Edwige e la spiritualità dello sci

Evadere nella bianca isola felice dello sci è un’illusione che accomuna i due ex amanti il cui idillio è nato sui campi di neve. E’ sulla neve che tentano infatti un impossibile recupero sentimentale. Campione di salto dal trampolino, folgorato dai begli occhi di Evelyn (Edwige Feuillère) durante un allenamento, il canadese Georges (Georges Rigaud) invano cerca di ritrovare la magia di quel momento irripetibile. Casualmente i due si sono incontrati, dopo essersi persi di vista, a Parigi dove lei vivacchia di espedienti per mantenere il figlio nato da un matrimonio sbagliato. Insieme decidono quindi di concedersi, nella prospettiva di un problematico rilancio della loro passione, un week end a debita distanza dalla Ville Lumière. Dove? Ma certo, in quella montagna invernale che rappresenta un “altrove assoluto”, un “altro mondo” contrapposto al mondo della grande città, caricandosi di purezza e rigenerazione. Questo avviene nel film “Tutto finisce all’alba” di Max Ophuls (1939) restaurato nello splendore del bianco e nero e offerto a Milano nel cuore della torrida estate agli spettatori dal benemerito cinema Mexico. Nucleo centrale della storia restano i tormenti di questa donna, Evelyn, vista come oggetto del desiderio di una borghesia maschile per la quale è anche troppo raffinata, elemento che non si confà a donne mercenarie come lei. Il campione di sci Georges è invece un puro di cuore e pensa che lei sia la donna della sua vita. Non l’ha dimenticata né è stato dimenticato anche se, nel frattempo, la vita è andata avanti. La ama con trasporto, per lei è disposto a tutto.

A proposito delle sequenze alpine si direbbe che Ophuls, di origine austro ungarica, elabori alcune modalità di quel Bergfilm, il “cinema di montagna”, il cui clima negli anni Venti e Trenta era rintracciabile nelle opere del grande Luis Trenker. Questo filone cinematografico rappresentò l’idealizzazione di vite legate alla Heimat, la terra d’elezione (il Canada in questo caso) dei suoi eroi. La purezza della montagna veniva confrontata sullo schermo con la decadenza delle città e dei suoi abitanti. Qui però il richiamo della neve, della “buona neve” come la definiva Rolly Marchi che ne fu un cantore particolarmente ispirato, non riesce a cambiare l’ingrato destino di Evelyn e di Pierre. Le brevi sequenze della loro fuga in auto verso i campi di sci rimangono comunque uno dei motivi d’interesse di un film dove la purezza della montagna invernale si sposa con i sentimenti di questo eroe di buona famiglia che non esita a prodigarsi per amore della sua Evelyn.

Va notato che in Tutto finisce all’alba, come teorizzato da Marco Cerruti (Appunti per un’estetica dello sci, Cahier Museomontagna, pp.49-58), viene elaborato il mondo dello sci secondo “le linee di un universo utopico su cui proiettare le ipotesi di un’assoluta alterità rispetto ai disagi, ai malesseri, alle insicurezze di una società industrializzata e urbanizzata che, a partire dagli anni ’20, andava prendendo coscienza del proprio degrado”. E’ forse rimasto qualcosa oggi della spiritualità di quel modo di intendere lo sci? (Ser)

 

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