Gli eroi dimenticati del Monte Api

Il monte Api, 7140 m, fotografato nel 1954 da Piero Ghiglione.

Tredicesimo titolo nella sua bibliografia, il volume Eroismo e tragedia sul Monte Api (Garzanti, Milano, 1954) Piero Ghiglione lo dedica ai tre “ardimentosi” compagni Giuseppe Barenghi, Giorgio Rosenkrantz e Roberto Bignami le cui spoglie sono rimaste nell’allora inesplorato Nordovest del Nepal. 1954… quest’anno vi dice qualcosa? Ah sì,  è l’anno della conquista italiana del K2 che tanto ancora occupa le cronache. Paolo Mieli l’ha riproposta quest’anno in febbraio in “Rai storia” per la serie “La grande storia”, raccontandoci perché Bonatti “era contro tutti” (“Bonatti contro tutti” era il titolo azzeccatissimo della trasmissione). Quando nel 1954 il libro  di Ghiglione viene pubblicato, con 56 fotografie a colori e in bianco e nero e una cartina, sono trascorsi appena cinque mesi dalla tragica impresa guidata dallo stesso Ghiglione ai 7140 metri dell’Api, primo settemila himalayano vinto da una spedizione italiana. Per raggiungerlo i quattro hanno dovuto percorrere un massacrante cammino lungo la valle Chamlia, fra dirupi e giungle, guadi e pericoli mortali, tra i quali il viscido tronco gettato su un torrente costato la vita a Bignami che incautamente non si era messo in sicurezza. E’ una pagina di alpinismo, questa, che ritorna a galla grazie al Museo Nazionale della Montagna e alla mostra che si è chiusa il 15 gennaio 2017 (“Ghiglione. Un giornalista per l’avventura”, a cura di Danilo Fullin e Roberto Serafin, coordinamento di Veronica Lisino). Va però spiegato che il ritratto di Ghiglione che ne è uscito è risultato parziale, legato alla prima parte della sua lunga e febbrile attività. E’ mancato il Ghiglione degli anni del dopoguerra, inviato speciale del Corriere della Sera, instancabile sulle vette delle Ande, compagno di cordata del grande Carlo Mauri. E anche, gravissima lacuna, il Ghiglione della gloriosa spedizione al monte Api, in Nepal. La documentazione su questo versante della sua vita è disponibile: basta rivolgersi alla Fondazione del Corriere della Sera. Il Museo del Cai preferisce però come è suo collaudato costume attingere esclusivamente alle proprie collezioni, in questo caso donate dallo stesso Ghiglione nel remoto 1942 e mai aggiornate.

Gli eroi della spedizione al monte Api del 1954 continuano così a galleggiare nell’oblio più totale. Di sicuro, si tratta di una pagina di alpinismo che soltanto una visione riduttiva del “fenomeno Ghiglione” potrebbe ascrivere, per i lutti che è costata, a demerito dell’alpinista giornalista di Borgomanero. Niente a che vedere in questo operare in stile alpino di Ghiglione & C con la contemporanea grandiosa, costosissima, spedizione degli italiani al K2 guidata da Ardito Desio su cui ancora oggi tutti gli occhi sono puntati più che altro per via delle ben note polemiche. Ghiglione però, a differenza degli eroi del K2, si autofinanziava e il Cai lo ignorava sistematicamente. Il permesso per il monte Api gli venne concesso a Dehli in extremis grazie alla longa manus del professor Giuseppe Tucci, insigne orientalista. I quattro erano in un primo tempo diretti al Trisul, meta più addomesticabile, dove oggi si sale “turisticamente” con sci e pelli di foca. Tutto era stato concordato fra amici non professionisti, motivati, acclimatati, provetti alpinisti. Il più entusiasta dei quali, a detta di Ghiglione, era proprio Bignami, “candido sognatore ma spirito riflessivo, alpinista dall’animo purissimo” che si era più volte legato alla corda di Walter Bonatti. Infine, ecco che appare agli ardimentosi italiani la parete sud dell’Api, mai vista prima di allora da un occidentale, a picco per oltre tremila metri su un altipiano. Il dramma per Barenghi e Rosenkrantz si compie nell’istante in cui raggiungono la vetta nel turbinare della tormenta, lontano dagli occhi di Ghiglione che aveva rinunciato alla salita e invano li aveva invitati a porre un campo intermedio.

Giuseppe Barenghi e Roberto Bignami in una rara immagine conservata nell’archivio del Cai Milano. I due sono fotografati durante l’avvicinamento al monte Api, la fase in cui Bignami ha perso la vita. Nella foto sopra il titolo Giorgio Rosenkrantz e Barenghi si apprestano a sferrare l’attacco alla vetta che sarà per loro fatale.

Ghiglione annota puntigliosamente ogni particolare della trasferta, a cominciare dalle biografie degli sherpa ingaggiati, tutti accreditati presso l’Himalayan club o recuperati nell’ambito delle conoscenze di Tenzing Norkay, celeberrimo compagno di Hillary nel 1953 in vetta all’Everest. Li definisce “gente primitiva, abituata agli strapazzi e a portar carichi che talora paiono eccessivi”, ed elenca le indennità previste per eventuali infortuni: dalla perdita di un dito a quella di uno o due occhi, fino alla morte che ha un diverso valore per un celibe e un coniugato. Pezzi di ricambio non previsti.

Sul treno in corsa verso l’alto Garhwal i quattro dormono “cullati dai dolci pensieri” mentre “tenera scende la notte”. E che delizia quei chapati di ottima farina serviti da “garzoncelli” su un piatto di rame… Ma c’è poco da tergiversare, l’Api li attende, la gioia dell’avventura li possiede. Finché non arrivano in Nepal. Qui i quattro amici si stupiscono per l’asprezza dell’esiguo scosceso sentiero lungo il fiume Kaliganga. Hanno il torto di considerare incautamente come dei semplici contrattempi i passaggi dei molti ponti e ponticelli, quasi tutti in cattive condizioni. Uno scherzo invece per gli indigeni, stracarichi “ma a piedi nudi e con l’alluce prensile”. Ed è nell’attraversamento della Chamlia per raggiungere il versante nord dell’Api che a Bignami capita “la fulminea terribile sciagura”, descritta nell’ottavo capitolo, sparendo tra i flutti.

Così il Corriere della Sera commentò nel 1954 la scomparsa di Rosenkrantz e Barenghi seguita a quella di Bignami.

Turbato dalla fine di Bignami, Rosenkrantz sembra deciso a rinunciare all’Api accettando l’invito di alcuni pellegrini a recarsi con loro in Tibet. Ma dopo avere scrutato a lungo il monte con il binocolo cambia idea e prende la decisione che gli sarà fatale. Che cosa gli avrà detto lo splendido silenzio della montagna?, si chiede Ghiglione. Impossibile indagare il misterioso senso del destino la cui ruota ormai si è mossa. “Tutto mi apparve di colpo vuoto e senza senso”, scrive Ghiglione rievocando la morte degli altri due compagni dopo avere raggiunto la vetta fatale. Gli ci vorranno diversi mesi per risollevarsi il morale e riprendere il suo girovagare nei cinque continenti. (Ser)

Commenta la notizia.