Gli alpinisti in pelliccia di “padre soccorso”

Appuntamento a Trento con don Josef Hurton, fondatore delle Unità Cinofile del Soccorso Alpino giovedì 4 maggio 2017, alle 11, nella Sala Conferenze della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto. All’evento, dal titolo “50 anni con Don Hurton: da Solda ad Amatrice e Rigopiano”, partecipano, oltre al religioso, il presidente nazionale del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS) Maurizio Dellantonio, il presidente del CNSAS – Servizio provinciale trentino Adriano Alimonta, il presidente del CNSAS – Servizio provinciale Alto Adige Giorgio Gajer, Markus Reinstadler e lo scrittore e giornalista Stefano Ardito. A don Hurton e ai suoi intrepidi pastori tedeschi è dedicato questo racconto tratto da “Samaritani con la coda” (Priuli&Verlucca, 2006) di Laura Guardini e Roberto Serafin.

Don Josef Hurton, fondatore delle Unità Cinofile del Soccorso alpino.

Quegli instancabili samaritani con la coda

Di cani ne ha avuti sei, cinque dei quali da valanga. Tutti pastori tedeschi. Si chiamava Brinnò quello che più è rimasto nel cuore di don Joseph Hurton, intrepido “padre soccorso” di Solda. “Era molto forte, tenace nella ricerca, un tipo che non aveva paura di nessuno. Era instancabile anche come alpinista. Insieme abbiamo collezionato una decina di cime oltre i tremila metri, e sui libri di vetta compare anche il suo nome”, racconta il religioso che nel ’66 a Solda, con 18 cani e 17 conduttori, fu tra i montanari che diedero vita ai primi corsi per cani da valanga del Corpo nazionale soccorso alpino. La storia di don Joseph è ormai al confine della leggenda anche se il vecchio parroco di Solda, ormai in pensione, conserva una vitalità straordinaria e gira per le sue montagne con l’ardore dei trent’anni. Nel gruppo di soccorso alpino all’inizio degli anni Sessanta se lo vedono capitare elegante e signorile, un volto abbronzato da attore che non tradisce i tormenti di un recente passato. Profugo cecoslovacco in tonaca perseguitato dal regime comunista, don Joseph era arrivato pochi anni prima, nel ‘61 in questa verde conca magicamente adagiata tra il Cevedale, l’Ortles e la vertiginosa nord del Gran Zebrù. La sua storia di profugo politico ha finito così, complice la sua passione per le crode, per intrecciarsi con la storia dell’alpinismo. E’ una storia costellata di episodi lieti e talvolta drammatici. Don Hurton stringe ben presto amicizia con alcuni dei “giganti” dell’alpinismo sudtirolese. Di Reinhold Messner raccoglie le confidenze e, probabilmente, alcune sofferte confessioni ricambiando con preziosi consigli “da pari a pari”.

La sua carriera alpinistica incomincia comunque molto prima. Nel dopoguerra, non ancora diciassettenne, la catena dei Tatra gli riserva una pessima accoglienza quando, con i compagni di scuola, tenta una traversata con gli sci. Una tormenta con raffiche di vento a 120 orari aggredisce quei ragazzi male equipaggiati. Non c’è santo che li protegga, devono cercare scampo nella foresta. Due non ce la fanno e perdono la vita, molti riportano gravi congelamenti.

“Sembrerà strano ma quella situazione quasi me l’aspettavo. E quando si scatenò il finimondo trovai che tutto rientrava nella normalità. Già allora avevo capito che per sopravvivere in montagna bisogna sapersi misurare con le avversità, l’alpinismo è anche una questione di sopravvivenza, specialità in cui eccelle chi più ama la vita”.

Uno dei cani da valanga di don Hurton. Nella foto in alto sopra il titolo il momento dell’imbarco (archivio CNSAS).

Figlio di un fabbro che con la fine del conflitto si rifiuta di entrare nel partito comunista, il giovane Joseph viene iscritto d’ufficio alle “abscluss class”, corsi di studio che non consentiranno l’accesso alle scuole superiori. Un modo come un altro per discriminare una persona, ordinaria amministrazione in un regime in cui si riassumevano i peggiori aspetti dello stalinismo. “Il corso prevedeva esami politici e durante uno di questi”, ricorda don Hurton, “le mie più che convinte risposte sui temi religiosi hanno determinato la mia esclusione e il conseguente internamento in un campo di lavoro. Nel ’51 finalmente riuscii a fuggire. Un lungo e periglioso viaggio mi portò in Italia dove avevo qualche amico. Ho studiato a Roma per otto anni e, dopo essere stato ordinato sacerdote, ho scelto la diocesi di Bolzano”. Per due anni don Hurton vive come cappellano in Val Badia e a Sesto in Pusteria. Nel ’61 diventa parroco di Solda prendendo possesso della linda canonica di fronte alla chiesa parrocchiale, un maso vecchio di due secoli che agli albori del turismo in questa valle ha svolto anche funzione di alberghetto. Nel ’65 la sua promozione come cinofilo, quasi una consacrazione. Entra a far parte del locale gruppo di soccorso alpino come responsabile dei cani da valanga e in pochi anni ne assume la direzione fino a diventare nel ’72 coordinatore di tutte le squadre della Val Venosta. E’ a quel punto che sulla facciata della canonica viene murata la targa “Delegazione Alto Adige, zona 3°”. Il soccorso alpino da allora abita qui, con la benedizione del parroco e, s’intende, dell’Onnipotente. Dalla canonica sono partite innumerevoli missioni di grande spessore tecnico e umanitario: uomini strappati agli immani scivoli di ghiaccio dell’Ortles e del Gran Zebrù. E spesso con il ruolo determinante dei cani. Nei prati sempre più assediati dal cemento che circondano la canonica è cresciuta l’organizzazione dei corsi per Unità cinofile da valanga. Sette i cani che vi prendono parte la prima volta. Il corso inizia il 19 aprile del 1964 e si conclude una settimana dopo, il 26 aprile. Tra gli allievi c’è anche don Josef con un pastore tedesco nuovo di zecca acquistato in Germania. Con don Hurton e la nascita della scuola per cani, Solda sembra saldare i conti con una vocazione cinofila che sembra appartenere al Dna di questa bellissima località dell’Alto Adige.

Curiosamente ai piedi dell’Ortles infatti da secoli le sorti di parroci, cani e valanghe si intrecciano e si sovrappongono in modo tragico e bizzarro. In questo scenario don Josef rappresenta l’ultimo anello di una catena che inizia nel lontano 1741 con il rocambolesco salvataggio di don Christian Blaas e che passa attraverso la morte del parroco Gottfried Leiter, travolto da una valanga nel gennaio del 1960.

In quel remoto 1741 Blaas, allora parroco di Stelvio, ha ottenuto da Roma, data l’estensione della sua parrocchia, il permesso di celebrare due volte la messa a Solda. Un sabato d’inverno – si racconta – si reca a Solda per celebrarvi il giorno seguente la messa e con l’intenzione di fare ritorno a Stelvio di buon mattino, dove lo aspetta la seconda funzione.

“Sulla via del ritorno”, scrive don Hurton in un volume dedicato alla storia di Solda, “nei pressi dei masi Thurn, il parroco viene travolto da una valanga che lo trascina per un certo tratto trattenendolo prigioniero sino al collo, in modo che ogni movimento gli è impossibile. Solo la testa è libera, sicché gli è possibile almeno respirare. Per lui sarebbe la fine se non avesse con sè un fedele cagnolino sfuggito alla valanga. Intuendo il grave pericolo che corre il padrone, la bestiola corre sino alla porta della canonica di Stelvio e inizia a grattare e ad abbaiare lamentosamente; quando la domestica apre la porta vede l’accompagnatore del suo padrone in uno stato così compassionevole che incomincia a preoccuparsi per la sorte del parroco. Subito dopo va dal capo del comune e gli espone i suoi timori. Questi da immediatamente l’ordine che numerosi uomini del paese, guidati dal cagnolino, vadano nella valle di Solda alla ricerca del parroco”.

“Nei pressi dei masi Thurn”, racconta ancora don Joseph, “la bestiola abbandona la strada, proprio là dove è caduta la valanga, e indica ai soccorritori il suo padrone che emerge dalla valanga appena con la testa. Il parroco viene estratto dalla neve e portato a casa sua, salvo. In seguito a questo fatto”, termina il racconto di don Hurton, “il concistoro decise che nella selvaggia e pericolosa valle di Solda fosse mandato un sacerdote autonomo con il titolo di curato”.

Quando nel 1964 nasce la Scuola provinciale per cani da valanga il cerchio dunque si chiude: la leggenda diventa storia e la storia diventa attualità. “Per noi organizzatori e per tutti i partecipanti, il corso era una specie di festa”, ricorda don Hurton. “Si sistemavano i canili sul prato della parrocchia. Ogni anno rivedere gli istruttori era una gioia. Mi ricordo le incursioni serali in casa di amici cinofili come Reinstadler e Pircher, persino in canonica. Si parlava a lungo bevendo un buon bicchiere di vino. Le ore passavano in fretta”.

Don Joseph sorride sorseggiando del Blauburgunder di sicuro pregio e sciorinando una frase in latino che condensa la sua filosofia: “Beatus qui habet suam pacem, sedet at fornacem, bibit bonum vinum et laudat Deum Trinum”. Il caminetto in effetti scoppietta e don Joseph ha il garbo di fare avvertire con discrezione la presenza di questo “Deum Trinum” anche al turista metropolitano più distratto. Di quei giorni grandi entrati nelle leggenda, con l’allegro abbaiare dei cani alla partenza delle seggiovie e il ritorno alle baite tra fiumi di vin brulé sono testimoni con don Joseph, il veterano Fritz Reinstadler che nel 1960 attraverso la delegazione del soccorso alpino riuscì a ottenere in affidamento i leggendari pastori tedeschi Bell, Giolan e Stolz.

“Quando iniziammo i corsi, i cani arrivavano sulla valanga dopo ore di marcia, affaticati, e solo il mio Bell riusciva a fare il suo lavoro fino in fondo”, racconta Fritz che assunse la direzione della scuola nel 64 reggendone le sorti fino al 74. “Per primo viene il cane e poi la moglie”, scherza, ma non troppo, il suo successore Hermann Pircher, macellaio meranese, collaboratore della Croce bianca di Solda dove ha diretto il corso fino all’83.

“Questo mia moglie lo sa: cane e conduttore devono essere un’unità inscindibile. E’ quando si lavora per ore e ore su una vera valanga che si vede l’affiatamento tra cane e conduttore. Per il suo padrone un pastore tedesco si butterebbe sul fuoco. Ma se non c’è un rapporto profondo, se non c’è passione allora di riflesso non ci sono neppure tenacia e resistenza nella ricerca. Quando il cane è stravolto dalla fatica continua a lavorare solo per amore del padrone”.

Abilissimi lo sono stati davvero questi storici conduttori nell’intuire per primi le grandi risorse dei loro samaritani con la coda incanalando verso finalità più alte alcune delle loro tendenze innate: consapevoli che quando il cane trova una persona sepolta sotto la neve non si rende certo conto che sta salvando una vita umana più di quanto i cani antidroga si sentano paladini della legge contro il narcotraffico.

Don Joseph condivide con qualche riserva l’idea di questa inconsapevolezza dei cani per quello che stanno facendo. Tuttavia, osserva, l’attaccamento al padrone è una faccenda seria, concreta. E racconta un episodio esemplare. Un giorno fu deciso di montare una grande croce su cima Beltovo e le varie parti del mistico manufatto vennero dapprima accatastate nel soggiorno della canonica. “Arno era molto incuriosito per quell’andirivieni di gente”, ricorda, “ma non volevo che s’impiacciasse. Lo chiusi in casa mentre caricavamo i pezzi della croce sull’elicottero per andarle a piazzare sulla vetta. Appena il velivolo si fu staccato da terra vidi però qualcosa di strano che spuntava in mezzo ai legni. Qualcosa che non ho tardato a riconoscere. Era la coda di Arno che a mia insaputa era scappato attraverso la finestra e, pur di starmi accanto, si era imbarcato clandestinamente”.

Laura Guardini e Roberto Serafin

da “Samaritani con la coda” (Priuli&Verlucca, 2006)

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