Incidenti in quota, l’analisi del quotidiano La Stampa

Tredici morti in febbraio in una manciata di giorni. Tutti alpinisti e freerider travolti dalla neve o precipitati dalle cascate di ghiaccio. Forse è il caso di guardare dentro a questa passione che talvolta si dimostra più travolgente delle slavine. Lo fa con molta determinazione Enrico Martinet su La Stampa di domenica 5 marzo 2017 e la sua inchiesta la si può recuperare anche sulla versione on line del quotidiano. Qual è in sintesi il verdetto che emerge da questo dialogo a più voci in cui prendono la parola illustri guide alpine come Cesare Cesa Bianchi, Guido Azzalea ed Hervé Barmasse? Tutte risultano più o meno d’accordo nel ritenere che “la sindrome tecnologica, la presunzione della bravura aumentano il pericolo del fuoripista e anche dell’alpinismo”.

Gli incidenti sulle cascate di ghiaccio e soprattutto la valanga del 3 marzo a Courmayeur, in Val Veny, con tre morti e 18 persone coinvolte, compresa una guida alpina, indicherebbero dunque che si è perduta la strada di una corretta valutazione del pericolo. Non solo, ma che si accettano rischi ignorando i pericoli dell’ambiente. Il destino, la fatalità? Da cancellare. Sono parole che meritano una riflessione. Il resto andate a leggerlo a questo link: http://www.lastampa.it/2017/03/05/societa/montagna/alpinismo/con-tecnologia-e-bravura-aumentano-i-pericoli-IG3Hr1uGL6fVbSKaHD4rNN/pagina.html

Nella foto sopra il titolo le ricerche dei dispersi il 3 marzo in Val Veny (da La Stampa, per gentile concessione)

One thought on “Incidenti in quota, l’analisi del quotidiano La Stampa

  • 06/03/2017 at 16:22
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    Belli questi interventi!
    Adesso forse per chi insegna o conduce sarà resa obbligatoria anche l’esperienza in montagna e non solo la capacità tecnica.
    E’ però un grande ritorno alle origini e penso che di sicuro vi saranno tanti oppositori.
    Questa presa di coscienza potrà portare i suoi frutti dopo aver ricostruito un’ampia base di persone con buona esperienza alpinistica e penso ci vorrà almeno una generazione.
    Oppure, se si vuole fare le cose velocemente, gran parte delle persone che ora dirigono le cose dovrebbero farsi da parte e lasciare i loro posti a qualcuno veramente esperto dell’andare in montagna.
    Chissà, chi vivrà vedrà.

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