La tragica estate del ’57 e il grande cuore di Terray

Pubblicato dall’editore parigino Gallimard nel 1961, “Les conquérants de l’inutile” ebbe l’immediato favore di un pubblico vastissimo. Qui la copertina della nuova edizione italiana a cura di Marco Albino Ferrari con la traduzione di Andrea Gobetti.

La riproposta nelle librerie del classico “I conquistatori dell’inutile” (Hoepli, 272 pagine, 24,90 euro), secondo titolo della collana “Stelle alpine” diretta da Marco Albino Ferrari, consente di rileggere attraverso le parole dell’autore Lionel Terray (1921-1965) un preciso resoconto di quanto avvenne nell’estate del 1957, sessant’anni fa, sulla parete nord dell’Eiger. Oltre ad avere scritto pagine di gande alpinismo ed essersi impegnato nella causa della Resistenza, il francese Terray dimostra qui ancora una volta la sua abnegazione nel mettersi a disposizione di chi consapevolmente si gioca la sua vita in montagna. Per Lionel sono passati dieci anni dalla vittoriosa salita alla Nordwand con Lachenal e ora l’Orco lo mette ancora duramente alla prova. Si aggiunga che in quel ’57 si è prodigato (invano) anche per salvare la vita a Henry e Vincendon, i naufraghi del Monte Bianco, occasionali compagni di scalata di Walter Bonatti. Questa volta sono due italiani e due tedeschi ad apparire in grave difficoltà. Visto dal basso con il binocolo, il loro comportamento lascia perplesso Terray che li definisce scriteriati. I due italiani sono Cludio Corti e Stefano Longhi e, benché esperti, la loro scalata non risultò esente da improvvisazioni. Se ce l’avessero fatta, avrebbero realizzato la “prima” italiana alla Nordwand: un bocconcino prelibato, sfuggito anche al grande Bonatti. Corti venne salvato dopo otto incredibili giorni di bivacco, per Longhi non si riuscirà a fare nulla. Se non fosse per l’abitudine di lavare i panni sporchi rigorosamente in famiglia, il sessantennale di questo evento meriterebbe di essere celebrato dal Cai, anche perché nella famiglia del Cai il povero Corti si distinse coprendosi di gloria in varie circostanze. Diverse pagine di grande alpinismo sono state scritte da Claudio anche senza che la sua fama venisse consacrata dai rotocalchi. Fu un uomo probo, un gran lavoratore, un buon padre di famiglia. Forse in qualche rara circostanza, parce sepulto, è stato un po’ scriteriato, come lo definì impietosamente Terray. Va detto che in quella disgraziata estate del 1957 erano trascorsi pochi mesi dalla tragedia di Henry e Vincendon, “i naufraghi del Monte Bianco”, considerata una Caporetto del soccorso alpino. Anche in quella circostanza Lionel Terray racconta di essersi impegnato con tutte le sue forze benché osteggiato dalle guide di Chamonix. Ora la mobilitazione per salvare Corti e Longhi equivale a un riscatto per le organizzazioni specializzate nel soccorso. Non è un caso che i primi ad accorrere in vetta al famigerato “orco” per salvare i quattro rimasti in trappola siano i tedeschi della celeberrima Bergwatch di Monaco della Croce rossa tedesca, alla testa quel Ludwig Gramminger che nella storia del soccorso alpino lascia un’indelebile impronta. Inventò infatti decine di congegni per facilitare le operazioni di soccorso questo alpinista piccolo di statura, ridanciano, con un occhio solo: sistemi di cavi e argani per calare gli uomini della sua squadra giù per gli strapiombi, freni e verricelli per regolare le discese, seggiolini speciali chiamati Gramminger-sitz per il trasporto a spalla di alpinisti feriti, paralizzati dallo choc.

Nel 1950 Lionel Terray (1921-1965) prese parte alla spedizione francese all’Annapurna, il primo Ottomila a essere scalato e vinto. Morì durante una scalata su roccia vicino a Grenoble. Eccolo con il celebre piumino Moncler di cui fu testimonial.

Come ricorda Jack Olsen nel suo “Arrampicarsi all’inferno”, “Gramminger aveva dedicato la sua vita a salvare gli altri, viaggiando per tutta l’Europa sulla sua giardinetta Wolkswagen Kombi con la croce rossa sui fianchi. Non possedeva quasi nulla: tutti i suoi brevetti erano stati ceduti alla Bergwatch di Monaco; aveva tenuto conferenze e corsi di addestramento nella tecnica del soccorso alpino, tutto gratuitamente”. Sulla vetta dell’Eiger, a 3970 metri, s’intrecciarono dunque in quell’estate di sessant’anni fa i destini di tanti illustri alpinisti arrivati per salvare i due lecchesi e i due tedeschi che nel frattempo sono spariti. Otto polacchi che sono venuti a scalare le grandi pareti dell’Oberland si offrirono di collaborare. Arrivano anche i lecchesi Riccardo Cassin e Carlo Mauri che Terray appena si degna di citare e che in verità non hanno modo di distinguersi in mezzo a tutto quel bailamme di soccorritori, visto che il pallino lo hanno preso i tedeschi della Bergwatch. Nel suo libro “Capocordata” a cura di Matteo Serafin (I Licheni, Vivalda, 2001), Cassin liquida come “incresciosa” la vicenda dell’Eiger. “Mi chiamano mentre sono in negozio e subito partiamo con Mauri, Esposito e Butti. Arrivati nei Grigioni, saliamo per la via normale fino alla cima… In seguito a questa vicenda rassegno le dimissioni dalla presidenza del Cai di Lecco: nessuno mi aveva avvisato di questa avventata impresa, che non avrei mai consigliato a quei due che non erano certamente all’altezza del compito a cui andavano incontro”.

La maschera del lecchese Claudio Corti finalmente in salvo dopo otto tremendi giorni di bivacco sulla parete nord dell’Eiger.

Trovatosi lassù a tu per tu con il redivivo Corti assistito e accudito amorevolmente da Terray e dai soccorritori svizzeri e tedeschi, Cassin lo aggredì definendolo “la vergogna dell’alpinismo lecchese”. Sucessivamente i due, fieri d’indossare il maglione rosso dei Ragni della Grignetta, si riconciliarono. Corti era di scorza dura, sopravvissuto a scalate temerarie e va detto che all’amicizia di Cassin teneva moltissimo. Di sicuro sfuma nell’epopea il suo recupero sulle spalle del tedesco Alfred Hellepart calatosi mediante un argano dalla cresta sommitale mentre Eric Friedli, un meccanico di Thun che costruiva materiale di soccorso per il Club alpino svizzero, manovrava il marchingegno. “Dondolavano seguendo le oscillazioni del cavo, ora qua ora là”, è la ricostruzione di Olsen. “Hellepart conficcava i ramponi nella patina ghiacciata della parete cercando di tenersi saldo e faceva intanto precipitare giù per la montagna pezzi di ghiaccio e di roccia. Queste fermate erano angosciose per il fortissimo uomo di Monaco; talvolta era costretto a inginocchiarsi su un esiguo terrazzino, stringendo tra le ginocchia una sporgenza di roccia mentre gli orli metallici della radio che aveva a tracolla gli affondavano nel petto. Tutte le volte che s’inginocchiava contro la parete, Corti premeva la faccia contro la neve e ne ingoiava grossi bocconi. Dopo circa quaranta minuti di tortuosa ascesa il cavo raschiò contro l’ultimo mezzo metro della fessura di uscita e i due uomini si trovarono sul nevaio della vetta”. Terray inserisce nel suo libro alcune fondamentali note tecniche. Lui stesso si imbraga e si fa calare alla ricerca di Corti e Longhi. Ecco il suo racconto: “Friedli, temendo che il suo strumento non fosse abbastanza potente per vincere tutti gli attriti del cavo contro la parete, ha fatto precedentemente preparare una specie di pista di alaggio lungo la cresta, cioè per più di sessanta metri. E’ stato un bene perché, dopo qualche manovra infruttuosa, l’argano risulta non essere abbastanza demoltiplicato per poter issare due uomini (si riferisce a Hellepart e a Longi, NdR). Senza perdere la calma, Friedli fa correre il cavo lungo la pista di alaggio e, ogni sei o sette metri, dispone alcuni ganci a molla di concezione così ingegnosa che in un attimo li si può togliere e reinserire un po’ più lontani sul cavo”.

Lionel Terray attore nel film “Le stelle a mezzogiorno” (1967) di Marcel Ichac tratto dai “Conquistatori dell’inutile”.

“Per mezzo di una corda lunga qualche metro”, scrive ancora Terray ne “I conquistatori dell’inutile”, “Friedli impegna quattro o cinque uomini per ogni gancio: siamo così in più di trenta a poter tirare efficacemente sul cavo. Al primo tentativo, malgrado l’enorme forza impiegata, il cavo non si sposta di un pollice. Senza dubbio una delle ghiere a spirale che serve per raccordare i pezzi si è incastrata in una fessura. Chiamiamo alcune persone di rinforzo; uno dei bernesi, dritto sulla cornice, dirige la manovra con voce stentorea. Grazie a una migliore coordinazione dei nostri movimenti il cavo, dopo essersi teso in modo inquietante, ricomincia a scorrere lentamente. Fatti circa sette-otto metri sulla pista di alaggio, Friedli blocca il cavo sul tamburo freno; a quel punto portiamo i ganci più avanti e la manovra ricomincia. Riusciamo a fare risalire così trecentosettanta metri di cavo…”. Il bilancio di quella Babele di alpinisti che partecipano al recupero, di quello slancio di generosità umana senza confini può essere considerato positivo, ma purtroppo solo a metà. Restano aperti due problemi non indifferenti. Il primo riguarda il corpo del povero Longhi rimasto per due anni in parete, macabro e quasi morboso spettacolo per i villeggianti di Grindelwald. Il secondo concerne la parcella mandata dagli svizzeri a Corti: un milione e mezzo di lire di allora, una cifra esorbitante ma giustificata dal lavoro di 60 guide alpine tedesche, bavaresi, austriache, francesi, polacche, italiane e svizzere. Senza contare le ricognizioni aeree compiute da una società di Lucerna che chiese il pagamento di 297 franchi per i voli dal 9 al 12 agosto. Una somma che Corti guadagnava si e no in tre anni guidando un motocarro e a cui si riescì a fare fronte con una colletta di 300 mila lire versate al Club alpino svizzero dai Ragni di Lecco.

Va ancora precisato che tra il club svizzero e quello italiano la richiesta determinò una tensione altissima, alle soglie della rottura “diplomatica”. Il caso venne affrontato nella riunione del 14 maggio 1958 del Consiglio centrale in un clima di notevole imbarazzo. Come risulta dal verbale, il presidente del Cai Giovanni Ardenti Morini spiegò che nessun accordo internazionale è stato stipulato in seno all’Unione delle associazioni alpinistiche internazionali e dagli organi Ikar (l’unione delle organizzazioni di soccorso) per il pagamento da parte dei club alpini europei delle spese incontrate per il salvataggio dei loro soci in territorio straniero. Quindi dal punto di vista legale non c’era l’obbligo di pagare. “Dal punto di vista morale il Cai e la Sezione di Lecco”, precisò il presidente, “sono veramente dolenti che due soci abbiano incontrato obbligazioni alle quali non possono fare fronte con mezzi propri. Ma, pur esprimendo al Club alpino svizzero il proprio profondo rammarico, occorre fare presente che lo stesso Club alpino italiano si è trovato in analoghe situazioni rispetto a salvataggi che ha operato con le proprie squadre di soccorso in favore di alpinisti stranieri in difficoltà”.

Conquistare l’inutile è l’apparente dichiarazione di un fallimento. Che in realtà nasconde il gesto nobile di un agire gratuito, lontano dalle logiche quotidiane. Solo grazie a quell’inutile si può mettere a rischio la vita, si possono affrontare fatiche immani. Si può arrivare al limite, per toccare una cima. Qui un “eroico” Terray sulla copertina di un diffuso rotocalco dell’epoca.

Da Berna arrivarono poi segni di distensione e il direttore generale del Cai Aldo Quaranta poté informare con sollievo il capo del Soccorso alpino Scipio Stenico (lettera del 26 giugno 1958) che “questa risposta, molto generosa e cordiale, ci assicura che i rapporti di stima e di amicizia tra i club alpini svizzero italiano non sono stati intaccati dall’episodio dell’Eiger”. Restava da risolvere il recupero delle spoglie di Longhi, altro passaggio in cui la diplomazia del Cai fu chiamata a compiere prodigi di equilibrio, stretta tra le richieste dei familiari dello sventurato alpinista lecchese e le pressioni dell’opinione pubblica. Ardenti Morini si destreggiò come un funambolo in una lunga lettera del 3 ottobre 1958 al segretario generale della Presidenza della Repubblica in cui accompagnava il diniego del Cai con una domanda in forma retorica: “Data la pericolosità della parete, possono il Club alpino italiano o altri assumersi la responsabilità di esporre vite umane anche se il caso Longhi merita la più attenta e pietosa considerazione?”. La soluzione proposta fu quella di affidare l’impresa “ad alpinisti volontari di altissimo valore”. Ma le cose andarono diversamente. Il 9 luglio 1959 non furono dei volontari quelli che raggiunsero le spoglie dell’alpinista lecchese calandosi con adita manovra 370 metri sotto la vetta. Furono venti guide dell’Oberland e, in appoggio, il celeberrimo pilota dei ghiacciai Hermann Geiger. Fior di professionisti, dunque. Per la parcella nessun problema. Pagò in contanti un editore olandese che si assicurò l’esclusiva mondiale. Una delle più grandi tragedie dell’alpinismo si concluse con uno scoop. (Ser)

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