Bondasca, il paradiso trasformato in inferno

Una valle incantata, selvaggia, devastata da una frana di 4 milioni di metri cubi. La Val Bondasca, collaterale della Val Bregaglia, è Svizzera, ma è appena oltre il confine italiano della Valchiavenna: lassù il 23 agosto 2017 dal pizzo Cengalo è caduta una gigantesca massa di terra che si è fermata alle porte del centro abitato di Bondo, il secondo paese della Svizzera salendo al Maloja, in quella val Bregaglia dove ora, in seguito al collassare del Cengalo, scorre fra mille turbolenze un fiume di fango considerato morto: effetto collaterale non da poco di un disastro ambientale che nella zona ha un famoso precedente, la frana che il 4 settembre 1618 cancellò il paese di Piuro in territorio italiano. Ecco, per gentile concessione, come la val Bondasca viene raccontata dallo scrittore Emilio Magni il 25 agosto 2017 nell’editoriale del quotidiano La Provincia.

Par di capire che quel “qualche cosa” di sinistro, di incombente che aleggia sulla valle è dovuto a quel precario ghiaccio sotto le rocce rotte e frastagliate della “Nord” del Cengalo, quello che i tecnici chiamano “permafrost”. Nella foto sopra il titolo, il sentiero che in val Bondasca s’inerpica verso il rifugio Sasc Furà (ph. Serafin/MountCity)

Bellissima e sinistra

Così affascinante, con quei picchi affilati del Cengalo, del Badile e delle Sciore, che la dominano come fossero delle divinità enormi, benevole ma al tempo stesso minacciose, così cupa, sinistra e misteriosa quando non vi batte più il sole, la Val Bondasca (laterale mancina della Bregaglia) è per me un grande, incantevole mito, avvolto da un mistero incombente. Ho visto quindi come un “qualche cosa” di predestinato l’apocalittica e tragica frana che l’altra mattina è scivolata giù dal frastagliato e assai rotto granito della “Nord” del Pizzo Cengalo, arrivando a distruggere alcune case e un ponte del dolce agglomerato di Bondo. Paese che gli inglesi, emozionati dalle bellezze alpine, scoprirono alla fine dell’Ottocento assieme a Soglio, dall’altra parte del Bregaglia. Mi ha dunque sempre affascinato la Bondasca, con le sue stupende montagne, a volte così sfolgoranti di luci che si infilano oblique nelle ombre cupe come in una immensa cattedrale gotica, talvolta invece così cupa da creare qualche angoscia. Il mio amore per la Bondasca, per il Cengalo, per il Badile, viaggia però sempre accompagnato da un assai severo rispetto, forse perfino paura: come se un qualche cosa di soprannaturale, di sinistro incomba sempre su questo stupendo luogo: insomma un sentimento che non riesco a definire bene. Le mie “imprese” nella valle sono state sempre passeggiate da modesto escursionista, di certo anche un po’ imbranato, verso le capanne, i famosi rifugi Sciora e Sass Furà: le mie “vette”. E’ stato sempre bello però scarpinare su per il Bondasca pensando alla grande storia dell’alpinismo che si è posata con forza sulle sue montagne, su queste pareti, in particolare su quella lama affilata del Badile, protesa verso il cielo, infinita e cupa.

Ottant’anni fa, proprio in questi mesi d’estate, i lecchesi Riccardo Cassin, Gino Esposito, Vittorio Ratti e i comaschi Mario Molteni e Giuseppe Valsecchi, legati tutti in cordata negli ultimi “tiri” di salita, vinsero per la prima volta la liscia parete “Nord-Est”. Una volta “usciti”, Molteni e Valsecchi morirono per sfinimento. Li ricorda una croce, sul versante “Sud” sotto vetta. E’ questa una delle più emozionanti pagine della storia dell’alpinismo.

In questa valle l’alpinismo ha scritto pagine gloriose, dall’epopea dei pionieri al mito di Riccardo Cassin la cui via sulla nord est del Badile è stata ripetuta per la prima volta in inverno da Alessandro Gogna & C in stile “himalayano”. Qui il momento della frana del Cengalo la mattina del 23 agosto 2017.

Nel luglio del ’52 un’altra memorabile impresa sulla stessa “Nord-Est”, questa volta “in solitaria”: il giovane alpinista Hermann Buhl, garzone di fornaio, partì, in un fine settimana, da Landeck, in Austria e in biciletta raggiunse Bondo, salì al Badile e “fece” la “Cassin” in poche ore. Poi scese in corda doppia alla base e poi pedalò fino a casa. Stanco e pieno di sonno, cadde in un torrente. Ce la fece a tornare in tempo dal prestinaio. Costui gli mostrò un quotidiano che riportava la notizia di una grande impresa sul Badile compiuta da un giovane alpinista. Herman lesse e disse solo: «Ah sì? Interessante». Buhl morì qualche anno dopo sul Chogolisa nel Karakorum. Riposa là tra i ghiacci. Mi emozionai molto quando mio figlio Federico, che è preso dalla grande passione per la montagna, “fece” qualche anno fa lo spigolo “Nord” del Badile e, scese poi in corda doppia, in piena notte, dalla “Sud”, attaccandosi, per “un tiro”, proprio ai ferri della croce di Molteni e Valsecchi.

Dunque la Bondasca, meravigliosa e sinistra al tempo stesso. Mi ha fatto impressione la inarrestabile e assai cattiva frana travolgere tutto e arrivare giù fino a Bondo, a distruggere una casa e un ponte, a interrompere la strada dei frontalieri. Non avrei mai immaginato che il lato cupo, chiamiamolo ora pure “maligno” delle montagne della Bondasca fosse così distruttivo. Finalmente però questa volta mi par di capire che quel “qualche cosa” di sinistro, di incombente che aleggia sulla valle è dovuto a quel precario ghiaccio sotto le rocce rotte e frastagliate della “Nord” del Cengalo, quello che i tecnici chiamano “permafrost”. Il caldo intenso di questa estate lo ha sciolto e questo ghiaccio sotterraneo non è più riuscito a tener su appiccicata la roccia che è venuta giù di colpo. Un fatto naturale, quindi, niente di soprannaturale, comunque terribile.

Emilio Magni

da La Provincia, per gentile concessione

 

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