Quando Piuro divenne la Pompei delle Alpi

Non c’erano i sensori svizzeri, quelli che al primo accenno di frana hanno fatto scattare i semafori posti sulla strada cantonale del Maloja bloccandola. E non c’era nemmeno la strada del Maloja nel 1618, a una ventina di chilometri in linea d’aria dal Pizzo Cengalo crollato la mattina del 23 agosto 2017. Quell’anno Piuro, nella Val Bregaglia che oggi è italiana, venne completamente distrutta da una frana. Se ne parla ancora come la Pompei delle Alpi. Ce lo ricorda con la cortesia e la discrezione che lo contraddistinguono Mattia Sella, geologo, già presidente del Comitato scientifico del Cai, gran collezionista a suo dire di catastrofi naturali prima dell’antropocene, era geologica nella quale all’essere umano e alla sua attività sono attribuite le cause principali delle modifiche territoriali.

Il paese di Piuro (Savogno, una sua frazione, appare nella foto sopra il titolo) in questa antica illustrazione, prima e dopo la frana del 1618. La veduta è tratta da “Itinerarium Italiae Nova Antiqua…” di Martin Zeiller pubblicata a Francoforte dal Merian nel 1640 (da La Provincia di Sondrio).

Oggi la quasi totalità degli studiosi è propensa a credere che i frequenti crolli delle montagne dipendano dal riscaldamento globale che tutti avvertiamo in queste torride estati. Ma che cosa esattamente avvenne a Piuro in quel XVII secolo, quando la località oggi in provincia di Sondrio, era conosciuta in tutta Europa soprattutto per la produzione di pentole in pietra ollare, il cui commercio aveva contribuito alla sua prosperità economica? Dopo alcuni giorni di pioggia, e alcune avvisaglie la sera del 4 settembre del 1618, dal versante settentrionale del Mottaccio, poco ad est della località “Prato del Conte”, si staccò una frana dal volume stimato in circa 6 milioni di metri cubi che seppellì, pressoché interamente, il borgo e i suoi 1200 abitanti.

I segni che avrebbero dovuto indurre a non ritenere cessato il pericolo furono alcune crepe aperte sul fronte montuoso meridionale, mentre in diversi punti le piante avevano assunto un’inclinazione anomala, e le api, con comportamento inspiegabile, erano sciamate ad est, verso Villa di Chiavenna. Dopo la frana il paese di Piuro venne cancellato, lasciando sul territorio diverse frazioni che hanno mantenuto la vecchia denominazione a livello comunale: il comune e le maggiori attività produttive si trovano in località Prosto, mentre altri nuclei importanti sono Borgonuovo e Santa Croce.

Una curiosità, per chiudere: una leggenda, riportata nel volume di Antonio Colombo “Piuro sepolta” (L’Ariete, Milano, 1969, pg. 84), racconta di un capitano che agli inizi del Settecento giunse allo sbocco della Val Bregaglia deciso ad intraprendere degli scavi per portare alla luce l’immenso tesoro che, si favoleggiava, era rimasto sepolto sotto la frana. Gli scavi cominciarono, ma ben presto, una notte, mentre il capitano si accingeva a tornare alla locanda nella quale dimorava, si vide sbarrare la strada da un fantasma che gli intimò di interrompere le ricerche e di lasciare in pace i morti. Così il capitano fece e nessuno più, dopo di lui, osò profanare la terra della tragedia per cercare di portare alla luce le eventuali ricchezze sepolte.

Fonti:

www.piuroitalosvizzera.net

www.paesidivaltellina.it/piuro

 

 

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