Sugli schermi la montagna di Michele Serra

Un padre, un figlio, le ansie di un padre, i suoi sensi di colpa e la voglia di capire, di accettare, di trasmettere, il bisogno di amore e libertà di un figlio, il disagio di chi cresce come tanti non con una famiglia ma con due genitori, l’incontro difficile tra un mondo che pare vecchio e inutile, e un mondo che pare nuovo e insicuro. Tutto questo viene a galla nel bel romanzo di Michele Serra “Gli sdraiati” che ora diventa film con la regia di Francesca Archibugi. Un ruolo importante lo esercita nel libro e nel film la montagna e si può dire che l’incanto del libro di Serra, uscito nel 2013, 400 mila copie vendute, emerga anche e soprattutto dalle pagine in cui, su un erto sentiero, si consuma l’epilogo della storia. Serra è sicuramente un amico della montagna, Mountain Wilderness gli ha chiesto e ha ottenuto di annoverarlo nel suo Comitato etico-scientifico.

Claudio Bisio

La trama per necessità cinematografiche si arricchisce comunque di fatti lontani e dimenticati, di sospetti pericolosi, del branco dei compagni del figlio, di ragazze, della madre ed ex moglie, del bel lavoro del padre, del racconto di quelle vite benestanti e colte, la vendemmia chic, l’arrampicata in montagna fuori moda, le seconde case eleganti. Quando s’immagina il Padre dello Sdraiato, è alla faccia chiusa e barbuta, agli occhi chiari e curiosi di Michele Serra che si pensa. Ovviamente è un attore che interpreta il ruolo: Claudio Bisio che tra l’altro a teatro aveva trasformato in monologo il romanzo. Finito di leggere “Gli sdraiati” (Feltrinelli,108 pagine, 12 euro), viene in effetti da chiedersi in quanti si siano accorti che uno dei migliori opinion leader italiani, che ogni giorno ci tiene compagnia con la sua “Amaca” nelle pagine del quotidiano La Repubblica, ha in realtà scritto il più bel libro “sulla” montagna degli ultimi tempi. E’ un libro, “Gli sdraiati”, che tocca nervi scoperti della gioventù di oggi e al tempo stesso stigmatizza con il sorriso sulle labbra la cattiva coscienza di noi “vecchi” con o senza virgolette.  Nel libro, Serra sembra condurci verso un pessimismo esistenziale, come se la barriera d’incomprensione che ci separa dai giovani “sdraiati” fosse qualcosa d’irrimediabile. Invece a un certo punto abilmente ci fa capire che, come il muro di Berlino, quella barriera può inaspettatamente sgretolarsi. E, particolare sorprendente, bisogna prendere atto che la cosa succede durante una gita in montagna. Eccoli allora padre e figlio diciannovenne che scarpinano faticosamente. Il figlio lo fa dopo avere ceduto alle insistenze del padre, in seguito a quel suo tormentone che è anche un disperato, reiterato invito a compiere una passeggiata in montagna (“se non vieni con me al Colle di Nasca non fai un dispetto a me, lo fai a te stesso”). Il figlio è riluttante e mal vestito, con le sue braghe sbrindellate e le sue sneaker dalla suola liscia.

Il padre è contrariato più per l’indifferenza del figlio quando si trova a tu per tu con quella “disciplinata montagna borghese”, di quanto non lo sia per la sua scarsa o nulla attitudine alla fatica. Il figlio arranca infatti indolente e a un certo punto sembra sul punto di desistere. Il padre crede di esserselo lasciato alle spalle e invece guardando in su (e in se) scopre che il ragazzo si è già involato verso il Colle della Nasca ed è lassù che si staglia contro il cielo agitando il cappellino da basket in segno di esultanza.

Volendo sottilizzare, “Gli sdraiati” ci riconduce nei suoi risvolti educativi addirittura a Quintino Sella. Forse è un’esagerazione e chissà che cosa ne direbbe Serra se sapesse di essere paragonato all’illustre statista dal quale lo separa non soltanto un cambio di consonanti. Comunque, come si sa, Quintino impugnò la piccozza anche e forse soprattutto per strappare, offrendo il buon esempio, la gioventù dell’Italia post risorgimentale agli ozi e all’alcol. Insomma, per raddrizzare la schiena agli sdraiati dell’epoca. (Ser)

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