Mobilità dolce. Il giro della Sardegna in kayak

Camminare, pedalare, pagaiare, c’è molto in comune tra queste attività apparentemente così diverse. Alla fine si tratta sempre di raggiungere una meta con le proprie forze, senza inquinare, senza fare rumore, senza lasciare traccia, addentrandosi nella natura più bella ed emozionante. “Per quanto ami lo sport e l’attività fisica”, precisa il giornalista milanese Vincenzo Maritati (v.maritati@tin.it) che qui ci presenta il suo giro della Sardegna in kayak, “non sono mai riuscito ad appassionarmi alle attività al chiuso, sudando sugli attrezzi di una palestra o guardando scorrere le piastrelle del fondo di una piscina. L’ambiente, il paesaggio, la luce, i colori, i profumi sono stimoli formidabili, è la verifica ‘sul campo’ di progetti, di ipotesi studiate a lungo sulle cartine o al computer”.  “Non credo”, aggiunge simpaticamente Maritati, “di essere l’unico a pensarla così, quante volte mi è capitato di essere in canoa al mare e parlare con compagni di viaggio di montagna, di giri in bici o di scialpinismo? Chi ama la natura di solito ama viverla a contatto con tutti i suoi elementi: esplorando la costa del mare in canoa, faticando in salita sui sentieri o sulla neve naturale, spingendo sui pedali di leggere e silenziose biciclette. Nessun giudizio verso chi fa scelte diverse ma io credo che questo sia il modo di viaggiare che regala le più belle emozioni”. Ecco il racconto dell’amico Vincenzo. Chi dei nostri lettori desidera seguire il suo esempio e affidarci la testimonianza di un’esperienza di mobilità dolce che volentieri pubblicheremo in mountcity.it?

Il racconto di Vincenzo Maritati

All’inizio non avevo in mente di fare il giro della Sardegna in kayak, volevo solo vedere il Golfo di Orosei e poi seguire la costa fino ad Olbia. La logistica era semplice, da Genova in traghetto fino ad Arbatax e poi, qualunque giorno fossi arrivato ad Olbia, ogni sera avrei trovato una nave per tornare a Genova. Non serviva neppure l’auto, mi sarei imbarcato con la mia canoa al seguito, utilizzando il carrellino smontabile. Il 15 giugno 2010 parto da solo e subito il primo giorno, un temporale improvviso col mare che si agita rapidamente mi costringe ad uno sbarco di fortuna sulle rocce; me la cavo ma sono un po’ spaventato, gli elementi mi hanno dato la prima lezione. Si sa che in montagna il tempo cambia rapidamente, ma ho imparato che al mare è peggio. I cambiamenti posso essere improvvisi e riguardano il tempo il vento e lo stato del mare e non sempre c’è una spiaggia dove sbarcare per tirarsi fuori dai guai. Temo che la canoa sia danneggiata e appena gli elementi si calmano torno verso Arbatax e mi metto al sicuro in un bel campeggio sulla spiaggia a fare il turista. La canoa è robusta e non ha subito danni ma non me la sento di riprendere la navigazione di almeno cinque giorni fino ad Olbia.  Questo sarà un tema ricorrente delle mie tappe del Giro della Sardegna: ogni volta si impara una lezione e questa volta ho capito che non è il caso di andare da solo. Almeno per ora.

Alcuni mesi dopo sono di nuovo ad Arbatax, questa volta con il mio esperto amico sardo Giansalvo, e in cinque giorni raggiungiamo Olbia assaporando il piacere di un viaggio fantastico, tra spiagge deserte, rocce incredibili, paesini accoglienti, bivacchi solitari, albe magiche. E’ stato bellissimo e l’anno dopo, con gli amici sardi e Tino decidiamo di proseguire da Olbia verso Porto Torres, per vedere la Costa Smeralda e il nord della Sardegna. Tino si è appena costruito da solo una stupenda canoa di legno e non vede l’ora di metterla alla prova in un percorso di più giorni. E’ maggio, c’è poca gente, e la luce e i colori sono incredibili; purtroppo anche gli scempi edilizi sono incredibili e mi ricordo che nella zona della Marmorata non potevo guardare il mastodontico complesso costruito sulla riva, faceva troppo male; andavo avanti a pagaiare girando lo sguardo sempre dall’altra parte, verso il mare. Al terzo giorno il tempo cambia; siamo nella zona delle Bocche di Bonifacio ed un fortissimo vento ci impedisce di proseguire. Non c’è niente da fare e a Palau ci arrendiamo. Altra lezione: non si può programmare il viaggio con troppo anticipo, se non ci sono condizioni meteo-marine favorevoli è inutile partire da casa.

Tre mesi dopo è agosto, il meteo promette diversi giorni di mare calmo e tempo stabile e sento una grande voglia di riprendere il mare. Da solo. So che è più sicuro andare in gruppo e per quanto ami la compagnia di amici fidati la solitudine mi attrae troppo. Mi ritrovo completamente in quello che diceva il mio mito, Walter Bonatti, prima grande alpinista e poi esploratore: “… la solitudine è indispensabile per l’uomo, perché acutizza la sensibilità ed amplifica le emozioni”. Ho maturato un po’ di esperienza e prendo tutte le precauzioni del caso: previsioni buone, amici da casa che mi seguono e controllano costantemente il meteo in internet – non avevo ancora lo smartphone ma solo il telefonino – e siamo nel mese di agosto con molta gente in mare. Il viaggio di quattro giorni tra Palau e Porto Torres è stupendo, al mattino parto sempre molto presto e mi godo la quiete dell’alba, mi fermo all’ombra nelle ore più calde, poi riprendo fino al tramonto e spesso mi dispiace dovermi fermare quando arriva la sera. Tutto fila liscio e arrivo prima del previsto. A questo punto l’idea di continuare il giro dell’isola diventa una bella ossessione; ci penso tantissimo durante tutto l’anno, studio le tappe che devo affrontare e i problemi che devo risolvere e non vedo l’ora che arrivino i mesi estivi per continuare il viaggio. E così a giugno 2013 sono di nuovo a Porto Torres con Tino e la sua bella canoa di legno che ha dimostrato di essere perfetta per il trekking nautico. In tre giorni arriviamo ad Alghero superando l’impressionante Capo Falcone e le altissime scogliere di Capo Caccia; troviamo mare calmo e va tutto bene ma non avrei voluto trovarmi da quelle parti con mare agitato, magari da solo…

Agosto, ancora da solo. Questa volta il problema da affrontare è la lunga costa occidentale, quella più esposta alle mareggiate. Questa sarà la tappa più lunga, la più impegnativa dal punto di vista psicologico ma anche quella che mi ha fatto capire che avrei potuto portare a termine la mia piccola grande impresa. All’inizio il mare è solo apparentemente calmo, a volte sembra che dal nulla, da sotto, si alzino onde improvvise e paurose; capisco che è meglio sbarcare e a Bosa Marina a rischio di ribaltarmi poco prima della spiaggia. Sono un po’ scosso, prendo tempo visitando la bella cittadina di Bosa e il giorno dopo aspetto che le condizioni diventino più favorevoli prima di riprendere il mare. Le condizioni marine lentamente migliorano ma da casa arrivano notizie che mi preoccupano, mia figlia non sta bene e deve essere ricoverata. E’ il momento peggiore, tutto cambia, mi chiedo “cosa sto facendo qui, che senso ha tutto questo” e vorrei mollare tutto e tornare. Il giorno dopo i miei familiari e mia figlia stessa mi tranquillizzano, è tutto sotto controllo, non serve che io torni. Piano piano, a fatica, ritrovo un equilibrio mentale e decido di andare avanti. La costa è selvaggia e ancora una volta bellissima. Arriverò fino a Portoscuso, dove un amico mi recupera e mi aiuta a tornare a casa.

A giugno dell’anno dopo sono ancora in Sardegna con Tino; riprendiamo costeggiando la bella Isola di San Pietro ma il tempo è instabile ed il vento sempre più forte e a Sant’Antioco ci dobbiamo fermare. Ci ospita un parente di Tino, in campagna, finché non possiamo riprendere il mare e raggiungere Porto Pino. Qui siamo nuovamente bloccati per due giorni e posso esplorare a piedi le stupende dune bianche e l’inizio della vasta area di Capo Teulada, sciaguratamente occupata dal poligono militare. Non posso pensare che queste coste vengano bombardate sistematicamente e abbiamo dovuto informarci per sapere in che giorni poter passare senza rischiare di essere silurati. Finalmente sembra che al mattino presto ci siano condizioni accettabili e di buon’ora ci imbarchiamo ma avvicinandoci al Capo le onde sono sempre più spaventosamente alte. Dobbiamo stare molto concentrati senza staccare mai le mani dalle pagaie per mantenere l’equilibrio, non possiamo mangiare o bere, fare foto né fermarci, dobbiamo solo riuscire a doppiare il Capo. Per fortuna sono con Tino; senza dire una parola ma tenendoci sempre d’occhio, superiamo finalmente la punta trovandoci d’un tratto in una totale calma di mare e di vento. Ci fermiamo incantati per una sosta a Porto Zafferano; il giorno dopo, vicino a Pula, concludiamo anche questa tappa.

Ad agosto torno da solo per completare il lavoro. Questa volta devo superare la zona industriale, il petrolchimico di Sarroch dove una pioggerella sporca mi da l’idea di quella che deve essere la qualità dell’aria. Il giorno dopo, dovendo passare davanti al porto di Cagliari, per rendermi ben visibile fisso due palloncini colorati sul cappello; un po’ mi vergogno ma in questo modo le imbarcazioni in transito mi vedono bene. L’ultimo temibile promontorio da superare è Capo Carbonara ma col mare calmo non c’è nessun problema e inizia così il “rettilineo finale” che mi porterà ad Arbatax, da dove ero partito. Gli ultimi giorni, con tempo bellissimo, mi sembrano la “passerella finale” di chi ha già vinto il Giro d’Italia o il Tour de France. Finalmente concludo questo grande progetto che mi ha “ossessionato” per anni e mi riprometto di non imbarcarmi più in imprese così impegnative. L’anno dopo ho iniziato il Giro della Corsica.

Vincenzo Maritati ©

Tutto quello che c’è da sapere per ripetere l’esperienza

Come per i trekking a piedi, il Trekking Nautico consiste in un percorso, di uno o più giorni, che permette di seguire la costa del mare, di fare il giro di un’isola o, volendo, di esplorare un grande lago.

Il mezzo utilizzato è il kayak da mare, derivato dalle imbarcazione che storicamente gli eschimesi utilizzavano per muoversi e cacciare. Il kayak da mare è quindi un particolare tipo di canoa, con un ponte chiuso che, unito all’utilizzo del gonnellino paraspruzzi, non permette all’acqua di entrare; la sua forma è bassa e affusolata per essere veloce e offrire poca resistenza al vento, inoltre una pronunciata chiglia permette di mantenere la rotta e – entro certi limiti – di navigare anche tra le onde.

Il kayak può essere realizzato in polietilene – economico, pratico, robusto – o con materiali compositi quali vetroresina, kevlar, carbonio che permettono una maggiore leggerezza e velocità rispetto alla plastica. Maggiori informazioni sulle caratteristiche, i costi ecc. si possono trovare sul sito di uno dei più importanti costruttori italiani www.janautica.it

Per la progressione si utilizza una pagaia a doppia pala che può essere di tipo “moderno” con le pale a cucchiaio incrociate realizzate con materiali leggeri come il carbonio, del tipo che si utilizza per l’agonismo, o la tradizionale pagaia di legno groenlandese stretta e lunga, come quella che utilizzavano gli eschimesi.

Il kayak dispone solitamente di almeno due gavoni che consentono di stivare tutto quello che serve per un viaggio di più giorni come indumenti di ricambio, scorte di alimenti e di acqua, accessori vari e, nel caso si voglia fare del campeggio nautico, anche tenda, sacco a pelo, materassino, fornelletto ecc.

Il tema del campeggio nautico è un argomento piuttosto delicato dato che in molti luoghi lungo le coste, specialmente se in aree protette, è vietato il campeggio; va detto però che chi fa del trekking nautico non “campeggia” ma “bivacca” ovvero ha bisogno di fermarsi per passare la notte e poi ripartire.

Inoltre bisogna sottolineare che chi pratica il kayak da mare normalmente ha un grande rispetto per la natura e quindi non lascia traccia del suo passaggio e, quando può, porta via i rifiuti lasciati da altri.

Per quanto riguarda le percorrenze, se il mare e il vento lo permettono si fanno circa 5 km all’ora e in un giorno, con un’andatura turistica e facendo lunghe soste, si percorrono circa 30 km anche se, forzando, se ne possono fare anche il doppio. La cosa più importante è affrontare il mare con le dovute attrezzature, capacità e informazioni, per questo è indispensabile rivolgersi a esperti riconosciuti dall’Associazione Italiana Kayak da Mare, seguirne i corsi o partecipare ai raduni.

Tutte le informazioni sul sito www.sottocosta.it 

Vincenzo Maritati ©

Aprile 2017

Guarda lo slide show del Giro della Sardegna da cui sono tratte le immagini che pubblichiamo per gentile concessione: https://www.youtube.com/watch?v=_ri3N0NAyqQ

Commenta la notizia.