La verità dell’alpinista e quella del satellite

La tecnologia satellitare potrebbe oggi offrire prove inconfutabili della riuscita delle scalate più impegnative? E in tal caso che cosa ne guadagnerebbe l’alpinismo? Di questo si discute oggi sui blog a proposito di un premio, il prestigioso Piolet d’or, assegnato nel 2014 all’alpinista svizzero Ueli Steck per la sua sensazionale scalata della parete sud dell’Annapurna compiuta l’anno precedente salendo e scendendo, in velocità e da solo, in meno di ventotto ore. A Grénoble, in questo scorcio di aprile e sempre nell’ambito del Piolet d’or, un forum è stato dedicato al dovere di testimonianza e di prova nel corso dell’attività alpinistica di alto livello, e non sono in pochi a considerare questo incontro come un “processo in contumacia” all’alpinista svizzero impegnato nel progetto di traversata Everest-Lhotse. Ma niente di nuovo sotto il sole degli ottomila. Sull’argomento era intervenuto il 22 giugno 2016 su richiesta di mountcity.it Paolo Paci, giornalista e scrittore, autore di manuali di alpinismo, volumi fotografici e libri di viaggio tra i quali il recente “Il respiro delle montagne” (Sperling &Kupfer) dedicato a dieci cime leggendarie delle Alpi e degli Appennini. Eccezionalmente proponiamo qui in reloading lo scritto dell’amico Paci che risulta di evidente, straordinaria e pungente attualità.

Ueli Steck. Sopra il titolo un satellite Boeing per le comunicazioni.

Le distrazioni di Ueli Steck

“Il pensiero di essere ammirato su quella vetta da tutti gli alpinisti di laggiù (…) coi loro occhialini occhialoni cannocchiali puntati verso di lui, richiamarono d’un colpo Tartarino alla coscienza e alla grandezza della propria missione. Saltò in piedi e strappata dalle mani della guida la bandiera di Tarascona, la fece sventolare una due tre quattro cinque volte (…) Era sulla cima del mondo. E senza ch’egli se ne fosse accorto, per una di quelle fantastiche ripercussioni così frequenti su quelle cime, perse fra il sole e le nebbie che si elevavano ai suoi piedi, un Tartarino immenso si disegnò nel cielo…” Nella traduzione di Aldo Palazzeschi, le avventure di Tartarino di Tarascona sulle Alpi, fino in cima alla Jungfrau, fanno ancora tanto sorridere. E meditare. Perché come tutti i grandi personaggi della letteratura, il Tartarino di Alphonse Daudet è una maschera eterna. Sta sempre tra di noi. Spesso, dentro di noi. Ho letto in Gognablog la traduzione di un articolo apparso più di un anno fa su All Mountain, a firma del bravissimo Tom Dauer, giornalista di Berge e regista della televisione bavarese, intitolato “La prova, per favore!”. Tema dello scritto è presto riassunto: Ueli Steck sull’Annapurna, poi (nei commenti che seguono) Cesare Maestri sul Cerro Torre, Tomo Česen sul Lhotse. E aggiungerei da parte mia anche Bill Denz sul Machapuchare, Giuseppe Pompili sul K2, e ancora sul K2 lo straordinario Christian Stangl. Insomma: tutte le bugie dell’alpinismo. O se preferite, le mezze verità, o le quasi-forse-verità che nessuno, tranne chi le dice, può provare. Dauer fa una colta disamina del caso Steck, ricorrendo anche a citazioni di fior di sociologi, e giunge alla seguente conclusione: in epoca di riproducibilità informatica, nessuno scalatore professionista può sottrarsi alla prova delle sue imprese. Ci sono dispositivi che ci seguono ormai anche nelle gite in bicicletta, figurarsi sul tetto del mondo: GPS, Smartwatch, registratori di dati e microchip per le SIM. Sono queste il cronometro dell’alpinista solitario, la prova che egli deve diffondere nella nuvola del web, e deporre ai piedi del proprio sponsor come il cuore di un cervo appena cacciato. Altrimenti, non è un professionista. Steck sull’Annapurna ha avuto la sfortuna di perdere la macchina fotografica e di “dimenticarsi” di azionare il satellite spia. Quindi: disonore sul suo capo!

Tartarino, capostipite letterario degli alpinisti bugiardi

Personalmente, non ho alcuna voglia di infilarmi in questo spinoso argomento. Mi sembra corretto che gli sponsor pretendano credibilità dai propri atleti (a proposito: il citato Stangl, che nel 2010 aveva detto di aver scalato in solitaria lo Sperone degli Abruzzi e di averci pure incontrato il leopardo delle nevi, è stato scaricato da Mammut). E mi sembra giusto che chi segue su youtube, instagram, twitter e facebook i propri idoli riceva verità in cambio della propria fedeltà. Ma per Giove, l’alpinismo è sempre stato una questione di fiducia e portarlo nei tribunali di giustizia come nel caso Bonatti o nei tribunali mediatici come nel caso Steck non è mai carino. E poi, l’avete visto Ueli Steck ripreso dall’elicottero sulla Nord dell’Eiger o sulla Nord del Cervino? A uno così non volete credere? Allora tanto varrebbe non credere a nessuno, a partire da Jacques Balmat sul Bianco, che non ci porti a valle una certificazione notarile della sua impresa. Non sono d’accordo con Dauer, che pure è bravissimo. Ma probabilmente non ne so abbastanza. In effetti, mi sento più ferrato in letteratura che in alpinismo. E allora ricorro al vecchio Daudet. Ci sarebbe stato il suo capolavoro senza le bugie di Tartarino? Il barone di Münchhausen avrebbe mai viaggiato su una palla di cannone? E Gulliver, ci avrebbe mai fatto conoscere i giganti di Brobdingnag? E in alpinismo, quanti best seller sarebbero stati best seller senza qualche piccola, innocua, folcloristica esagerazione?

Mi chiedo se sia più importante l’alpinismo o la narrazione dell’alpinismo, senza la quale l’alpinismo nemmeno esisterebbe. E ogni buon romanziere lo sa: la fiction deve essere interessante, altrimenti non la compra nessuno. I GPS e gli altri marchingegni invocati come giuria giudicante, promettono di portare nel mondo delle scalate una piatta verità che, come lettori e spettatori, ci interessa poco. Di ridurre il mito a crampo muscolare, di uccidere il mistero. No, no, datemi retta. Meglio un Tartarino di troppo (tanto le bugie hanno le gambe corte, e gli sponsor memoria lunga!) che un alpinismo senza narrazione.

Paolo Paci

2 thoughts on “La verità dell’alpinista e quella del satellite

  • 17/04/2017 at 14:18
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    L’alpinismo esiste anche senza la narrazione dell’alpinismo – almeno, la narrazione “fantasiosa” – per chi ne è appassionato e per chi lo vuole davvero conoscere. La narrazione purtroppo può tendere alla spettacolarizzazione che non dovrebbe essere lo scopo di chi scala montagne. Narrazione-spettacolo può essere letteratura e allora ben venga e che sia riconosciuta come tale, o può essere solo cinico business e in questo caso mi nausea.

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  • 14/04/2017 at 17:13
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    Dato che siamo italiani, facciamo sempre dietrologia e parliamo di questo per far sapere quello, faccio una domanda.
    Non è che qui si parla del satellite perché sul Nanga Parbat il GPS non ha segnato la vetta?
    E qualcuno vuol che si dubiti? O che non si dubiti?

    Ma allora quelli che scendono dalle pareti in doppia e dicono di essere saliti, magari d’inverno, perché non sono scesi dalla parte opposta sono farlocchi?

    L’Alpinismo è basato sul rapporto di fiducia……..ma col consumismo sventolato e strillato dai media pilotati dagli sponsor forse c’è bisogno di più come prova, per loro e per quelli che li ascoltano e seguono lo spettacolo con gli occhi bendati, pensando solo a divertirsi…… non per gli alpinisti che di solito sanno sempre come vanno le cose e chi sono gli altri alpinisti, quindi tacciono sorridendo quasi sempre.

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