Allo zio Roberto che pelava patate dopo il sisma

La mattina del 18 aprile 1906 un violento terremoto colpì San Francisco. Fu di magnitudo 8.3. Liberò un’energia paragonabile a quella sviluppata dalla bomba atomica sganciata su Hiroshima. Quando leggo delle sofferenze di chi si è visto le sue case sbriciolarsi nell’Italia centrale non posso che pensare a te, caro zio Roberto. Eri appena arrivato laggiù dalla cittadina svizzera di Moutier deciso a rifarti una vita. Tua sorella Emma Spitznagel, mia nonna paterna, mi parlò a lungo di te, del tuo inguaribile ottimismo. Fui battezzato in tuo onore con il tuo nome. So che quel 18 aprile le scosse iniziarono alle 5:12 del mattino al largo della Faglia di Sant’Andrea e furono percepite su tutta la costa del Pacifico dall’Oregon fino a Los Angeles e nell’interno fino al Nevada. Come successe per il grande Terremoto del Kanto, che distrusse Tokyo e Yokohama in Giappone il 1º settembre 1923, la maggior parte delle morti e dei danni alla città furono causati dall’incendio che scoppiò in seguito al terremoto, piuttosto che dal terremoto stesso. Al principio si contarono 478 morti, ma in seguito si scoprì che il disastro fu molto più grande e che fu sottostimato dalle autorità dell’epoca, specialmente per quanto riguarda l’area dove viveva la popolazione cinese. La cifra approssimativa che più si avvicina alla realtà è quella di almeno tremila morti, la maggior parte all’interno della città di San Francisco, mentre altri 189 morti furono registrati nel resto della Baia di San Francisco. Altre città che furono colpite da questo terremoto furono Santa Rosa, San Jose e l’area circostante l’Università di Stanford. Si calcola che fra le 225.000 e le 300.000 persone persero l’alloggio su un totale di 400.000 abitanti.

Nella foto sopra il titolo il Crocker Camp di San Francisco il 15 maggio 1906. I sopravvissuti al terremoto sono intenti a sbucciare patate per preparare la “popotte” come spiega nel retro dell’immagine Roberto Spitznagel. Sullo sfondo le macerie della città distrutta dall’incendio seguito al sisma (archivio Serafin/MountCity)

La metà dei terremotati si rifugiò sull’altro lato della baia di Oakland. E in quella baia, in uno dei campi riservati ai sopravvissuti, c’eri anche tu, caro zio Roberto, come risulta da un’eccezionale immagine che conservo come una reliquia. Scritta a matita, sul retro, una tua breve didascalia in francese, la tua lingua madre: “C’est la cuisine en pleine aire. Nous faison la popotte pour 1200 personnes tout le jours. Au revoir, Robi”. Mi viene voglia, carissimo zio Robi, di proporre oggi quale inarrivabile esempio la tua immensa voglia di tornare a una vita normale pelando patate e cucinando la popotte (la sbobba, direbbero oggi i militari) ogni giorno per 1200 disgraziati come te in attesa che il definitivo risanamento arrivi dalle istituzioni. Ma so che i terremoti non sono tutti uguali, so che non sempre c’è un albergo disposto a ospitare chi nel sisma ha perso tutto, so che i tempi sono cambiati così come è cambiata la disponibilità a sacrificarsi della gente comune alla quale tu stesso appartenevi. La tua disponibilità, il tuo adoperarti per il bene comune sono stati grandi ed è arrivato a un certo punto il giorno in cui ti sei fatto una posizione e sei diventato benestante. E così – erano i tempi del secondo dopoguerra – da quella San Francisco diventata anche per merito tuo una metropoli evoluta, mandasti a noi bambini italiani sopravvissuti ai bombardamenti scatoloni pieni di farina, zucchero, cioccolata, dolcetti, marmellate, giocattoli. Te ne sono grato e oggi, nel giorno del mio 78° compleanno, sono orgoglioso di ricordarti con immenso affetto mentre tra le macerie prepari la popotte per 1200 affamati.

Roberto

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