Il piede in fallo, solo destino?

L’escursionismo è notoriamente in testa fra le attività che più impegnano il Soccorso alpino e forse capita a molti di dimenticarsi che un piede in fallo su un sentiero considerato elementare può costarci la vita. Sull’argomento riceviamo e volentieri pubblichiamo queste considerazioni di un amico che si definisce un camminatore fortunato e chiede di mantenere l’anonimato.

Quel banale ciuffo d’erba

Caro MountCity, mi è capitato di leggere in un necrologio che un caro amico è morto per essere scivolato in discesa su un sentiero, tradito da un banale ciuffo d’erba per evitare un sasso, in un passaggio purtroppo esposto. “Banalità e fatalità, un binomio che non dovremo mai sottovalutare”, è una frase che gli si attribuisce. Verissimo. Banale è spesso la morte in montagna, e qui mi limito a riferirmi alla fine del grande Emilio Comici tradito da un cordino marcio a pochi metri da terra. Mettere un piede in fallo può capitare a tutti, l’importante sarebbe farlo dove il sentiero serpeggia innocentemente sui prati. E invece qualche volta il destino vuole che il terreno manchi d’improvviso sotto di noi cogliendoci di sorpresa nel punto più esposto. Specialmente verso sera, in discesa, al ritorno da un’escursione, immersi nei nostri pensieri. Come quella volta che di colpo, camminando, apparve davanti a me il cielo e non più la boscaglia in cui ero immerso. No, non era un sogno. Stavo precipitando a testa in giù e fu il ramo di un alberello, più sotto nella scarpata, a farmi ritrovare la posizione verticale. Una bella botta. Ma ero salvo, miracolato come in certi ex voto.

Grazie a quell’alberello e alla buona sorte, trent’anni di vita mi sono stati fin qui regalati con il corredo impagabile dei sorrisi dei miei nipotini: la cosa più bella che mi potesse riservare la vita. Però mi chiedo se è giusto attribuire una caduta a banalità e fatalità senza chiamare in causa, come nel mio caso, un’imperdonabile distrazione.

Come osserva Lorenza Russo nel suo impeccabile manuale “Camminare in montagna” (Hoepli 2008), “l’esperienza di molti escursionisti e alpinisti insegna che in montagna l’imprevisto si verifica più spesso che nella vita quotidiana e che la distrazione è la prima e più grave imprudenza che si possa commettere”. Più è facile il terreno, spiega Lorenza, più siamo esposti alla distrazione. Aggiungerei che più siamo stanchi, più tendiamo a deconcentrarci. Mi viene in mente, per restare in tema e per concludere, la frase di un celebre oncologo quando un paziente malato di cancro gli chiede quanto gli resta da vivere. “Ben poco, se non sta attento ad attraversare la strada”, è la sua invariabile risposta.

Lettera firmata

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