Il lato buono degli incidenti in grotta

Nato nel 1953, appassionato speleologo, Giovanni Badino fu uno specialista della fisica dei raggi cosmici.

Giovanni Badino, docente di Fisica sperimentale dell’Università di Torino, morto in agosto dopo una lunga malattia, è stato anche un famoso speleologo. Nato nel 1953, era uno specialista della fisica dei raggi cosmici ma nell’ultima parte della sua carriera si è occupato soprattutto di termodinamica dei fluidi sotterranei. Le grotte e le caverne erano il terreno prediletto delle sue ricerche sul campo. Appassionato divulgatore, negli anni Ottanta prese parte, al Trentofilmfestival, a un’appassionante tavola rotonda coordinata dal giornalista Emanuele Cassarà sui limiti dell’avventura con la partecipazione di Reinhold Messner, Folco Maraini, Riccardo Cassin, Cino Ricci e altri uomini avventurosi per terra e per mare. “Parlare di Giovanni come speleologo, studioso, scrittore, e soprattutto come uomo è per noi un compito troppo difficile”, spiegano gli amici della Commissione Grotte “Eugenio Boegan” di Trieste. “Troppo grande è stato in ogni campo e specialità che lo ha visto protagonista per permetterci di sunteggiarne la vita: altri, più preparati di noi lo potranno sicuramente fare molto meglio”. Badino ci lascia, fra le tante, questa testimonianza significativamente (e provocatoriamente) intitolata “Il lato buono degli incidenti” sulla scorta delle sue esperienze di speleologo. E con questo scritto la redazione di MountCity desidera nel suo piccolo ricordarlo.

Importante è uscirne

Nel mondo speleologico gli incidenti hanno il ruolo che le malattie ricoprono nella crescita di un individuo: se si riescono a superare, metabolizzare, hanno un effetto benefico, di crescita. Voglio citare gli incidenti di Roncobello (Grotte 31, 1966), della Guglielmo e di Su Anzu (entrambi su Grotte 27, 1965), che hanno portato alla formazione del Soccorso speleologico. E ricordare quelli al Cappa (Grotte 60, 1976) e al Veliko (Grotte 102, 1990), che hanno cambiato in modo radicale (ma ancora incompiuto, si noti) le tecniche del soccorso in grotta. E quelli di Vermicino, Taramburla, Alburni, Pozzo della Neve e Vermicano che nei primi anni ’80 indussero la ristrutturazione dell’organizzazione di soccorso.

Accade allo stesso modo con le malattie gravi. Chi ne esce impara a vedere il quotidiano da una prospettiva completamente diversa, ma a quel punto scopre che è difficile comunicarla, spesso tutto si riduce a un “l’importante è la salute” detto a persone che pensano a quale telefonino comprarsi. Sei giovane e risanato e ti trovi a sentire dalla tua bocca frasi che ti saresti aspettato da tuo nonno, e ammutolisci. Sono esperienze interne, augurabili a ciascuno. Sempre che se ne esca.

“Accade allo stesso modo con le malattie gravi. Chi ne esce impara a vedere il quotidiano da una prospettiva completamente diversa…”. Qui un’immagine della Commissione Grotte E. Boegan di cui Giovanni Badino fu socio onorario.

Allo stesso modo gli incidenti in grotta. Sono assai rari, e questo ha il lato luminoso del fatto che non ci si fa male e non si recuperano feriti, ma ha anche un lato oscuro, perché si diventa approssimativi sia nella progressione che nelle tecniche di soccorso e autosoccorso. Da questo deriva che quando (non “se”…) il colpo arriverà, farà molto più male. La rarità degli incidenti fa sì che le precauzioni accumulate negli anni di esperienza, i protocolli di comportamento, le esercitazioni di soccorso e autosoccorso diventino sempre più delle perdite di tempo, delle precauzioni da vecchi rincoglioniti. Abbiamo spesso sostenuto che il problema vero del Soccorso era che gli incidenti erano troppo rari… Perché l’esperienza delle malattie, appunto, non è comunicabile, e così quella degli incidenti. Bisogna viverli. La durata media dell’attività di uno speleologo è intorno ai cinque anni. Una parte sostanziale di noi, quindi, inizia e finisce l’attività – anche di Soccorso – senza mai aver avuto esperienza di incidenti significativi.

Decenni fa la speleologia era questione di giovanissimi: poca esperienza, pochissime grotte, pochi anni d’attività. L’esposizione al rischio era quindi irrisoria in termini di ore all’anno (leggetevi il libro “L’Abisso”, di Francesco Sauro, assolutamente illuminante), ma nel raro caso d’incidenti, gli esiti erano fatali anche in condizioni che adesso ci fanno sorridere. Poi la speleologia è diventata attività di lungo corso, abbiamo maturato precauzioni e modi di comportarsi e tecniche e attrezzi, frutto di guai e di tragedie, facendo sì che la progressione divenisse immensamente più sicura di un tempo. Siamo così arrivati a permettere a uomini soli di realizzare in poche ore, e in sicurezza, discese che un tempo ponevano a repentaglio la vita di molte persone per molti giorni.

Il guaio è che è facile spiegare le tecniche e le precauzioni, ma è molto difficile comunicare le emozioni che ne sono all’origine. Spesso i neofiti le apprendono non come “i fondamentali dell’andare in grotta”, ma come regole di un gioco che può essere alleggerito e adrenalinizzato infrangendole.

Mi viene in mente un parallelo con le opere di contenimento dei fiumi. Se le fai piccole, subisci di continuo piccole alluvioni che ti suggeriscono comportamenti rispettosi e quindi finiscono per provocare pochi danni. Se le fai vaste, ti illudi di aver ridotto a zero il rischio dell’alluvione, dimentichi che c’è il fiume, e finisci per accumulare cose preziose nelle zone ridosso delle opere sino a che l’acqua le supera e fa danni mostruosi. La speleologia si è andata un po’ evolvendo in questa maniera.

Le tecniche e le precauzioni hanno grandemente ridotto le probabilità dei piccoli incidenti, degli avvisi, e quindi quando si riesce ad accumulare una serie di circostanze avverse, il colpo che arriva è spaventoso. L’equivalente della malattia incurabile. L’esito è infausto.

Dal punto di vista umano ci si può dolere delle conseguenze sulle vittime, ma dal punto di vista speleologico ci si deve dolere anche del fatto che questi colpi tremendi hanno lo spaventoso difetto di svegliare di colpo i neofiti che a quel punto, in genere, non hanno la forza di metabolizzarli. E smettono di fare attività. L’archetipo di questo tipo di incidenti è stata la tragedia della Chiusetta, (Grotte 104, 1990, e “Fondo di Piaggia Bella”), arrivato a conclusione di una serie di azioni arrischiate che però ci erano andate bene (ad esempio: “Un disarmo bestiale”, Grotte 101, 1989).

Ignorare i colpi di avvertimento non è una gran politica: quella volta ci abbiamo lasciato nove compagni, tanti speleologi hanno smesso e i gruppi di Torino e Imperia si sono immersi in un crepuscolo che dura tuttora. Ma, in precedenza, anche l’incidente mortale a un allievo del corso di Torino al Corchia (Grotte 93, 1987), raffreddò per molti l’attrattività del mondo sotterraneo e richiese un grande sforzo per essere metabolizzato, tutti insieme. La caduta delle valanghe alla Chiusetta interruppe tutto quanto, chiudendo, mi pare, tutto un ciclo di esplorazioni e un tipo di interazione col mondo sotterraneo.

Il recupero di uno speleologo ferito a Piaggia Bella, il complesso sotterraneo del Marguareis in Piemonte.

E’ comprensibile che lasciamo una disciplina perché constatiamo direttamente che vi è annidata la nostra possibile dissoluzione. Si arriva all’abbandono perché ci si credeva immortali, si rideva dei rischi corsi, si azzardava da incoscienti, senza rendersi conto di quanto poco può bastare a trasformare in un incubo senza fine quel che era iniziato come un normale fine settimana di grotta. Il guaio è che smettendo, si portano via le memorie degli errori, delle precauzioni imparate, delle infinite volte i cui una serie di eventi che avrebbe potuto portare a tragedie è stata interrotta. E’ invece assolutamente necessario ricordare queste cose, riandare alle tragedie e ai guai, per poter praticare con ragionevole sicurezza una disciplina che ha al suo interno dei rischi non eliminabili. Dobbiamo ricordare. La lezione della Chiusetta fu quasi incomprensibile, terminale. Col tempo si ricominciò, con gente un po’ diversa e con modi forse più rilassati. Per questo, vedendo un allentamento nelle precauzioni, scrissi dei pezzi sul modo di muoversi in squadra (Grotte 116, 1994), (Grotte 117, 1995) in un periodo in cui pareva che, con l’uscita di molti esperti, si fossero perse delle conoscenze essenziali. E sempre per questo scrissi “Dieci anni dopo” (Grotte 123, 1997), a ricordare la tragedia di Antonio Serra – per inciso, quest’anno avevo deciso di scrivere “Vent’anni dopo”, a ricordare lo stesso episodio, sempre per lo stesso motivo: questo scritto lo sostituisce. Invece il gruppo subì ancora un colpo tremendo un paio d’anni dopo quegli scritti, quando Davide Salaspini morì all’Artesinera per un’incredibile serie di sottili avversità (Grotte 129 e 130, 1999). Fu di nuovo un colpo non metabolizzabile dal gruppo di giovani più attivo in quel momento, tanto più con la ciliegina sulla torta, estiva, di due fra i più esperti in gruppo bloccati al Cappa, salvati dall’esperienza ma soprattutto da una buona dose di fortuna, proprio quella che era mancata in modo totale a Davide (Grotte 130, 1999). Mi pare così che anche l’incidente all’Artesinera abbia chiuso un capitolo.

In questi ultimi anni l’attività esplorativa si è riaccesa e ha cominciato a riconsiderare zone che tante tragedie ci avevano posto fuori portata per vent’anni. Ed ecco che ci sono stati tre nuovi colpi di gong, che dal Marguareis sono echeggiati in tutte le grotte d’Italia. Prima l’incidente a Igor in Piaggia Bella: è scivolato su passaggio pericoloso molto malamente attrezzato, incuneandosi pure nella diaclasi. Per fortuna la squadra era numerosa e vicina a una zona attrezzata (sempre anni ’80, sia chiaro…) che ha così fornito corde per estrarlo.

A quest’incidente è seguito quello a un neofita di Nizza nello strettissimo Beluga, un abisso della Conca delle Carsene, che si è fatto cadere un masso instabile sulla gamba, spaccandosela. E poi, perché fosse ben chiaro che quest’anno il Marguareis faceva concerto di gong, Donda, Lucido e Marcolino sono stati bloccati da piena all’abisso dei Grassi Trichechi: previsioni un po’ avverse, ma che non avevano anticipato lo scatenarsi di una spettacolare precipitazione, molto localizzata ed eccezionalmente intensa; dopo di che abbiamo scoperto che il tempo di scarica dell’abisso è incredibilmente lungo. Pazienza, ne sono venuti fuori benissimo, ne eravamo certi.

Sono stati colpi di gong assordanti, ma quasi innocui, che però hanno creato un’indimenticabile estate di speleologia, hanno rimotivato tanti soccorritori e soprattutto hanno ricordato a tutti che le grotte vanno prese molto, molto sul serio. Insomma, sono stati incidenti problematici ma capaci di evitarci tragedie in futuro. Se assimilati.

Le grotte vanno prese con serenità, ma sul serio. Se lo fai, puoi andare avanti decenni in grotte difficili, puoi persino andare in posti assolutamente mortali, come in certi abissi di ghiaccio accanto a cascate mostruose, o in grotte capaci di ucciderti di caldo in pochi minuti, o sott’acqua in condotte fangose. Se non lo fai, essere colpiti è solo questione di tempo. Forse smetterai prima e non capirai mai il rischio che hai corso. Ma forse no, e sono un po’ stufo di vederlo accadere.

Dobbiamo usare la memoria. In questo scritto ho citato i numeri di “Grotte” che parlano di ogni episodio, per invitarne alla lettura. Ormai “Grotte”, la più vecchia rivista speleologica in Italia, è diventato una memoria inestimabile per l’intera speleologia, memoria da richiamare per accettare il fatto che è normale andare in grotta di notte ed avere troppo sonno, e cadere. E’ normale che accanto alla corda ci sia una lamina capace di incastrare la corda e tranciarla in pochi secondi. E’ normale che si facciano cadere sassi nei pozzi o che una perturbazione sia molto più intensa del previsto e ci blocchi per decine di ore. E’ normale scivolare su un traverso, cadere da un’arrampicata, provocare una piccola frana, incastrarsi in strettoia. E’ normale che un chiodo ceda di schianto, dimenticare il maillon aperto, sbagliare il montaggio del discensore, rompere un bloccante, strappare la staffa.

E’ tutto normale, e fa parte del gioco. L’importante è ridurre le probabilità d’incidente e reagire bene in caso capiti qualcosa. E quindi, ad esempio, è necessario essere attrezzati e scendere in grotta sempre in numero adeguato. Pensate cosa ne sarebbe stato di Igor se fossero stati solo in due, là alle Gary Hemming…

Solo che per i testimoni delle sventure passate è difficile essere presi sul serio, è difficile far studiare cose che paiono inutili, è difficile non stufarsi di ripetere le stesse cose e vederle ignorare per faciloneria e a volte persino per sfida, da chi vuol distinguersi. Insomma è difficile impedire che, per un risveglio troppo brusco, tanti compagni di viaggio cessino di dedicarsi a questa fantastica, mutevole disciplina che chiamiamo speleologia.

Giovanni Badino

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