Cognetti e le 8 montagne, capolavoro o lagna?

Com’è l’Italia vista attraverso i libri finalisti allo Strega? Se lo è chiesto Christian Raimo sul sito della rivista “Internazionale”. Lo Strega è  il riconoscimento letterario più importante d’Italia: lo decidono ogni anno circa cinquecento “amici della domenica”, tra i quali ci sono editori, scrittori, studiosi autorevolissimi ma anche personalità varie. Per chi ama la montagna quest’anno il premio riveste un significato particolare. Candidato alla vittoria è Paolo Cognetti (Einaudi) con “Le otto montagne” (Einaudi, 208 pagine, 18,50 euro) che racconta la vicenda del milanese Pietro dalla sua infanzia ai quarant’anni e il suo rapporto di amore e distanza con le Alpi. Per l’editoria di montagna una boccata di ossigeno. Cognetti tiene duro da un’enormità di settimane nella classifica dei best seller e tutti se lo coccolano, Trentofestival compreso. “L’aspetto più toccante del romanzo di Cognetti”, scrive Raimo su Internazionale, “è sicuramente il rapporto tra Pietro e il padre (Cominciai a imparare il modo di andare in montagna di mio padre, la cosa più simile a un’educazione che io abbia ricevuto da lui). Le firme, i ricordi brevi, le scritte del padre, ritrovate nei quaderni lasciati nei rifugi della montagna che Pietro decide di scalare in solitaria anni dopo la sua morte, sono una delle invenzioni narrative più riuscite di ‘Otto montagne’”, scrive ancora Raimo. “Così come è potente la sottigliezza con cui viene raccontata la delicata soglia tra legami di sangue e legami d’elezione (come quello con l’amico fraterno Bruno), tra il pudore dei sentimenti e la forza vincolante degli affetti più profondi; ricorda le pagine più cristalline di Flannery O’Connor, che Cognetti non nasconde di avere presente, rimodulando il suo immaginario cristiano in una specie di religione laica, di rispetto per l’altro, di fede nella propria vocazione, di amore per la natura”. “Il rapporto tra le figure umane e i paesaggi è molto più di quello tra gli attori e un fondoscena”, osserva infine Raimo. Tuttavia, secondo il critico, “l’idea che i personaggi siano sovradeterminati dai luoghi in cui vivono, che non siano autonomi rispetto a essi o che non li mettano in discussione, che non ci sia insomma un conflitto può essere un limite letterario”.

Cognetti (primo a sinistra) e i finalisti del Premio Strega (ph. Il Sole 24 Ore)

L’impressione oggi da alcuni condivisa è che Cognetti stia per soppiantare lo scrittore-simbolo della montagna selvaggia Mauro Corona (dai più colpevolmente sopravvalutato?) e/o che ne rappresenti il clone “vestito da giovane lupetto montano” come malignamente osserva Davide Torri nel sito “Altitudini”. “Possiamo partire dall’inarrivabile successo del clone di Corona che passa da una tivu ad un convegno riverito e divertito per i suoi aforismi alcoolici”, scrive Torri, “per poi attraversare, tra le tante banalizzazioni alpine, la proposta istituzionale rivolta ai giovani che vogliono, dopo un molto breve corso di formazione, vivere una estate a fianco dell’Ultimo Pastore e svegliarsi all’alba, prendersi cura degli animali, fare il fieno e partire per la transumanza gestendo nel frattempo il rapporto tra pastori e lupi”. Non è più condiscendente di Torri nei confronti del coccolatissimo Cognetti il critico Davide Brullo sul sito Linkiesta: “Paolo Cognetti, poveretto, recita la parte di uno che sta a metà tra Mauro Corona e un igloo, ma chi sceglie la via più difficile – quella della solitudine – non può tenere il piede in due scarpe. Cognetti vuole lo Strega per tracannarselo in baita, vuole la fama ma anche i caprioli nel giardino di casa. E’ già, con quel barbone biondo, un vecchio della montagna. Il libro con cui gareggia (…) è una vera lagna. Prima Cognetti, che è interessato all’Himalaya del successo più che a scalare i monti, ci racconta la storia dei suoi genitori, del papà che viene dal Veneto, stringe i pugni, ‘faceva il chimico’ a Milano, è fustigato dalla città. Poi, come nei più classici romanzi d’appendice, il padre muore e il protagonista, che si chiama Pietro, sfrutta l’eredità, una casetta nel paesetto di Grana, prossimo al Monte Rosa. Da lì s’innalza un’elegia patetica sulla bellezza dei monti, per altro scritta male (che fa la pioggia? Indovina indovinello, “tamburellava sul nostro tetto”), buona per i milanesi che sognano i monti ma non vogliono affaticare i polpacci”.

Non sorprende che il testo di Cognetti si sia già aggiudicato lo Strega Giovani, scelto da una giuria di studenti. Gli insegnanti di scuola media faranno a gara per assicurarselo per l’ora di narrativa. A proposito. La vittoria dello Strega viene annunciata nel corso della cerimonia di giovedì 6 luglio 2017 che si prospetta piuttosto soporifera. Nonostante tutto vale però la pena di tifare per Cognetti. Ne va dell’immagine della montagna. (Ser)

Fonti:

https://www.internazionale.it/opinione/christian-raimo/2017/07/03/libri-strega-finalisti 

http://altitudini.it/il-nuovo-montanaro-non-e-un-montanaro/

http://www.linkiesta.it/it/article/2017/06/23/i-finalisti-del-premio-strega-roba-da-ipoglicemia-estetica-la-vera-nar/34667/

2 thoughts on “Cognetti e le 8 montagne, capolavoro o lagna?

  • 05/07/2017 at 10:17
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    Molte critiche su questo premio, da tanti anni. Per la scelta dei selezionatori e la “potenza” delle case editrici. La casa editrice EINAUDI è forte. Aspettiamo ancora pochi giorni e conosceremo se questa volta è tutto regolare.

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  • 05/07/2017 at 09:30
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    Se ne è già parlato a lungo anche altrove, ma ora mi viene una idea.
    Ieri molti dicevano che Fantozzi era simbolo degli italiani, fin poco fa, dico io.
    Si potrebbe affermare che quello che scrive Cognetti è il nuovo simbolo degli italiani: chi combatte muore e l’arrendevole sopravvive.
    Per me sono entrambi penosi, bravi ma penosi, generatori di bruttissimi ideali.

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