Festa grande alla corte del Re delle guide

Il “suo” Monviso si è concesso con parsimonia nella nuvolaglia mentre in rifugio, a duemila metri nel parco naturale Orsiera Rocciavré, eravamo in tanti a festeggiare l’ottantesimo compleanno di Alberto Re sabato e domenica 27 e 28 maggio 2017. E’ stato un week end certamente irripetibile. Giunto “più presto del previsto” al traguardo degli ottanta, il Re delle guide ha avuto un rapporto piuttosto intenso con quel “re di pietra” che ora faceva capolino attraverso le finestre del Selleries. Sono state qualcosa come 55 le sue salite lassù in punta, l’ultima l’8 settembre dell’anno scorso. Ed è una storia, quella di Alberto Re e del Monviso, iniziata il 19 agosto 1956. Re, classe di ferro 1937, era quel giorno alla sua prima salita in cordata. Fu Nino, un suo compagno di lavoro alla Fiat, ad accompagnarlo per la prima volta in cima.

 

Gruppo di “famiglia” nel parco Orsiera Rocciavré: Alberto Re posa in primo piano con i suoi amici-clienti di ieri e di oggi. Nella foto sopra il titolo la Guida alpina il giorno del suo ottantesimo compleanno. E’ in partenza per un’escursione, tanto per non perdere l’abitudine (ph. Serafin/MountCity)

Poi Alberto Re lasciò gli uffici di Mirafiori e scelse di vivere di e per la montagna. Divenne accademico del Cai, qundi Guida alpina e maestro di alpinismo. La montagna lo ha aiutato a vivere e lui ha vissuto per la montagna, come si può ancora leggere in un’epigrafe nel bollettino di “Orizzonte montagna”, la sua organizzazione con cui ha operato in tutti i continenti. Pugno di ferro in guanto di velluto, niente peli sulla lingua, di amici se ne è fatti tanti anche nella cerchia non sempre pacifica dei colleghi. Così in questo particolarissimo e irripetibile week end di gloria, per brindare con Alberto portandogli in dono buone bottiglie per la sua cantina, sono saliti al Selleries compagni di lavoro francesi e piemontesi. In testa c’era lo stato maggiore del Collegio piemontese di cui Re fu a sua volta presidente, oltre ad avere ricoperto questa carica a livello nazionale. Tutti incravattati e con la divisa della festa, come si conviene con un maestro e, di sicuro, con un padre. Ma soprattutto, ci sia consentito, c’eravamo noi amici di Alberto più che mai fieri di esserci legati alla sua corda e di avere condiviso con lui epiche traversate in sci. Tutti apparentemente in buona salute con quella faccia un po’ così di chi, a dispetto dell’età, ancora non si tira indietro nonostante i by pass e il colesterolo alle stelle. D’altra parte, anche con il cuore rappezzato (ma non a pezzi) come il sottoscritto, come sottrarsi all’invito di Alberto, come non cogliere quest’altra occasione per sentirsi parte di una sua ideale famiglia, quasi fosse una setta, pardon, un cenacolo?

Taglio della torta di compleanno al rifugio Selleries con il nipote Thomas (ph. Serafin/MountCity)

“Vorrei ritrovare gli amici”, ci scrisse Alberto nella lettera d’invito, “con i quali per tanti anni abbiamo condiviso progetti e avventure indimenticabili sulle montagne e nei deserti. E il rifugio è il posto ideale per lasciare scorrere due giorni in serena tranquillità senza l’assillo di dover correre, del brutto tempo o dei seracchi, del cammello che si allontana…accompagnati dall’accoglienza e dalla buona cucina dei gestori Massimo e Silvie”. Così è stato al Selleries fino alle ore piccole, dopo aver lautamente banchettato. Nel chicchiericcio, inframmezzato dalle musiche e dai canti di Cludio e Nino, si sono rimesse a fuoco scenette irresistibili, da film. Come quella del cammello che dopo aver disarcionato la nostra amata guida si mise, imprendibile, a scorrazzare per il deserto con il borsone dei documenti.

A brindare con l’inossidabile Alberto, ad assaporare ancora una volta il piglio con cui inanella episodi legati alla sua professione che tanto ama, c’era un altro uomo-simbolo del Monviso, quell’Hervé Tranchero, guida alpina, gestore del rifugio Quintino Sella, che da una vita si prodiga anche come soccorritore tra le rocce del re di pietra. Ma soprattutto c’era, con la figlia Monica, l’adorato nipote Thomas, fiero di quel nonno che già lo ha messo alla prova in scalate impegnative, Monviso compreso. E mentre Thomas provvedeva al rituale taglio della torta augurale, è toccato all’amico bolzanino Flavio declamare un po’ commosso un raccontino in versi scritto per l’occasione, in cui rievoca quei certi “giorni di gloria” certamente indimenticabili e irripetibili. Ve lo proponiamo integralmente qui sotto, tanto perché si possa capire di che pasta sia fatto il “nostro” Alberto. (Ser)

Alberto Re festeggiato in vetta al Monviso nel decennale di un grave incidente sulla cresta est (ph. Serafin/MountCity)

Quei giorni di gloria

La gioventù è quella malattia 

che ti contagia fino dalla culla. 

Guarisce lentamente, lungo via: 

devi aspettar, non serve fare nulla. 

 

Anche se al tuo motor poni riguardo, 

e lui risponde lesto, romba e canta, 

senza voler arrivi al traguardo, 

che all’anagrafe dice: sono ottanta.

 

Ricordi i tempi in cui sull’Alto Atlante

si scivolava lieti sulla sabbia?

Liberi ci godemmo ogni istante, 

come uccelli che non conoscon gabbia. 

 

Al rifugio, nel cuor della Savoia

i calici di Beaujolais novello

non lasciarono spazio alla noia 

e lieve ci sembrò il nostro fardello.

 

Rimembro ancor la cima del Monviso.

Lo sguardo che correva assai lontano 

e il volto illuminato dal sorriso, 

sentendo un organetto occitano. 

 

In Giordania, sui monti color fuoco, 

salimmo con cordate ardite e belle. 

Come vecchi bambini, stemmo al gioco. 

Per coperta ci furono le stelle.

 

“Liberi ci godemmo ogni istante come uccelli che non conoscono gabbia…”

Non fu per imperizia o negligenza 

che non scalammo l’Ojo del Salado.

Ci fregò una becera influenza

e di salire allor non fummo in grado.

 

In terra sarda, ove il blu è selvaggio

inebriati da mirto e cannonau,”

dovemmo sfoderar tutto il coraggio 

per domare porceddu e carasau.

 

Che fosse l’Alpamajo o il Monte Bianco

ci guidasti e noi fummo contenti. 

Sembrava che tu non fossi mai stanco 

di esplorare i cinque continenti. 

 

Noi che t’abbiam seguito in capo al mondo 

e siamo parte della stessa storia, 

possiamo affermare dal profondo:

furon, sono e saran giorni di gloria.

                                                    Flavio

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