Ueli Steck e l’impossibile

A sei anni dall’uscita di “Speed, 7 ore che hanno cambiato la mia vita” nella collana Campo/quattro di Priuli&Verlucca diretta da Alessandro Gogna e Alessandra Raggio, è in libreria un nuovo libro di Ueli Steck, l’alpinista svizzero morto in Himalaya il 30 aprile 2017 all’età di quarantun anni. Edito da Corbaccio, s’intitola “Il passo successivo” ed è firmato dalla giornalista Karin Steinbach oltre che dal compianto fuoriclasse (collana Exploit, 222 pagine, 19,90 euro). Al momento del mortale incidente, Steck si stava allenando per compiere la traversata Everest-Lhotse, da solo e nel più puro stile alpino.
Ogni sua impresa era preceduta da una preparazione meticolosa, e niente lo lasciava soddisfatto come l’aver saputo valutare al meglio il pericolo. Quando il 17 novembre 2015 stabilì un incredibile record di velocità salendo la Nord dell’Eiger in due ore e ventidue minuti, Steck disse che più del record era felice per non essersi mai “trovato in situazioni di rischio”. Ma l’alpinista (qui sopra in un primo piano di Marco Milani) era anche consapevole del fatto che “non importa quanto si è preparati, quando si va in montagna c’è sempre la possibilità che succeda qualcosa, e forse è proprio questo aspetto che rende l’alpinismo tanto affascinante”. Nel “Passo successivo” Steck riflette con indubbia onestà intellettuale sulle ragioni profonde che lo hanno portato a tentare avventure “impossibili”, come la salita in ventotto ore della parete Sud dell’Annapurna, e alle sensazioni che hanno seguito il suo successo: euforia, certamente, ma anche un senso di vuoto, di solitudine, di paura a posteriori (non sarebbe il primo alpinista a confessare di provare paura solo al ripensare ai rischi che si è preso). Emozioni che però ha sempre superato per andare incontro a nuove sfide. Perché questa era la sua passione e la sua natura. 
E per questo sarà ricordato.

www.uelisteck.ch

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