Il lecchese cresciuto in salita

Grazie a un’iniziativa del Corriere della Sera e della Gazzetta dello Sport ricompare sugli scaffali “Quando il rischio è vita”, un libro che si temeva dimenticato. Ne è autore Carlo Mauri (1930-1982) che si misurò con l’amico Walter Bonatti non solo sugli scenari dell’alpinismo più spinto (che li vide impegnati assieme, tra l’altro, nell’invernale alle Tre Cime di Lavaredo e nella conquista del Gasherbrum IV), ma anche nel mutevole mondo dell’editoria: Bonatti nelle pagine di “Epoca” a ripercorrere gli itinerari di antichi viaggiatori e scrittori, Mauri in quelle della “Domenica del Corriere” a correre ovunque, in capo al mondo, ci fossero storie da raccontare.

La nuova edizione del libro di Carlo Mauri (1930-1982) “Quando il rischio è vita”. Sopra il titolo Mauri al termine di una scalata (ph. Serafin/MountCity)

Ora “Quando il rischio è vita” (collana “Storie di montagna” a cura di Marco Albino Ferrari, patrocinio del Club Alpino Italiano, in edicola a 7,90 euro) ci permette di riaccostarci a questo lecchese “nato e cresciuto in salita” che i tanti amici chiamavano a ancora chiamano il Bigio, un uomo dall’innata sete di avventure. Curiosamente Mauri sapeva immedesimarsi nelle popolazioni che incontrava e la sua capacità di adattamento era straordinaria: alpinista nelle Alpi, sherpa nell’Himalaya, eschimese in Groenlandia, discendente degli Incas sulle Ande. “A volte”, raccontava, “per adattarmi all’ambiente, ho dimenticato la mia cultura e sono sopravvissuto meglio con il solo istinto: come un animale, ho immaginato di essere un pinguino all’Antartide e anche un delfino, quando navigavo a vela nelle acque tempestose di Capo Horn…”.

La dedica all’autore di questo articolo dopo una scorribanda sulle montagne lecchesi.

Mauri morì a 52 anni per un infarto sulla ferrata del Pizzo d’Erna, l’ultima sua scalata mentre in una fase cruciale della vita chiedeva alla montagna un abbraccio che gli potesse risollevare perlomeno il morale. Si apprese con dolore dalla radio della sua scomparsa, ma forse c’era da aspettarselo. Era l’epilogo di una vita marcata negli ultimi tempi da acute sofferenze. Il suo cuore era provato per un recente infarto, una gamba era più corta dell’altra per colpa di un grave incidente con gli sci curato dal rivoluzionario ortopedico russo Ilizarov. In quel 1982 chi scrive era stato incaricato da Gigi Reggi, direttore della rivista “Playboy” (pubblicata dalla Rcs periodici su licenza di Hugh Hefner), di rimettere ordine nell’archivio delle sue immagini in vista di una serie di servizi avventurosi che il periodico avrebbe pubblicato. Per Mauri era una salutare boccata di ossigeno. Malauguratamente la gloriosa “Domenica del Corriere” a cui collaborava era stata soppressa dall’editore, così come l’agonizzante Epoca aveva troncato i rapporti con Bonatti dopo averne sfruttato a lungo l’immagine. Il mondo cambiava insieme con l’editoria, e i viaggi e le esplorazioni non erano più il pane quotidiano della carta patinata. Talvolta erano ingredienti di certi film a sensazione sul tipo di “Mondo cane” di Gualtiero Jacopetti e dei pochi canali televisivi ormai votati al colore. Il popolo del piccolo schermo era affascinato dalle rubriche divulgative di Piero Angela e dagli esotismi di Mino Damato.

Al Bigio e alla sua memoria rimasi fedele anche quando, per interessamento di Renato Frigerio, il Gruppo Gamma di Lecco mise in piedi un premio letterario dedicato a Mauri e venni ingaggiato come giurato sciroppandomi con piacere, per una dozzina d’anni e più, centinaia di resoconti e récit: scritti che, come da regolamento, dovevano essere sulla falsariga dei racconti e della “filosofia” di Mauri. Questi aspetti dei miei rapporti col Bigio giustificano certamente la mia esultanza nel vedere ricomparire in edicola il vitalissimo “Quando il rischio è vita” la cui prima edizione conservo come una reliquia. Era un pomeriggio del 26 febbraio 1982 (tardo Medioevo…) e ci eravamo appena tolte le imbracature quando il Bigio mi fece sul libro una dedica di cui vado orgoglioso: “Insieme abbiamo fatto la via ferrata sul monte Medale. Ora siamo soddisfatti e amici”. Prima di congedarci prendemmo insieme un caffè in una pasticceria di Lecco con l’impegno di rivederci al più presto. Il destino decise diversamente. (Ser)

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