Caporetto, inferno e (oggi) paradiso

Caporetto, il ridente centro nella valle dell’Isonzo oggi conosciuto con il nome sloveno di Kobarid, non risulta rappresentare una meta particolarmente ambita dai turisti. Solo a pronunciarlo, il suo nome evoca una pagina nera della nostra storia, la sconfitta del 1917 da cui sembrò che l’Italia non sarebbe più riuscita a risollevarsi. Ci voleva una vecchia volpe come Paolo Paci (1959) per scriverci sopra un libro intrigante, piacevole da leggere, apparentemente evasivo ma molto concreto nel mostrare luci e ombre della Grande Guerra e di ciò che ne è seguito. “Caporetto andata e ritorno” (Corbaccio, 283 pagine, 19,60 euro) non vuole aggiungersi agli ordinari libri di storia che pure Paci rispettosamente cita in una bibliografia essenziale alla fine del suo volume. Fa parte invece di quel filone oggi piuttosto coltivato che rimescola diversi generi: la letteratura di viaggio, il giornalismo d’inchiesta, un certo compiaciuto autobiografismo, un pizzico di gossip, una spruzzata di antropologia e così via…

Il museo di Caporetto e, nella foto sopra il titolo, l’ossario dedicato ai caduti della più sanguinosa battaglia della Grande Guerra.

Ma una cosa è certa. Ripercorrendo oggi l’itinerario compiuto dall’esercito austrotedesco durante l’avanzata, emerge con vigore l’immagine di un esercito affidato a comandanti opportunisti e pantofolai. Per un curioso espediente narrativo, il ricordo delle carneficine compiute nelle trincee acquista maggior vigore dal confronto con i piaceri offerti oggi da un certo turismo edonistico. Non che, ai tempi della Grande guerra, inferno e paradiso non fossero ugualmente presenti sullo sfondo. Esemplare è la disincantata descrizione di Udine a pochi chilometri dal fronte dove la guerra portò un’inattesa ondata di benessere. Per documentare ciò che scrive, Paci visita musei, consulta esperti ma soprattutto consuma le scarpe come dovrebbe fare ogni bravo giornalista, tanto più se portato come il nostro autore alle escursioni alpine più impegnative.

L’itinerario storico fra le trincee nei pressi della frontiera che nessuno più presidia.

Caporetto, Piave, Monte Grappa sono dunque in questo libro luoghi reali, punti di partenza e traguardi di un viaggio che per quei poveri soldati considerati carne da cannone è durato un anno, dall’ottobre 1917 al novembre 1918. Un anno di stragi e di fame, durante il quale l’Italia ha rischiato di perdere sé stessa. Per ritrovare infine, contro ogni previsione, una sua controversa identità.
 Paci ci conduce passo passo dalle Alpi Giulie al monte Grappa seguendo le tracce di un esercito in rotta e di un altro in trionfale avanzata. Tra ossari e diari di guerra, canzoni e trincee, film e musei spontanei, alla ricerca della “verità geografica” dei luoghi. E scoprendo, nel racconto degli abitanti (nipoti e pronipoti degli antichi soldati), come la memoria della Grande Guerra sia ancora straordinariamente viva. Ma solo in sottofondo. Perché per continuare a guardare con fiducia al futuro occorre soprattutto che prosperino il prosciutto di San Daniele, il prosecco e, possibilmente, anche le lavatrici di Zanussi. (Ser)

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