L’ira del Cengalo e le colpe del riscaldamento globale

“Benvenuti in Val Bregaglia semplicemente autentica”, è lo slogan con cui viene promossa sul web questa idilliaca valle alpina che allaccia il canton Grigioni all’Italia. “La soglia del paradiso” la definì il pittore Giovanni Segantini. Possono bastare quattro milioni di metri cubi di rocce e fango che hanno sommerso l’incantevole località di Bondo a compromettere questo idillio? La Svizzera è mobilitata in questi giorni perché tutto torni come prima, un impegno gravoso nel timore di nuovi crolli. Purtroppo la disastrosa frana del 23 agosto con cui il Cengalo si è liberato del suo mantello di rocce malferme ha creato una colata inarrestabile di fango e detriti seminando morte e distruzione, rendendo problematico il traffico per il Maloia, costringendo centinaia di persone a lasciare le loro case. Stringe il cuore, come osserva la sindaca Giacometti, sapere che l’ira di questa montagna ha cancellato lo splendore del laret in val Bondasca dove si saliva/si sale con una strada a pedaggio fino ai piedi dei due colossi, Cengalo e Badile. Le due montagne sono legate alla base da una cengia molto frequentata anche se esposta, ironicamente battezzata “il viale”. Anche questa sommersa, distrutta.

Il bacino di contenimento a valle, con il materiale raccolto dal Pizzo Cengalo. (RSI/A.Crüzer)

Tra quei larici generazioni di alpinisti si sono caricati in spalla gli zaini con le loro ferraglie e sono saliti a domare le severe pareti che incombono tentatrici. Ed è con malcelato sgomento che Giuseppe Popi Miotti assiste oggi sul web allo sgretolarsi del Cengalo come dopo un’esplosione. In questo scenario nell’inverno del 1987, durante le vacanze di Natale, fu Miotti a firmare sulla parete nord est un suo capolavoro: la via “Cacao meravigliao” tracciata con il compianto Tarcisio Fazzini. Per burla legò l’impresa a un’immaginaria sponsorizzazione da parte di una fabbrica brasiliana di cioccolato. In realtà l’idea gliela suggerì la trasmissione di Renzo Arbore “Indietro tutta” con quell’allegra canzoncina dedicata, appunto, all’immaginario cacao meravigliao.

Ora di quel lontano arrampicare del Popi con il cuore in gola, di quei bivacchi sotto le stelle, non resta più traccia visibile. La frana si è mangiata tutta la parte bassa di “Cacao meravigliao” e altre vie storiche: i “Pilastri Kasper”, la “Borghese”, la “Attilio-Piacco”. “Mi resta la consapevolezza”, osserva Miotti, “che non fu sbagliato farla d’inverno, ma non è che ci volesse un genio alpinistico per capirlo”. E aggiunge quasi tra se e se: “Vi dirò che la ‘nuova’ montagna del riscaldamento globale mi intristisce e mi mette una paura istintiva; me ne sono allontanato con piacere e un po’ di rimpianto. Non la riconosco più”.

Un Cengalo ancora integro svetta all’alba in questa bella immagine di Michael Kirchner (Bregaglia Engadin Turismo). Nella foto sopra il titolo la val Bondasca con il Cengalo e il Badile.

Le frane più famose

E’ un disastro, questo del Cengalo, che colpisce tutti gli amici lombardi della montagna, un po’meno quelli piemontesi, considerato che La Stampa, pur vicina al mondo dell’alpinismo, ha fin qui ignorato il gravissimo evento. E c’è voluta la certezza degli otto escursionisti dispersi, certamente morti e sepolti, per intervenire con un servizio nell’edizione del 25 luglio. Ma davvero tutte le colpe sono del global warming? Non vorremmo orridamente schierarci dalla parte del presidente Trump che sghignazza nel pronunciare questo nome, ma la storia delle Alpi è piena di frane anche più spettacolari, catastrofiche, disastrose. Che cosa sono i 4 milioni di metri cubi di detriti del Cengalo rispetto ai 270 milioni della frana che provocò il disastro del Vajont quel 9 ottobre 1963, in cui, alle ore 22,39, dalle pendici settentrionali del Monte Toc la colata detritica (per colpa dell’uomo, in quella circostanza) cadde nell’invaso della diga e i morti furono 1909?

La frana più lontana nel tempo di cui si ha memoria dovrebbe riguardare il crollo del Mont Granier, vicino a Chambéry, nel 1248. Tre secoli più tardi, il 6 luglio 1564, la Becca France, modesta montagna di 2312 metri sopra Sarre, vicina al più noto Mont Fallère, si spezzò in due e un’enorme colata distrusse il villaggio di Thora, causando 120 vittime. Nel 1892 poi, dal ghiacciaio di Tete Rousse, nel gruppo del Bianco, una valanga di blocchi e lo svuotamento di una sacca di centomila metri cubi d’acqua cancellarono il villaggio di Bionnay e i bagni di Saint Gervais.

Giuseppe “Popi” Miotti arrampica sulla parete nord est del Cengalo, nella zona oggi franata. E’ l’inverno del 1987 (foto da Facebook)

L’interminabile elenco dei crolli può continuare a lungo. Ne citiamo qualcun altro, alla buona, ripromettendoci di colmare le lacune con l’aiuto di chi ne sa più di noi. Grandiosa fu il 14 novembre 1920, verso le ore 14,30, la frana staccatasi dalla spalla ad est del Monte Bianco di Courmayeur: un’enorme massa rocciosa che seppellì il letto della Dora per una lunghezza di 300 metri mentre i detriti risalirono per una cinquantina di metri sul fianco destro della Val Veny. In anni più recenti, come annota Gianni Ratto che ha diligentemente ricostruito in un suo scritto le maggiori frane dell’arco alpino, il 30 agosto 1965 la lingua del Ghiacciaio di Allalin si abbattè sul cantiere della diga di Mattmark, vicino a Saas Fee, causando ottantotto vittime in gran parte operai italiani; e l’8 agosto 1952, dalla Becca di Luseney in Valpelline cadde un’enorme falda di detriti che distrusse completamente alcuni alpeggi abitati, causando, per fortuna solo quattro vittime. E chi non ricorda nel 1987, quando la Valtellina venne devastata da un’alluvione, la frana del monte Coppetto (erano le 7.18 del 28 luglio 1987)? In quell’occasione 40 milioni metri cubi scesero valle alla velocità di 400 chilometri orari distruggendo Sant’Antonio di Morignone e Aquilone. Fu una strage.

E ancora, un milione di metri cubi di granito precipitarono il 18 gennaio 1997 dallo Sperone della Brenva, sconvolgendo tutto quel bacino per arrivare fino a fondo valle. Il 6 luglio 1989 il distacco del settore inferiore del Canalone Coolidge sul versante nord del Monviso coinvolse un volume di 200.000 metri cubi di ghiaccio. Nel settembre del 1997 parte del “pilier” ovest del Petit Dru danneggiò la famosa via tracciata da Bonatti. E che cosa dire dei ripetuti crolli delle Grandes Jorasses, dell’Aiguille Verte, del Cervino, del Gran Combin? Anche pareti classiche delle Marittime, delle Centrali, delle Dolomiti e delle Giulie sono state repentinamente cancellate, e si legge puntualmente nelle cronache alpinistiche l’inciso “prima ripetizione dopo la frana”. In definitiva, altre sono state le estati orribili della montagna anche quando non si parlava di riscaldamento globale e non si predisponevano bacini di contenimento ai piedi delle montagne più inquiete come hanno fatto a Bondo i previdenti amici svizzeri. Che però oggi sono costretti ad ammetterlo: l’ira del Cengalo, perfettamente monitorato, è stata superiore a ogni previsione. (Ser)

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