Selvaggina in tavola, una scelta etica?

“Il consumo di carne di selvaggina rappresenta una scelta etica, sostenibile e a bassissimo impatto ambientale, volta a rivalutare il vero prodotto locale tradizionale, gestendo nel contempo eventuali squilibri ambientali”.  Questo si legge nella brochure realizzata in occasione della XV edizione della manifestazione gastronomica “Caccia in Cucina 2017” in programma a Bergamo, che promette per un mese, fino al 20 marzo, selvaggina in tavola in 22 ristoranti. Per un mese, quindi, i locali che aderiscono all’iniziativa integrano la loro offerta quotidiana con almeno due pietanze a base di selvaggina sia a pranzo che a cena. Particolare importante. L’abbandono delle attività tradizionali e lo spopolamento delle aree rurali hanno comportato un aumento esponenziale degli ungulati selvatici (cinghiale, cervo, capriolo e camoscio). L’utilizzo delle carni di selvaggina ai fini di autoconsumo e per la ristorazione, rappresenterebbe dunque una scelta etica, sostenibile e a bassissimo impatto ambientale, volta a rivalutare il vero prodotto locale tradizionale gestendo nel contempo eventuali squilibri ambientali dovuti all’incremento della fauna selvatica, ai danni all’agricoltura e alle interazioni con le attività antropiche.

“La selvaggina destinata alla ristorazione deriva da tre fonti principali: importazione, allevamento e attività venatoria”, spiegano Luca Pellicioli e Roberto Viganò in un dossier di cui ha dato notizia a suo tempo mountcity.it. “L’Italia importa carni di selvaggina principalmente dalla Nuova Zelanda (maggior produttore mondiale di cervi allevati) e dall’Austria (che attraverso i suoi servizi veterinari è riuscita a regolamentare la filiera delle carni di selvaggina regolarmente abbattuta). Gli allevamenti di selvaggina nel nostro paese non sono invece quantitativamente rappresentati come in altre parti del mondo, e propendono verso la riduzione. La quasi totalità degli allevamenti e delle aree faunistiche ospitano una sola specie, e le specie maggiormente presenti sono il daino e il cinghiale”.

Sembra, in conclusione, incontestabile che la selvaggina sia infinitamente più etica e salubre della carne di allevamenti intensivi: non subisce trattamenti vaccinali e farmacologici, garantisce una riduzione della produzione di CO2 e del consumo di terreno e di acqua, inoltre limita l’impatto ambientale dovuto alle produzione zootecniche. Il prelievo stesso dell’animale, attraverso un’attività venatoria corretta e rispettosa della preda, è garanzia del benessere animale. In questa pagina una tabella, tratta dall’opuscolo citato, sui valori nutrizionali degli ungulati.

www.alpvet.it

www.cicitalia.it

Scarica il pieghevole distribuito alla rassegna Caccia in Cucina

2 thoughts on “Selvaggina in tavola, una scelta etica?

  • 21/11/2019 at 13:09
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    Io invece alll’università ho saputo che la selvaggina causa diversi disastri ambientali..

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  • 20/02/2017 at 11:40
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    per contenere il sovrappopolamento degli ungulati basterebbe reintrodurre il lupo. per quanto riguarda i cinghiali, invece, nel vicino Canton Ticino (che conosco vivendo a Varese) ogni esemplare abbattuto viene tutt’oggi sottoposto ad un esame per valutarne la radioattività: infatti, dopo che la nube radioattiva di Chernobyl precipitò a terra sbarrata dalle Alpi e a causa della pioggia, contaminando irrimediabilmente il terreno, i cinghiali (notoriamente ghiotti di funghi e altri prodotti del sottobosco che assorbono questi inquinanti) presentano ancora dopo oltre 30 anni livelli di radioattività superiori al limite massimo consentito dalla legge (!) di oltre 10 volte. Ecco, diciamo che sostenere il consumo di selvaggina senza dire queste cose non mi sembra molto saggio. N.B.: in Svizzera di questi esami si parla sui quotidiani. qui, a 15Km di distanza, va tutto bene e nessuno dice nulla. e vai con polenta e cinghiale! inoltre invocare un senso etico che privilegi la caccia rispetto all’allevamento mi sembra fuorviante: né uno né l’altro modello alimentare sono sostenibili a lungo termine. l’allevamento intensivo è nato proprio per far fronte ad una domanda difficilmente soddisfabile con la caccia ed è esso stesso una delle maggiori fonti di inquinamento. dire che un animale selvatico è più felice finché è vivo rispetto ad uno allevato è un’ovvietà che non serve a risolvere il problema alimentare mondiale, ma solo a scrollarsi di dosso il senso di colpa derivante dall’uccisione. meglio sarebbe perseguire un modello alimentare sostenibile autarchico anziché rispondere in modo scomposto ad un modello antiquato dettato solo dalla rivoluzione industriale.

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