Abuso di farmaci in alta quota. I medici mettono in guardia

“Farmaci in alta quota tra etica e necessità” era il tema del convegno tenutosi il 30 aprile 2017 a Trento presso la sala della Fondazione Caritro, organizzato dalla S.I.Me.M. (Società Italiana di Medicina di Montagna) e dalla Commissione Medica del CAI. Ne riferisce cortesemente il dottor Giancelso Agazzi uno dei relatori.

Linee guida più che mai necessarie

Dopo l’introduzione di Luigi Festi e di Guido Giardini, Marco Cavana di Trento, primo relatore, ha parlato al convegno di Trento di farmaci ed etica e di interazione con l’ambiente montano per vivere in modo sereno. L’etica è stata creata per ridurre le distanze e per coltivare la convivenza con tutti. I farmaci sono sostanze che vengono usate in montagna sia per andare incontro ad esigenze personali, sia per profilassi, sia per migliorare la prestazione fisica. Sarebbe opportuno introdurre delle linee guida, se ne sente molto la necessità. La montagna presenta, infatti, un impatto rilevante sulla salute di chi la frequenta. Giancelso Agazzi della Commissione Medica del CAI ha presentato una revisione di dati circa l’uso dei farmaci in montagna. Si tratta di un argomento alquanto stimolante ed attuale. Ai tempi di Hermann Buhl e di Stephen Venables l’assumere farmaci per salire un ottomila forse non rappresentava qualcosa di anti-etico. Entrambi avevano fatto ricorso alle anfetamine o a pillole di caffeina per poter sopravvivere, raggiungere la vetta e scendere in maggior sicurezza. Lo stesso Karl Herrligkoffer, medico, aveva dato a Buhl l’anfetamina. A sua volta Tom Hornbein, medico americano, nel corso della storica spedizione all’Everest, nel 1953, aveva dato a due suoi compagni la dexedrina per aiutarli durante la discesa. In tempi recenti l’uso dei farmaci per scopi non terapeutici è divenuto più frequente, tanto è vero che Reinhold Messner ha affermato che il 90% degli alpinisti che tentano di salire l’Everest assumono farmaci. Il celebre alpinista inglese Albert Mummery sosteneva il principio etico secondo cui è importante dire sempre la verità, svelando anche l’uso di ossigeno supplementare o l’utilizzo di farmaci usati per raggiungere una vetta. Hillary, Messner, Viesturs e Anker si sono sempre dichiarati contrari all’uso di farmaci per migliorare la prestazione in montagna, ritenendo l’alpinismo qualcosa di puro.

Per salire qualcuno ha fatto ricorso nel corso degli anni all’whisky, all’ossigeno supplementare, alla cannabis o a sostanze psicostimolanti, alla cocaina, a cocktail di farmaci o all’acetazolamide. Conrad Anker ha affermato che il doping mette in pericolo la vita degli altri, come gli Sherpa che accompagnano le spedizioni alpinistiche. Verner Moller, ricercatore danese, ha però affermato nel suo libro “The ethics of doping and anti-doping: redeeming the soul of sport?” che la purezza dell’alpinismo è un concetto ridicolo. La Commissione Medica dell’UIAA in un suo documento del 2016 ha steso alcune raccomandazioni sull’uso e abuso dei farmaci, distinguendo tra utilizzo dei farmaci per prevenzione e cura e utilizzo per migliorare la performance fisica e psichica in montagna. La Commissione Medica dell’UIAA raccomanda a sua volta l’acclimatazione naturale all’alta quota. Le persone che, notoriamente, non tollerano l’altitudine, devono consultare un medico e farsi prescrivere un trattamento adatto.

Secondo Reinhold Messner il 90% degli alpinisti che tentano di salire l’Everest ricorrono a farmaci.

Anche il ruolo dei medici è importante nel prescrivere i farmaci e nel dare consigli agli alpinisti. Dovrebbero essere in grado di capire se ciò nuoce anche alla loro immagine professionale. L’uso dei farmaci non dovrebbe avvenire in alpinisti o trekker sani che vogliono soltanto star meglio in alta quota con l’unico intento di salire più in alto e più velocemente. Il 18 ottobre 2014 a Bressanone, in occasione dell’International Mountain Summit, si è tenuto un Convegno dal titolo “Clear and honest mountaineering: reality or illusion ?”, ideato da Luigi Festi e Hermann Brugger. Il doping è una realtà ormai diffusa ed è riuscita a contaminare pure l’alpinismo. Occorre stabilire regole e un’etica idonee. E’ necessaria un’evidenza scientifica per rispondere a tale quesito. La violazione delle regole è doping? Occorre rispettare la salute di ognuno. Sono necessari allenamento, acclimatazione ed alimentazione corretti, oltre, naturalmente al buon senso. Il discorso è aperto e complesso. Uno studio effettuato tra luglio e settembre 2013 in Francia nei rifugi del Gouter e dei Cosmiques, nel gruppo del Monte Bianco, ha evidenziato che, su 430 campioni di urina di soggetti maschi studiati, il 35.8% era positivo per almeno un farmaco. Il 33% degli alpinisti risultava avere assunto l’acetazolamide, il 3.5 % era positivo per glicocorticoidi, il 3.1% per stimolanti, il 3.8% per tetraidrocannabinolo. Dai risultati ottenuti dallo studio non risulta che i farmaci   studiati siano stati assunti per aumentare la performance degli alpinisti. L’utilizzo dei farmaci in montagna può avvenire in modi diversi: nei soggetti affetti da patologie croniche in trattamento farmacologico, per la prevenzione o il trattamento di patologie causate dall’alta quota, per l’emergenza,oppure senza prescrizione medica per migliorare la prestazione fisica (doping?).

Dalla relazione del diabetologo Massimo Orrasch dal titolo “Diabete in alta quota, un connubio possibile?” si è appreso a Trento che in quota aumenta il consumo muscolare di ossigeno. Va rimodellato il dosaggio dell’insulina basale e ai pasti. Va ridotto il rischio di ipoglicemie nel corso dell’attività fisica. Vanno rispettati i tempi corretti che la montagna impone. In alta quota il metabolismo cambia molto e, oltre i 5000 metri, aumenta il fabbisogno insulinico. Occorrono conoscenza e capacità gestionale. Alcuni alpinisti diabetici sono saliti sugli 8000. In conclusione diabete e montagna sono un connubio possibile.

Ai tempi di Hermann Buhl l’assumere farmaci per salire un ottomila forse non era qualcosa di anti-etico.

Almo Giambisi, alpinista fassano, ha parlato della sua esperienza pluriennale, con oltre mille salite su ghiaccio e roccia nelle Alpi e nelle Dolomiti, oltre a 12 spedizioni himalayane, accennando agli incidenti che gli sono capitati o a cui ha assistito nel corso della sua lunga attività alpinistica. Lorenza Pratali, cardiologa della Commissione Medica del CAI, ha parlato dei farmaci usati nella prevenzione e nella terapia del male acuto di montagna, dell’edema polmonare e cerebrale di alta quota. Il male acuto di montagna si manifesta in genere oltre i 2000-2500 metri di quota con mal di testa, insonnia, inappetenza, lentezza, vertigini, respiro anormale specie sotto sforzo e diminuzione della diuresi. Tra i fattori predisponenti vanno segnalati: residenza a bassa quota, pregressi episodi di male di montagna, età, eccellente condizione fisica, ridotta risposta respiratoria alla carenza di ossigeno (ipossia), obesità e soggetti russatori. Tra i fattori favorenti, invece, aumentata velocità di ascesa, freddo, esercizio fisico intenso, infezioni delle vie aeree. Utile effettuare una autovalutazione del proprio stato fisico tramite il “Lake Louise Score”. In caso di male acuto di montagna leggero occorre fermarsi e riposare, idratarsi (oltre 3 litri di acqua al giorno), evitare sforzi, porsi al riparo dal freddo eccessivo, dormire con il tronco leggermente sollevato. Assumere aspirina o paracetamolo, farmaci anti-nausea e anti-vomito se necessario. In caso di male acuto di montagna moderato-severo assumere aspirina, paracetamolo, farmaci anti-nausea, diamox (furosemide) e dexametasone (decadron). Scendere se si riesce. L’uso del cassone iperbarico o l’ossigeno supplementare creano una condizione di normobaria, ossia cercano di migliorare la situazione, aumentando la percentuale di ossigeno. L’edema polmonare acuto d’alta quota colpisce in genere i soggetti più giovani, e può verificarsi oltre i 5000 metri di quota. Viene curato con dexametasone, nifedipina, sildenafil. L’edema cerebrale acuto d’alta quota, invece, può comparire dopo i 3500-5000 metri di altitudine. Sono predisposti i russatori, gli emicranici, coloro che si trovano in un’eccellente forma fisica. Si cura con l’ossigeno o con la discesa. La mancanza di un buon allenamento, o pregressi episodi di male acuto di montagna possono costituire dei fattori favorenti. Per il trattamento serve il dexametasone. Si deve salire molto lentamente, evitando sforzi troppo intensi e disidratazione.

Il convegno è stato organizzato dalla S.I.Me.M. (Società Italiana di Medicina di Montagna) e dalla Commissione Medica del Club Alpino Italiano. (ph. G. Agazzi, per gentile concessione)

Guido Giardini, presidente della Società Italiana di Medicina di Montagna e direttore dell’ambulatorio di medicina di montagna dell’ospedale di Aosta che funziona dal 2007 con oltre mille visitati, ha parlato dell’uso dei farmaci in montagna nelle patologie più frequenti. Dei soggetti visitati presso l’ambulatorio il 53% è risultato affetto da patologie croniche, e deve essere in compenso nel caso voglia andare in montagna. Giardini ha parlato, poi, delle principali patologie causate dall’alta quota e del loro specifico trattamento. Occorre sempre usare il buon senso e seguire i consigli di un esperto medico di montagna.

Paolo Di Benedetto ha concluso le relazioni del convegno con una relazione dal titolo “Psicologia dell’uso dei farmaci in montagna”, nel corso della quale ha fatto una dotta dissertazione circa l’etica da seguire nell’utilizzo dei farmaci in ambiente alpino.A Trento Luigi Festi ha anche moderato una tavola rotonda sulla montagnaterapia, cui hanno partecipato S. Carpineta, J.P. Fosson, H. Messner, G. Giardini, F. Perlotto, C. Gobbi, L. Calzolari, A. Filippini, C. Sartori.

Gian Celso Agazzi

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