio mi è apparso sempre più evidente che la questione dei rifugi alpini in Alto Adige/Südtirol possa essere interpretata come una sorta di grimaldello utile ad entrare nel merito di una ben più ampia questione politica e nazionale che ha riguardato l’Italia e la sue minoranze di lingua tedesca e ladina, entrate a far parte dei confini nazionali a partire dal primo dopoguerra. Nel mio lavoro i rifugi sono stati quindi considerati come un possibile caso di studio, come una cartina al tornasole capace di raccontare come negli anni il Sudtirolo, da terreno di profonde conflittualità nazionali, si sia trasformato in un laboratorio di cittadinanza europea.

Esistono ancora rivendicazioni da una parte e dall’altra. Come si giustificano?

A mio parere quest’area delle Alpi non può essere considerata oggettivamente più un territorio conteso, e come tale i rifugi alpini hanno perso il ruolo di presidi nazionali. Le montagne dell’Alto Adige-Südtirol sono pienamente parte dell’area di libero scambio europea: un’area delle Alpi dallo straordinario valore ambientale e culturale posto, per l’area dolomitica, sotto la tutela UNESCO.

Il rifugio Zsigmondy-Comici (in tedesco Zsigmondy-Comici-Hütte) nelle Dolomiti di Sesto. Fu costruito dall’Alpenverein austriaco e poi distrutto. Nel 1926 la Sezione CAI di Padova realizzò l’attuale rifugio dedicandolo a Mussolini. Dall’anno 1948 la denominazione divenne quella attuale. Nella foto sopra il titolo momenti della vita di guerra nel 1916 presso la Halleschehütte nel Gruppo Ortles-Cevedale. Le tracce del rifugio, distrutto dall’artiglieria italiana e mai più ricostruito, sono ancora visibili (Vienna, Österreichische Nationalbibliothek, K.u.k. Kriegspressequartier, Lichtbildstelle).

Con quale spirito ripercorre la storia passata in una fase estremamente difficile per il CAI come quella del fascismo?

Con gli strumenti analitici dello storico e svolgendo un’analisi critica basata sullo spoglio rigoroso della documentazione d’archivio, a cui mi rifaccio nelle note. Dopo il 1927 il CAI fu sottoposto al CONI (Comitato Olimpionico Nazionale Italiano), fatto che determinò la perdita delle procedure democratiche di elezione dei rappresentanti a livello sezionale e nazionale, e che via via portò ad un sempre più stretto controllo politico da parte del regime, fino all’infamia dell’applicazione delle leggi razziali. In Alto Adige il CAI fu utilizzato come strumento di affermazione dell’identità nazionale italiana in rapporto a quella di madrelingua tedesca e ladina.

La sua ricerca si conclude con lo Statuto di Autonomia del 1972. Come sono cambiate da allora le cose?

L’analisi su cui il mio lavoro si sofferma termina nell’anno 1972, nel quale con il Secondo statuto di autonomia nascono le province autonome di Trento e Bolzano e le conflittualità si risolvono anche grazie a una crescita costante e diffusa dell’economia, della qualità della vita, della sostenibilità ambientale dello sviluppo.

Il bilinguismo viene oggi a quanto pare negato lungo i sentieri. Una questione risolvibile?

Mi auguro proprio di sì, per una questione non politica ma di buon senso.

Come è stato possibile ritrovare i documenti ai quali lei ha potuto attingere?

La ricerca si è strutturata sul vaglio di fonti – in gran parte di prima mano – alle quali è stato possibile avere accesso in numerosi archivi istituzionali, associativi e privati, tra Bergamo, Bolzano, Innsbruck, Londra, Milano, Monaco di Baviera, Roma, Rovereto (Trento), Schio (Vicenza), Sondrio, Torino e Trento. Indagare fonti d’archivio di così diversa provenienza ha richiesto un grande lavoro di riordino e ricomposizione cronologica e tematica.

Ser

Altre informazioni sul libro di Morosini:

http://fondazione.museostorico.it/index.php/Pubblicazioni/Libri-e-produzioni-video/Libri/Il-meraviglioso-patrimonio-i-rifugi-alpini-in-Alto-Adige-Suedtirol-come-questione-nazionale-1914-1972

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