Una reflex tra gli orrori della Guerra Bianca

Un’altra mostra di Stefano Torrione, una delle più significative firme della fotografia alpina (e non solo) in Italia. Il fotografo valdostano si allontana dal suo territorio d’elezione, le Alpi Occidentali, per confrontarsi con la Guerra Bianca: un grande progetto realizzato negli anni del Centenario, in collaborazione con il National Geographic Italia, che è sbarcato ora alla milanese Fabbrica del Vapore, dove rimarrà fino al 5 novembre. Torrione, con la guida di Marco Gramola, presidente della Commissione storica della SAT, ha visitato e catturato con il suo obiettivo i luoghi più evocativi della Grande Guerra combattuta alle alte quote, Scorluzzo, Cavento, Lagoscuro, Presanella, Albiolo, documentando quanto resta di quell’immenso museo dell’orrore a cielo aperto: baracche, trincee, gallerie, reticolati, scale di pietra e di legno, artiglierie, armi ed effetti personali, che spesso oggi riaffiorano con il ritiro dei ghiacciai. Tutto in 70 splendide immagini in grande formato, accompagnate da foto d’epoca e mappe dei luoghi realizzate dal fotografo stesso. Paolo Paci, a sua volta firma prestigiosa dell’editoria di montagna e di viaggio, lo ha intervistato per mountcity.it:  per fargli raccontare, oltre l’oggettività delle foto, l’esperienza vissuta in presa diretta.

Stefano Torrione, a sinistra, con Marco Gramola, presidente della Commissione storica della SAT.

Stefano, la Valle d’Aosta è geograficamente lontana dalla Prima guerra mondiale. Cosa ti ha spinto a esplorare le Alpi in cerca di tracce di un conflitto vecchio di un secolo? “In effetti non avrei mai pensato di occuparmi di Grande Guerra anche se mi hanno da sempre affascinato i segni e le tracce del passato e se il cugino del mio nonno valdostano morì in battaglia nel 1915 in alta montagna. Ho riflettuto per tempo (era il 2012) sul centenario della I Guerra Mondiale e ho pensato che sarebbe stato interessante occuparmene. Studiando e documentandomi al fine di stringere l’immenso campo di ricerca mi imbattei nel termine ‘Guerra Bianca’ e ne rimasi molto colpito: era la guerra in alta montagna. Ammetto la mia ignoranza (di allora): poco ne sapevo della tremenda occupazione e trasformazione delle montagne avvenuta negli anni dal 1915 al 1917 e in parte 1918. Da lì sono partito e subito ho incontrato la guida giusta per questo lavoro, Marco Gramola presidente della commissione storica della SAT e grande conoscitore del territorio di alta montagna e della storia che ha segnato le regioni del nord est. Un sodalizio che dura ancora oggi dopo quattro estati passate insieme alla ricerca di quello che rimane della guerra, e che ci ha visti impegnati a completare questa estate la linea del fronte con nuove e ultime esplorazioni “fotografiche”.

Qualche dato, se puoi: quanti chilometri di fronte hai “coperto”, qual è la quota massima che hai raggiunto, quanti campi di battaglia hai visitato e quanto tempo ci hai messo a completare il progetto?

Torrione sullo sfondo dell’immagine esposta a Milano riguardante il caposaldo italiano avanzato verso il monte Scorluzzo (ph. Serafin/MountCity)

“Per il progetto ‘Guerra Bianca’ per il National Geographic Italia ho fotografato principalmente le aree di neve perenne (ghiacciai) dallo Stelvio al Cevedale dall’Adamello alla Presanella, risalendo la linea del fronte fino alla Marmolada. Ho impiegato tre estati per fotografare i siti di archeologia militare in alta quota esposti in mostra; bisogna pensare che lassù non ci sono stati grandi campi di battaglia ad eccezione forse del San Matteo e del Corno di Cavento (e di altre zone di battaglie cruente), ma che trattandosi per lo più di una guerra di posizione fu un conflitto di estrema sopravvivenza a quote mai viste prima di allora. Pertanto ci fu da un lato un immenso movimento verso l’alto di truppe e materiali, e dall’altro azioni belliche piuttosto limitate, che definirei eroiche e alpinistiche, non paragonabili alle vicende di guerra in pianura nell’Isonzo, Asiago o Piave. Non ho visitato quindi veri e propri grandi campi di battaglia (come nelle pianure o sugli altipiani), ma impervie postazioni militari e alloggiamenti di soldati in un contesto di grande bellezza e suggestione quale il panorama dei ghiacciai e delle alte cime. La quota più alta che ho raggiunto a piedi forse è il monte Cristallo, 3435 metri. Dico sempre che non sono un alpinista ma un fotografo, e per quanto mi riguarda mi sono spinto in situazioni che per un alpinista sono facili ma per un fotografo sono più complicate. Ho dormito in bivacchi, tenda e anche in grotta, le esplorazioni sono sempre impegnative per i dislivelli da coprire partendo zaino in spalla con tutta l’attrezzatura necessaria. Ho anche utilizzato l’elicottero laddove mi è stato possibile perché era indispensabile per alcune riprese di baracche esposte come quelle sulle cime del Gran Zebrù o del Caré Alto, per le quali bisogna essere sospesi frontalmente per capire il grande contesto montuoso e paesaggistico in cui si trovano”.

Qual è il luogo più inaspettato, quello che ti ha dato più emozioni?

L’immagine di Stefano Torrione sulla copertina di National Geographic diventata la foto simbolo della Guerra Bianca.

“La grotta del Corno di Cavento è il luogo più sorprendente che ho visto, una grotta a 3400 metri costruita dagli austroungarici, conquistata dagli italiani, ripresa dagli imperiali e riconquistata dagli italiani fino alla fine del conflitto. È rimasta interamente coperta dai ghiacci fino agli anni 2000 quando fu ritrovata e liberata dai ghiacci dai volontari della SAT. Un vero e proprio freezer della memoria, un museo sotto i ghiacci, che ha restituito una grande quantità di oggetti e reperti utili a ricostruire le vicende del tenente Felix Hecht, il quale lasciò lassù un diario finito poi nelle mani dei soldati italiani. Nella grotta del Corno di Cavento sono andato più volte per realizzare le fotografie che sono in mostra, che sono tra le più difficili perché la grotta è completamente al buio e si sta ricoprendo di nuovo di ghiaccio. Ho pure provato l’esperienza di dormirci dentro, provando a immaginare come dovessero essere estreme le condizioni dei soldati lassù destinati. È uno dei siti visitabili oggi grazie ai volontari della SAT Caré Alto”.

Molti luoghi della Prima guerra mondiale sono diventati musei all’aperto. Qual è a tuo parere il più significativo e meglio organizzato?

“Le zone della Guerra Bianca non sono paragonabili ad altri musei all’aperto, perché tutto è rimasto coperto di neve e ghiaccio. Nelle estati torride che stiamo vivendo, affiorano in molte aree oggetti, costruzioni e quant’altro fu abbandonato alla fine del conflitto. Ci sono poi nel fondovalle veri musei della Guerra Bianca molto ben organizzati: a Vermiglio, Peio, Spiazzo Rendena, Temù, Fedaia, e altre sezioni dedicate alla guerra sui ghiacciai nei musei della Guerra di Rovereto e in quello di Borgo Valsugana, allestite con oggetti ritrovati in alta quota. Io ho fotografato per la mostra del National Geographic Italia gli oggetti esposti al museo di Borgo Valsugana, come la maschera che fu l copertina della rivista divenuta in un certo qual modo la foto simbolo della Guerra Bianca, e molti altri oggetti ritrovati nella grotta del Corno di Cavento e custoditi oggi dalla Sopraintendenza ai beni culturali di Trento”.

Un viaggio nella Prima guerra mondiale con l’occhio del fotografo, allenato a valutare esposizioni e inquadrature. Ma in fondo a questo viaggio, cosa rimane?

“La fotografia per me è ragione di vita e fonte sempre di conoscenza. Grazie ad essa ho recuperato una parte di storia del nostro paese fondamentale: avere toccato con mano e visto con i miei occhi fin dove è giunta la follia delle nazioni. C’è un senso, uno spirito di sacralità in queste montagne che portano ancora oggi i segni di un capitolo tra i più assurdi e incredibili della storia dell’uomo europeo. La conoscenza di questo pezzo della nostra storia, potrebbe, a mio parere, renderci uomini migliori”.

Paolo Paci

Settanta sono le immagini di Stefano Torrione in mostra fino al 5 novembre alla Fabbrica del Vapore.

Commenta la notizia.