Nando, l’angelo di Vermicino

Della tragedia di Alfredino Rampi, inghiottito nel 1981 nel pozzo di Vermicino nei pressi di Roma, tornano a parlare i giornali in questa estate del 2017 in seguito alla morte a 77 anni per malattia di Nando Broglio, il pompiere che trascorse notti e giorni a parlare con il piccolo. Ecco come quelle interminabili ore di angoscia sotto lo sguardo impietoso delle  telecamere vengono rievocate nel libro Soccorsi in montagna di Roberto e Matteo Serafin (Ferrari editore, Bergamo 2004), premio speciale Gambrinus Giuseppe Mazzotti nel 2005.

Alfredino Rampi. Nella foto sopra il titolo l’impegno di Nando Broglio davanti alla voragine.

Quel bambino si poteva salvare?

Mercoledi 10 giugno 1981 al tramonto fra le vigne della campagna romana, a Vermicino, Alfredino Rampi, sei anni, precipita in un pozzo artesiano scavato dai contadini per pescare acqua in una falda sotterranea. Il piccolo resta bloccato a circa 25 metri di profondità. La sua posizione è instabile, e questo aggiunge dramma al dramma. Alfredino rischia di scivolare ancora più giù, sempre più giù. La mattina dopo, e nei tre giorni successivi, sul posto una gran folla si raduna per assistere alle operazioni di salvataggio. In campo è sceso un esercito di centinaia di uomini con divise di vari colori agli ordini del comandante dei Vigili del Fuoco Elveno Pastorelli. Dopo i primi sondaggi, si decide di provare a scavare con grandi trivelle un pozzo parallelo a quello dove è incastrato il piccolo, la cui flebile voce viene mandata in diretta televisiva per mezzo di una radio-sonda portata dai tecnici della Rai. La situazione, nonostante alcune vaghe rassicurazioni, si fa sempre più drammatica. Neanche la potente trivella elicoidale Link Belt, l’ultima di quelle montate dai pompieri, riesce a perforare gli spessi scudi di “peperino a occhio di pesce”, una roccia piroclastica che ha una particolarità: diventa sempre più dura scendendo in profondità.

La scena venerdi 12 viene descritta dall’inviato del Corriere della Sera come “una squallida Nashville in versione italiana”, con riferimento a una località degli Stati Uniti dove ogni anno s’incontrano giovani hippies e cantanti folk in un bailamme sapientemente descritto dal regista Robert Altman in un celebre film: gente che bivacca, venditori di bibite e ghiaccioli che gridano anche quando il comandante dei soccorritori chiede silenzio. Molti quelli che vogliono farsi riprendere dalle telecamere “facendo capoccetta” e agitando la mano in segno di saluto.

Alfredino intanto, forse anche per le forti vibrazioni della trivella, come previsto scivola sempre più in basso, fino a 60 metri di profondità. Peccato che il tunnel della salvezza scavato in due giorni arrivi appena a 34 metri. I pompieri decidono allora di abbandonare la perforazione e si passa ai tentativi più disperati. Alla televisione si lanciano appelli per trovare volontari dal fisico gracile che possano entrare in quell’orifizio stretto appena 30 centimetri. Si fanno avanti quindicenni filiformi, spronati da genitori a caccia di gloria, bloccati all’ultimo momento da magistrati zelanti con il Codice alla mano.

Davanti alle telecamere fanno la loro comparsa persino due nani e un contorsionista, ma neanche loro hanno successo. L’ultima notte, quando tutte le carte sembrano giocate, l’iniziativa passa finalmente a cinque giovani speleologi che fin dal primo giorno si sono messi a disposizione cercando di intervenire, lottando invano per farsi prendere sul serio.

Poco prima della mezzanotte Angelo Licheri, un volontario di 24 anni dal fisico molto minuto, viene calato a testa in giù, appeso per le caviglie dagli uomini del Corpo Nazionale Soccorso Alpino che stazionano nel cunicolo di raccordo a 25 metri di profondità. Licheri riesce finalmente a toccare le mani di Alfredino. Per qualche istante l’Italia trattiene il fiato. Anche il presidente della Repubblica Sandro Pertini, che per tutta quella interminabile giornata ha sofferto accanto ai genitori di Alfredino, lo sguardo fisso sull’apertura della voragine, incrocia le dita.

“L’ho preso, respira, adesso lo lego”, comunica lo speleologo via radio. L’ambulanza accende le luci e si avvicina al pozzo. Tutti si preparano a gridare la loro gioia. Ma la speranza dura un attimo. Sette volte il giovane speleologo appeso a oltre 30 metri di fune prova ad agganciare i polsi del bambino che scivolano sempre, a tirare su quel corpicino imbrattato di fango, ormai sfinito. Un’ora dopo torna in superficie sconfitto e in stato di shock mentre un altro speleologo si prepara all’ultimo disperato tentativo. Ma la partita a scacchi con la morte è ormai persa.

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L’angosciosa attesa della mamma.

Che cosa hanno a che fare le cronache di Vermicino con la storia del Soccorso speleologico italiano? La risposta la offre ancora Pier Giorgio Baldracco, responsabile nazionale della Sezione speleologica del Cnsas dal 1981 all’88: “Nessuno di noi potrà mai dimenticare quell’inutile affannarsi degli enti di protezione civile nello scegliere i sistemi più assurdi per ricuperare quella creatura, e nel trovare cento mezzi per impedirci di intervenire in maniera attiva e coordinata (…) Alla domanda se si potesse fare di più per salvare Alfredino purtroppo dobbiamo rispondere di si: se solo avessimo potuto agire, se non fossimo stati impediti e allontanati in mille modi”. In quegli ultimi, disperati tentativi i volontari del Cnsas hanno dato prova di attitudini che, se fossero state riconosciute prima, avrebbero forse potuto salvare la vita del piccolo Alfredo. Passò ancora qualche mese prima che il loro valore fosse riconosciuto. E a farlo, magari a denti stretti, fu proprio quel Ministero della Protezione civile, costituito in seguito alla débacle di Vermicino per coordinare e strutturare meglio i soccorsi. Ma a pesare sull’importante riconoscimento degli speleologi del Cnsas da parte dello Stato fu anche un altro episodio drammatico, l’intervento alla grotta della Taramburla avvenuto nello stesso anno.

E’ domenica 28 giugno 1981, appena venti giorni sono passati dalla morte di Alfredino. Le polemiche non sono ancora sopite quando un doppio allarme richiama all’azione gli uomini del Soccorso speleologico. Tre incauti giovani di Ormea (CN) sono bloccati a seguito di un temporale nella risorgiva dell’Arma Taramburla, un cunicolo di quasi mezzo chilometro che si apre a 850 metri di quota nei pressi dell’abitato di Caprauna, a metà strada tra Albenga e Cuneo, sui contrafforti del monte Dubasso.

Lo stesso giorno uno speleologo francese resta in panne nelle tenebre, bloccato sotto un gelido stillicidio a circa 100 metri di profondità nella grotta del Gouffre des Trois al Marguareis, una zona al confine con la Francia particolarmente ambita dagli speleologi.

Purtroppo per quest’ultimo non c’è nulla da fare, i soccorritori lo trovano già morto per assideramento. E pensare che il violento temporale scatenatosi quella mattina doveva essere un ottimo motivo per tenersi lontani da grotte e cunicoli! Nemmeno i tre ragazzi di Ormea, evidentemente digiuni delle più elementari nozioni di sicurezza, si rendono conto del pericolo. “Volevamo solo fare un giro. Tre ore. Non di più. Non pensavamo che l’acqua potesse accumularsi tanto in fretta”, racconta il più giovane dei tre. Così la loro “punta” – come si dice in gergo – si trasforma in un’avventura che per tre giorni tiene col fiato sospeso l’Italia intera, ancora sotto shock per la tragedia di Alfredino.

Ci vuole poco perché attorno ai prigionieri dell’abisso di Caprauna si crei una fortissima aspettativa, debitamente enfatizzata dalla stampa. Anche perché probabilmente quel dramma viene interpretato come un diversivo da ben più losche e inquietanti manovre sotterranee. La scoperta di un mondo ipogeo che inghiotte giovani vite distoglie insomma l’opinione pubblica dalle ombre ben più torbide in cui si dibatte la politica interna italiana. Recente è infatti la scoperta di un’associazione segreta, la Loggia P2, che vede coalizzata in affari illeciti buona parte dell’intellighenzia del paese.

Per il neo costituito Ministero della Protezione Civile, Caprauna è un’occasione da non mancare. Ancora una volta dunque si assiste al mobilitarsi di un esercito sovradimensionato rispetto alla capienza di una grotta. In lizza per il salvataggio, oltre agli uomini del Cnsas, ci sono 40 sommozzatori, in gran parte militari senza alcuna esperienza speleologica, 40 alpini del battaglione di Mondovì, 30 carabinieri, 30 agenti di polizia, 40 pompieri e decine di volontari.

Questa volta però, al contrario di Vermicino, la competenza esclusiva spetta al Cnsas che affida la direzione dell’intervento a Pier Giorgio Baldracco che già nel ’76 si era trovato a coordinare i difficilissimi soccorsi all’Abisso Cappa, confermandosi tre mesi dopo all’Omber en Banda (BS) l’uomo giusto per risolvere le massime emergenze.

“Immediatamente ci trovammo su tutti i giornali, ma questa volta non si trattava di un pozzo artificiale, si trattava di una grotta, e grazie anche ad Alfredino e, purtroppo, alla sua morte potevamo agire come volevamo”, racconta Baldracco. Lo spettro della “tragedia italiota” di Vermicino, lo spettacolo d’inefficienza in diretta Tv, il caos tecnico stavolta non devono assolutamente riproporsi. Mentre un cordone di forze dell’ordine tiene lontani i curiosi, si muove una macchina precisa ed efficiente. Con i mezzi dell’Aeronautica militare in poche ore vengono portati gli uomini chiave per risolvere il rebus di quei tre sifoni profondi fino a sei metri e di quelle migliaia di metri cubi d’acqua, un ostacolo reso ancora più impenetrabile dalla presenza di vortici e correnti violentissime. E non basta. Mentre tre enormi pompe idrovore vomitano fuori dall’abisso tremila litri d’acqua al minuto, Baldracco convoca dalla Francia due fra i migliori speleo-sub al mondo, gli avignonesi Jean Charles Chouquet e Patrick Penez. Rinforzi qualificati arrivano anche dalla Lombardia, grazie al supporto del 5° Stormo del Soccorso Aereo (SAR) di Linate, e in particolare dal Friuli-Venezia-Giulia. Mario Gherbaz, responsabile della squadra friulana, così ricorda quelle ore di febbrile lavoro: “Si operava sotto gli occhi dei giornalisti e dei curiosi che si faticava a tenere a bada. C’erano prefetti, comandanti dei Vigili del Fuoco e delle Forze dell’Ordine, e su tutti incombeva la presenza occulta del Ministero della Protezione Civile che si teneva costantemente e ansiosamente aggiornato prendendo iniziative slegate dalla direzione tecnica dei soccorsi, mobilitando e inviando sul posto ingenti forze che si rivelavano per noi inutili ed ingombranti”.

Non mancano nella grotta di Caprauna momenti di difficoltà e d’incomprensione. Tuttavia, dopo diversi tentativi, i due sub francesi ce la fanno. Forzato il passaggio, scavalcano il sifone più grosso e turbolento. Uno dei tre ragazzi, l’unico che sa nuotare, è tratto in salvo. Gli altri due dovranno aspettare ancora qualche ora che il livello dell’acqua scenda, ma ormai anche per loro la salvezza appare certa.

Sollievo. Dopo tre giorni il rischio di una seconda Vermicino è scongiurato. “Furono ore di tensione per noi che eravamo impegnati all’esterno a dirigere i soccorsi, cercando allo stesso tempo di contenere iniziative inutili”, ricorda Baldracco. “Prendere decisioni determinanti in simili condizioni non è facile, perché la serenità di giudizio può essere compromessa, consci delle enormi responsabilità, quasi per contagio delle paure altrui”.

da “Soccorsi in montagna” di R. e M. Serafin, Ferrari editore 2004

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